Capitelli padola

Capitello di San Giuseppe

Anni fa il 19 marzo, giorno di San Giuseppe antesignano della primavera, era consuetudine per i Padolesi recarsi al capitello dedicato a questo Santo, considerato patrono degli artigiani e dei lavoratori ben prima che la festa del 1° maggio inglobasse politicamente questa categoria.

L’edicola si trova al di là del ponte Padola, vicino alla vecchia “fusinä” del fabbro di Dosoledo, a sinistra della strada allora detta “delle Piazze” che va verso Valgrande/M. Croce, proprio presso l’intersezione coll’antica strada della “Madonna”. Il manto nevoso a quella data era ormai quasi scomparso alle basse quote e una preghiera al Santo poteva essere fatta abbastanza agevolmente, magari scavalcando qualche residuo di neve primaverile. Lì accanto una fila di alti ontàni (àuni) fiancheggiava la lunga roggia che incanalava l’acqua fluente dalla derivazione del torrente Padola fino alla fucina e alla segheria esistente presso il ponte Amati. Tutta la comunale Padola-Valgrande era allora molto più stretta, fiancheggiata da muretti a secco, ricavati dalla bonifica dei prati circostanti e utili per la protezione degli stessi dagli sconfinamenti del bestiame. Poi una sistemazione della viabilità alla fine degli anni ‘60 rialzò e ampliò di molto la vecchia sede stradale e il capitello venne a trovarsi leggermente sovrastato e schiacciato.

La storia della sua origine non è facile da raccontare, come la proprietà. Da una ricerca fatta alla fine degli anni ‘70 dal parroco don Lino Del Favero in collaborazione con i ragazzi della scuola elementare estraggo alcune vaghe notizie: “…L’ha costruita De Martin Topranin Paolo per adempiere un voto. L’oggetto di questo voto non è ben chiaro. Qualcuno racconta che aveva promesso di costruire la cappelletta se la grande alluvione del 1882, che tra l’altro ha provocato il grande avvallamento del bus dei gati, non avesse provocato danni maggiori…”

Oggi il capitello rivela tuttavia la delicatezza della sua fattura con la gradevole arcatella in tufo e l’intonaco sottolineato e delineato da bordi in color rosa antico. All’interno campeggia frontalmente una grande oleografia del Santo, ed a lato altre due oleografie, una con la Sacra Famiglia (qui il Santo è raffigurato con gli attrezzi da falegname) e l’altra sul letto di morte. Sul timpano, ormai in parte scrostato, con il graticciato screpolato e cadente, appariva ancora la vecchia rustica pittura che descriveva il Santo come “patrono della buona morte” sul letto dell’agonia, vegliato nel trapasso dalla Madonna al suo fianco, dal figlio Gesù sovrastante con il simbolo della Redenzione e dalla maestà del Padre. Forse era raffigurata anche la colomba, simbolo tradizionale dello Spirito Santo, ma non se ne scorge più traccia. La vecchia foto riprodotta a fianco documenta bene il tutto. Tempo addietro il pittore d’arte sacra Dionisio Gardini (padre della nota attrice Elisabetta) aveva manifestato una sua disponibilità a restaurare questo frontone, naturalmente previa risistemazione muraria del triangolo. E sarebbe stata una occasione da non perdere! Poi Dionisio se n’è andato e i proprietari si sono adoperati per un restauro esterno dignitoso; ora l’edicola fa bella mostra di sé come un tempo.

Il capitello di S. Giuseppe rappresenta indubbiamente un’altra singolare testimonianza della fede dei nostri nonni e della radicata devozione popolare verso il padre putativo di Gesù.

