Rifabbrico
di Viviana Ferrario e Andrea Zambelli
Alle origini del Rifabbrico: l’incendio del 1845 e la ricostruzione di Padola (VF)
Gli studiosi sono concordi nell’indicare Padola come il primo caso di Rifabbrico pianificato. Siamo nel 1845, il Comelico, come tutto il Veneto, è sotto la dominazione austriaca. Padola è un grosso villaggio densamente abitato, formato quasi interamente di case e tabià costruiti interamente in legno e coperti di scandole. Solo un paio di case e la chiesa sono in muratura.
È il 22 ottobre, uno di quei giorni limpidi e asciutti del primo autunno. Spira un vento sostenuto. Gli uomini del villaggio sono lontani, impegnati nei lavori boschivi. Le donne sono affaccendate e i bambini giocano per strada. Nelle stalle ci sono gli animali ritornati dai pascoli estivi e i tabià sono pieni del fieno messo via per l’inverno.
Intorno alle 12.00, all’improvviso, prende fuoco la soffitta di un fienile posto sulla piazza nei pressi dalla chiesa, posseduto in comproprietà dai signori Michele Osta e Don Pietro e Valentino Carbogno. In pochi istanti scoppia un furioso incendio che si trasmette alle case vicine, alimentato dal forte vento. In poche ore il fuoco divora l’intero villaggio, nonostante i soccorsi portati da tanti volonterosi accorsi anche dai villaggi vicini. A sera si contano danni: “il villaggio di Padola è scomparso e dove prima esisteva più non si vedono che materiali in disordine, mura diroccate e cadenti, ceneri e rovine fumanti” scrive la Delegazione comunale al Commissario distrettuale. I danni sono rilevanti: la popolazione senza tetto e senza scorte, gli animali senza fieno e si va verso l’inverno1.
La Deputazione Comunale di Comelico Superiore e il parroco di Candide Don Antonio Zardus prendono in mano la situazione, inviando al Commissario Distrettuale di Auronzo una serie di richieste, che il Commissario nei giorni successivi trasmette alla Deputazione provinciale. Tra le richieste c’è quella che i sussidi in legname a cui i regolieri avevano diritto per ricostruire le loro abitazioni possano essere convertiti in denaro e che il villaggio venga riedificato tutto a muro.
Cosa resta della vecchia Padola dopo l’incendio? I documenti su questo non sono del tutto concordi. Chi parla della distruzione di 147 case e 120 fienili, chi invece di 58 case di abitazione e 61 “tabiadi”. I numeri diversi sono probabilmente dovuti ad un diverso conteggio, in un caso riferito alle unità abitative, nell’altro forse ai fabbricati. Di sicuro vanno distrutti anche la segheria frazionale, posta lungo il torrente a valle dell’abitato, e due mulini posti a monte della piazza attuale. Si salvano invece due mulini lontani dal paese e due case di abitazione, che si possono identificare probabilmente nella casa di muro di via Rodolfo Martini (con un bel portale in tufo datato 1808) e nella casa di legno posta in cima al paese, ora non più esistente, dove un tempo c’era un piccolo lago. Sono sopravvissuti anche i muri perimetrali delle poche case di sasso in centro al paese, probabilmente usati per impostare alcune case nuove. Sovrapponendo le planimetrie del paese prima dell’incendio e dopo la ricostruzione si vede infatti che coincidono i sedimi di una casa affacciata sulla piazza che all’inizio dell’Ottocento era intestata a Pietro e Francesco Carbogno e di un’altra casa lungo via Milano, sulla sinistra, allora appartenente a Giovanni Battista Osta del fu Francesco. Una terza casa di muro, appartenente ad altri Carbogno non sembra abbia potuto essere reimpiegata nel nuovo disegno del paese.
Come nasce il progetto per la nuova Padola? A disegnare la nuova planimetria, la piazza e anche la nuova chiesa di San Luca, viene chiamato l’architetto feltrino Giuseppe Segusini, che aveva già dato prova di sé nella ricostruzione della chiesa di San Rocco a Dosoledo, migliorando il progetto dell’architetto friulano Giuseppe Cabassi a cui era stato in un primo tempo affidato l’incarico. Ascoltiamo dalle parole stesse del Segusini alcuni dei principi a cui si ispira il progetto per Padola:
«1. Come dimostra la tavola I che è la generale topografia del paese, il villaggio di Padola viene indicato da costruirsi nel luogo medesimo del preesistente ed occupa, come si vede nel tracciato in verde, in gran parte il sedime dei vecchi fabbricati preesistenti. 2. La figura generale del nuovo piano, oltre di essere per sé stessa semplice e simmetrica, si adatta anche alle circostanze locali ed ai desideri di quegli abitanti, perché in tal forma si comprendono alcuni fabbricati le cui muraglie risparmiate dal fuoco sono ancora in parte atte alla ricostruzione ed ha sfogo il naturale corso dei piccoli torrenti che la traversano e delle strade che la raggiungono» (dalla relazione di progetto dell’arch. Giuseppe Segusini, 1846).