Capitello del Passo di S. Antonio

Il passo di S. Antonio prende attualmente il suo nome dal capitello ivi esistente, ma l’originario nome geografico (cartografia IGM) è “Passo del Zovo”. Altre località omonime sono: la forcella Zovo sopra Costalta, il monte Zovo sopra Costa, e in varie zone d’Italia i passi del Giovo o di Giovi, Giovetto, Zof, ecc. Il termine Zovo deriva dal latino jugum “giogo” e si riferisce generalmente ai valichi di montagna, ma è un traslato del giogo utilizzato per le coppie di buoi; com’è noto i montanari trasferivano spesso riferimenti concreti nelle descrizioni della natura circostante. In dialetto ladino di Padola si usava dire “dèu” (a Dosoledo dòu, a Candide e Casamazzagno dógu o dóu). Oggi non esistono più né gioghi né buoi, e quindi il termine ha perso il suo significato nella parlata quotidiana.
Dato a Cesare quel ch’è di Cesare ora diamo a S. Antonio il suo. Il posto dove sorge il capitello è certamente uno snodo viario importante: qui confluivano l’antichissima strada “cialauzàdega” che conduceva ai pascoli sotto l’Aiarnola, ultrasecolare proprietà dei regolieri di Calalzo, l’antica viabilità che attraverso la forcella Dambél portava a Padola, a Danta e a Sopalù, la vecchia carreggiabile per Auronzo attraverso i fienili di Zovo, ecc. E proprio su questi incroci la devozione popolare usava porre i segni della sua religiosità, altarioli, croci, ancóne, immagini sacre, come invito alla sosta e al raccoglimento, ma anche per contrastare gli influssi degli spiriti maligni.
Il capitello oggetto di questa indagine è dedicato al santo taumaturgo Antonio da Padova (in realtà era portoghese!); ce ne sono una quindicina nel Comelico con questo titolo, a dimostrazione del diffuso culto riservato al “Santo dei miracoli”. Fu costruito nel 1886 da Teodosio De Martin Topranin, nonno di Contardo e Albano. Egli commerciava con la Baviera: in quella lontana regione era solito recarsi con cavallo e calesse per i suoi traffici che diedero sostentamento e ricchezza alla sua famiglia. Una volta, mentre scendeva lungo il “sìtal” di Zancurto (l’attuale strada nazionale non esisteva ancora), il quadrupede s’impuntò e non voleva proseguire. Non c’era verso di smuoverlo, né con le buone né con le cattive. Sarà stata la tensione del momento, o il carattere focoso del mercante o una risolutiva e miracolosa preghiera al Santo di Padova/Lisbona, sta di fatto che finalmente lo stallo fu risolto e Teodosio promise a sé stesso di erigere quanto prima un “capitél” sulla sua proprietà del passo. E mantenne fedelmente la sua promessa, facendo costruire quell’elegante manufatto che contraddistingue da tempo il quadrivio.
La cappelletta ha un piccolo pronao protettivo con inginocchiatoio, le due colonnine che sorreggono il timpano hanno capitello e base di tipo vagamente tuscanico, l’arcatella è in pietra grigia di Longarone con arco a sesto ribassato, sul concio di volta è stata scolpita appunto la data di costruzione: 1886. All’interno è collocata una statua lignea del Santo con il Bambin Gesù in braccio.
Per la verità storica è opportuno riportare qui uno strascico assai originale e non trascurabile: i passanti lasciavano nel sacello qualche soldo e la famiglia De Martin per anni con il ricavato di tali offerte usava distribuire ai poveri il “pane di S. Antonio”. Tutto filò liscio finché arrivò a Padola un Parroco piuttosto intransigente che rivendicò alla Parrocchia la gestione del ricavato. Seguì un lungo tira e molla, con intervento perfino del Vescovo, il quale arrivò ad interdire l’uso dell’altariolo. Poi col tempo il conflitto si ricompose ed ora la famiglia De Martin continua nella benefica tradizione di ridistribuire le offerte dei passanti, mediante la consegna ai bisognosi locali di qualche pacco alimentare.
Sono passati ormai 120 anni da quando avvenne l’impuntatura del cavallo di Teodosio, ma la cappellina continua silenziosa nel suo ruolo devozionale, attentamente ed affettuosamente curata dai proprietari.

Capitello di S. Teresa

Il capitello dedicato a S. Teresa è collocato lungo la suggestiva stradina che si stacca dai prati piani della tavéla di Padola, proprio sul bordo d’un prato, a sinistra, poco sotto la zona di Lagussì. La stradina continua salendo verso il lago di Campo (un tempo noto a noi ragazzi con il nome dialettale lagu d Titìn). Il modesto capitello/edicola fu fatto costruire da Umberto Ribul Mazzola (figlio di “Pier Guardia”), a scioglimento d’un voto espresso durante la guerra in Montenegro, nel 1941, per un auspicato e felice ritorno. Fu costruito nel 1958 circa; all’interno venne collocata una piccola statua di S. Teresa di Lisieux (o S. Teresa del Bambin Gesù). Nel 1975 il capitello fu rimesso a nuovo e la statua, rottasi nel frattempo, fu sostituita da un mosaico eseguito dai ragazzi che frequentavano i corsi estivi “Piccoli Artisti” organizzati dal salesiano don Giovanni Fozzer col contributo della Regola di Padola. Tempo addietro essendosi deteriorate le tessere musive la famiglia Ribul ha voluto collocare una nuova statua in gesso della Santa, con in braccio un mazzo di fiori policromi.
Di tutti gli oltre ottanta capitelli esistenti in Comelico questo è l’unico dedicato alla Santa francese, il cui vero nome era Teresa Martin, nota perché amava i fiori, i vasti panorami, gli ampi orizzonti. Ammirava anche in modo indicibile le stelle: notava con particolare predilezione la luminosa e splendida costellazione di Orione, che trovava avere la forma di una T e perciò soleva dire al padre: “Guarda, babbo, nel cielo sta scritto il mio nome”. A 15 anni entrò nel Carmelo di Lisieux ove morì a 24 anni; fu canonizzata nel 1925. Si festeggia il 1° ottobre.
Ed ora ecco il solito cenno topologico: il nome della citata località Lagussì (indicato in catasto col nome Lagosèi) deriva dal fatto che nella conca sovrastante, ai piedi della vecchia cava di tufo, si formava nei tempi andati un modesto laghetto durante il disgelo primaverile. Il toponimo, che fotografa un fenomeno diffuso, è abbastanza comune nelle Dolomiti e altrove, con le varianti Lagusèl (Alleghe), lago Scin (Ampezzo), Lagoscello (Lucca), La Guscella (Pisa), Auscello (Pistoia), ecc.

Capitelli del “borgo” – Col Masói

Non si è riusciti ad aver notizie circa la sua origine, però compare già in una foto del 1900; esso è noto nella nomea popolare come capitello di Amabile: si tratta di Amabile Dorigopiccolo Riz, proprietaria di casa e fondo attigui. È piuttosto massiccio, costruito in muratura secondo uno stile abbastanza diffuso dalle nostre parti, con pianta quadrata e tetto a quattro falde; sul davanti risalta un’apertura con arco a tutto sesto all’interno del quale è ricavato il piccolo vano/inginocchiatoio. L’alternarsi delle fasce d’intonaco rustico con le linee bianche tinteggiate rappresenta un semplice ma simpatico elemento decorativo. L’interno della cappelletta sembra un piccolo “paradiso terrestre”, poiché tra statue e dipinti riunisce una decina di immagini di santi.
Campeggia al centro l’oleografia dedicata alla Madonna del Rosario di Pompei, alla quale la cappellina è dedicata; ma è presente anche una statuina della B.V. di Lourdes, e quadretti di S. Giuseppe, di S. Antonio, ecc.
Dal lato artistico non ha valore particolarmente rimarchevole, ne ha tuttavia come testimonianza di fede popolare, anche se non si sono appurate notizie sul motivo della sua costruzione. È curato con particolare attenzione da Elide Martini.
Interessante è il toponimo “col masói”, che deve per forza riferirsi al colle più che ai sottostanti prati, e deriva sicuramente da “collis mansionis” = colle della mansione/stazione di sosta, a servizio di un antico collegamento viabile. Un’ipotesi storica suggestiva suggerisce che questa mansio potesse trovarsi lungo il percorso della antica via romana risalente da Villapiccola e – attraverso Padola – diretta al passo di M. Croce Comelico. Lo affermava l’archeologo calaltino Alessio De Bon; in ogni caso doveva trattarsi di un divertìculum, un naturale collegamento dalla valle alta del Piave e dell’Ansiei alla importante e trafficata valle della Rienza/Drava. È pure attestata con sicurezza la presenza di un’importante via di collegamento all’epoca dei Caminesi (sec. XIV – vedi atto del 3 marzo 1322 nel quale Azzarino da Palù, marigo di Candide, si impegna ad “…aprire – (ARARE) la strada di m. Croce che porta in terra teuthonica e non di più…” L’impegno fu sottoscritto davanti a Rizzardo da Camino figlio di Guecellone VII°, conte del Cadore).

Capitelli del “borgo” – Immacolata

Le notizie trovate sono assai scarse e incerte. Pare comunque che sia stato costruito negli anni ‘20, per adempiere un voto non si sa di che genere.
È una costruzione piuttosto tozza e robusta con tetto a tre falde, che consente sul davanti un piccolo pronao – portico – sorretto da due massicce colonne. Un tempo era raffigurato sul timpano un triangolo, simbolo della SS. Trinità, con al centro l’occhio vigile di Dio; ora un comune mazzo di fiori ha sostituito l’arcaico simbolo. All’interno, cui s’accede attraverso una spaziosa porta a grata, su un altariolo è collocata una statua dell’Immacolata Concezione in legno verniciato, piuttosto antica, con la falce di luna e il classico maligno serpente sotto i piedi. Alle pareti ci sono 14 quadretti della Via Crucis e un’oleografia del beato Padre Leopoldo. Davanti alla Vergine arde sempre una lampada e spesso anche sul candelabro a cinque punte vengono accese delle candele votive; la cura dell’edicola è amorevolmente affidata a Maria Giovanna Ribul.
È tradizione che il 2 febbraio, giorno della Candelòra, davanti a questo capitello siano benedette le candele che verranno poi portate alla parrocchiale in devota processione. Per inciso va ricordato che un tempo detta festa veniva chiamata “Ziriòla”, dal ladino zèra-cera.