Il paese verrà ricostruito con grande rapidità, anche se non senza contrasti e scontenti. Padola farà da modello ai villaggi del Distretto di Auronzo e poi anche a quelli di Pieve, che verranno quasi tutti rifabbricati. Nel giro di poco più di cinquant’anni il paesaggio urbano del Comelico e del Cadore cambierà volto, assumendo l’aspetto che oggi conosciamo.
1. “Centocinquanta sono le famiglie rimaste senza tetto, composte di n. 809 abitanti. Si è per avventura potuto in questo momento della stagione prossimo all’inverno collocarle tutte per Dosoledo, Casamazzagno e Candide, meno pochi che passarono in Comelico Inferiore (…). Vi sono poi n. 200 animali bovini n. 550 animali minuti e n. 20 cavalli senza fieni e pasture” (Dalla relazione del Commissario distrettuale alla Deputazione provinciale, 1845).
Il Rifabbrico (AZ)
Gli anni che vanno dal 1845 al 1875 furono caratterizzati da profonde trasformazioni dell’assetto territoriale del Comelico e da una modificazione radicale della tipologia edilizia locale. Le grosse borgate erano costituite da dimore interamente o prevalentemente lignee. Gli edifici erano del tipo unitario: la parte anteriore, generalmente esposta a sud, veniva adibita ad abitazione, la parte posteriore a fienile. I tetti a due spioventi ampi e poco inclinati, ballatoi in legno su tre lati del fabbricato.
La struttura del fabbricato era costituita interamente di tronchi squadrati e incastrati agli spigoli; in genere la parte in muratura si limitava ad un piano seminterrato che veniva adibito a cantina o stalla. L’uso quasi esclusivo del legname quale materiale da costruzione era dovuto ad una serie di circostanze caratteristiche in tutte le economie agrosilvane.
In primo luogo l’abbondanza di boschi, la relativa semplicità di trasporto dei tronchi e la facile lavorazione e messa in opera del legname, in secondo luogo l’insufficienza di cave per l’estrazione della pietra e la mancanza di mezzi e strade agevoli per il trasporto dei materiali, in terzo luogo la scarsità di manodopera qualificata per le opere in muratura. Ma sicuramente la ragione più importante che indusse a mantenere il sistema di costruzioni in legno, nonostante i ripetuti e gravissimi incendi, era il diritto che godevano della assegnazione gratuita del legname necessario alla costruzione e manutenzione dei fabbricati da parte delle Regole; questo permetteva di ridurre in maniera notevole le spese per la costruzione della casa e soccorreva in maniera determinante un’economia poverissima.
I disastrosi incendi che si verificarono attorno alla metà dell’800 costrinsero il Comune ad approntare dei piani di intervento intesi a far fronte alla necessità di ricostruire le abitazioni distrutte senza deteriorare ulteriormente il patrimonio boschivo. A tale scopo venne deliberato di accordare dei sussidi in denaro a tutti quegli abitanti che avessero accettato di ricostruire o riattare in muratura i vecchi edifici. Il Comune diede quindi corso alla stesura dei Piani Disciplinari e dei Piani di Rifabbrico nominando apposite Commissioni Edili, rivestite delle più ampie facoltà e fornite di tutti i mezzi finanziari per garantire l’esatta e sollecita esecuzione dei lavori. Vengono stabilite le linee fondamentali per il nuovo assetto: ricostruzione in muratura di tutti gli edifici, creazione di una nuova viabilità interna, separazione netta dei rustici dalle abitazioni.
La realizzazione del Piano è però subordinata alla possibilità di poter disporre di tutti i terreni dell’area interessata, in una riunione pubblica tutti i capifamiglia cedono alla Commissione Edile a alla Deputazione comunale i loro terreni necessari alla realizzazione del Piano, terreni che verranno stimati e liquidati.
Il Piano, oltre a prescrivere la qualità, la forma e le dimensioni delle case e dei fienili da ricostruire contiene ogni necessaria istruzione per il procedimento delle operazioni di rifabbrico sotto l’aspetto economico e precisa diritti e obblighi delle Frazioni e dei privati. La Frazione sostiene la maggior parte degli oneri derivanti dal rifabbrico, i privati contribuiscono con il loro lavoro.
Il Piano venne poi adeguato successivamente ma permise di realizzare una nuova dimensione dei paesi, le nuove costruzioni garantivano maggiore sicurezza anche sotto l’aspetto igienico. Da questa cronistoria, necessariamente breve, risulta molto chiara l’elevata socialità della popolazione, la capacità e grande senso di responsabilità di quanti erano stati chiamati a rappresentarla. Essere riusciti a fare una comunione di tutti i beni e metterli a disposizione degli elaboratori dei Piani senza alcuna remora è sufficiente a dare il segno della maturità e della civiltà dei protagonisti di questa grande trasformazione.