Capitello di Selva

Chi percorre a piedi (c’è ancora chi va a piedi oggigiorno?) la statale che da Padola conduce ad Auronzo attraverso il passo del Zovo (meglio noto come passo di S. Antonio), giunto poco sopra il lago di S. Anna non può far a meno di soffermarsi sul ciglio stradale per contemplare il cupo specchio lacustre, lo chalet attiguo ed il meraviglioso panorama che si scorge dall’alto. L’antico nome di tutta quell’ampia e boscosa zona era “Selva”, e così viene ancora chiamata la località in dialetto, lagu d Selva, boscu d Selva, pras d Selva, a rievocare l’appropriato nome latino di silva, zona foltamente boscosa, proprietà ab antiquo delle regole di Dosoledo e Casamazzagno.
Bene, qui c’era fino al 1959 un bel capitello, di dimensioni non particolarmente notevoli, al capitél d Selva. Poi le esigenze della viabilità condussero alla fine degli anni ‘50 ad un allargamento della strada provinciale 532 e così l’altariolo dovette essere demolito. Ma una parte del manufatto, e precisamente l’arcatella a tutto sesto con relativa luce, fu incorporata nel nuovo muro a monte, dove ora si trova bellamente incastonata. Chi va di fretta nemmeno la nota, eppure i suoi resti eleganti testimoniano una accurata fattura con il tipico ornato di pietra tufacea. Il concio di volta che rinserra i due semiarchi superiori porta una data scolpita, ma ormai illeggibile e comunque di difficile interpretazione. Sarà stata la data antica originaria, o quella del rifacimento? All’interno una piccola croce scura di metallo testimonia l’antico titolo. Il bancale reca sulla fronte anteriore un’incisione ben curata ed elegante, in latino: “REÆDIFICATUM”. Sarà l’esatta trasposizione dell’antico bancale? o una più recente specificazione? Certo la parola latina è più che pertinente, e testimonia una certa qual competenza e attenzione in chi ha eseguito l’opera.
Ho voluto ricercare presso i proprietari qualche dato sull’origine di questa cappelletta, ed ecco alcuni interessanti particolari. Innanzitutto va sottolineato che l’edicola è riportata con apposito simbolo fin dalla carta del Regno Lombardo-Veneto del 1833, e questo testimonia l’antichità e la storicità sia della costruzione che della devozione popolare. Era probabilmente intitolata al Cristo Crocifisso, una dedica assai comune all’epoca, per ricordo di una disgrazia accaduta agli inizi dell’’800. Un avo di Dall’Osta Sartor GioBatta (nonno di Sergio De Martin Pinter “Fuga”) scendeva lungo la strada con un carro di mercanzia o di legname; ad un certo punto, o per la rottura dei freni o per un guasto del traino, il conducente finì con carro e cavallo nel lago sottostante, perdendo la vita. I parenti edificarono la cappellina a ricordo dell’incidente. Un manufatto di dimensioni modeste, forse non appariscente, ma di discreta fattura, attestata per l’appunto dall’apposita simbologia nelle mappe del tempo. Un segno della pietà e del ricordo, che per quasi due secoli ha testimoniato e continua a testimoniare con il citato richiamo marginale la laboriosità e la durezza del vivere dei nostri avi.

Capitello della Goletta

Nella parlata locale questo panoramicissimo capitello è definito “dla Bulètä”, ma non c’entra per nulla né la bolletta né il ministero delle tasse. Il nome deriva chiaramente da gola – goletta – piccola gola. Più avanti infatti si trova la località “la pòrta”, come a dire: qui la strada si restringe, più avanti si apre ai prati (o piazze) di Tresàga (trans aquam, al di là dell’acqua, come i padolesi chiamavano tempo addietro la zona, ed è questo un toponimo molto ricorrente nei paesi vicini a corsi d’acqua). I nostri vecchi avevano fantasia e immaginazione, non c’è che dire, e il paesaggio circostante ha da sempre ispirato la toponomastica locale. E inoltre un tempo questa stessa zona era indicata con un altro colorito nome, “bus dli strii”, antro delle streghe, proprio per la sua selvaggia conformazione e la presenza di un burrone, in fondo al quale vide una tragica morte Arcangelo Staunovo Polacco, detto Rataplàn, due notti prima del Natale 1944, per opera di partigiani ben poco eroici.
Quando fu istituita la nuova parrocchia di Padola nel 1939 fu definito anche il suo confine, che passava proprio qui, come linea di demarcazione dalla originaria parrocchia-madre di S. Maria Assunta di Candide. Va detto per amor di verità che questa chiesuola non appartiene propriamente al territorio parrocchiale di Padola, ma per la sua appariscente visibilità va senz’altro collocata e descritta in questa serie di esplorazioni. Sperando che i parrocchiani di Dosoledo non s’adontino per l’esproprio temporaneo ma bonario.
È intitolato al Cristo Crocifisso: a questo punto è opportuno sottolineare che su ottanta capitelli esistenti in Comelico quasi una ventina sono dedicati a questo sacro simbolo ligneo, il quale ricorda le sofferenze di Gesù, la mortificazione e il dolore. Era proprio questa filosofia della passione e della speranza che animava la visione del cristiano d’un tempo. E centinaia di “cristi” erano sparse per ogni dove, ai crocicchi, sui tabià, sugli alberi, con lo scopo evidente di richiamare questa devozione che era il cardine della Liturgia della Passione.
Il capitello appartiene alla famiglia Zandonella Gorgolon di Dosoledo; nella cartina Seguieri del 1866 è indicata già la sua esistenza, ma quello attuale fu restaurato nel 1927, e risistemato anche recentemente, un segno questo di cura e attenzione veramente encomiabili.
L’edicola ha un’originale pianta ottagonale, un caratteristico piccolo pronao delimitato da due colonnine un tempo in legno e un funzionale inginocchiatoio; fa il paio con quella di Aiarè in Digon della famiglia Tortoi. Recentemente è stata abbellita sul retro, da parte del Comune, con panca semicircolare e piazzola. Da qui, dopo la doverosa sosta e riflessione religiosa, si gode la rasserenante contemplazione d’un colpo d’occhio insuperabile su tutto il gruppo dell’Aiàrnola, del Popèra e della Croda Rossa; spostando lo sguardo più a sinistra appare in tutta la sua boscosa ricchezza il grande colle di Danta, con il gruppo dei Brentoni sullo sfondo. A due passi si dirama il trivio che segna la divisione delle due strade nazionali, l’una verso il passo di M. Croce Comelico e la Pusteria e l’altra in direzione del Passo del Zovo ed Auronzo. Proprio per la collocazione strategica del posto tutta una proliferante e vistosa serie di pannelli segnaletici ne deturpa quasi la bellezza ed il raccoglimento.
Un tempo la processione tradizionale del Venerdì Santo arrivava proprio fin qui, incontrandosi con quella analoga di Dosoledo; le croci si toccavano simbolicamente, a significare la concordia degli animi. Talvolta – per la verità – qualche esagitato crucifero tendeva a trasformare il tocco simbolico in una “tenzone strapaesana”. Ma tant’è… passano i tempi e le antiche tradizione con essi!

Capitello di Don Bosco

Poco sotto il cimitero di Padola la stradina, ora arricchita dalle stazioni della Via Crucis, si biforca: il ramo di sinistra scende verso il bosco di Chiòma e si dirige a Sopalù, l’altro attraversa una splendida faggeta, stupenda nella stagione autunnale, per sbucare quindi in Chiamóra. Proprio sul bivio fu costruito questo originale capitello dedicato a san Giovanni Bosco.
Il capitello si discosta per forma e struttura dagli altri fin qui descritti, mostrando una simpatica originalità d’impostazione costruttiva. Il tettuccio a due falde, ricoperto di scàndole, è infatti impostato su un culmine disassato, si presenta quindi leggermente asimmetrico, con un pronao notevolmente aggettante, utilissimo come riparo ai viandanti che sostano per una preghiera al Santo protettore della gioventù. La sporgenza è sorretta da due diverse colonnine in legno, intagliate elegantemente e poggianti su un basamento in pietrame. Il tutto dà una gradevole impressione di leggerezza e verticalità.
All’interno, visibili attraverso una grata ariosa su una finestra ad ogiva assai acuta, sono collocate le statue di Don Bosco e di Domenico Savio, sormontate da una piccola oleografia raffigurante Maria Ausiliatrice. Ad osservare ben bene la grata si scorgeranno tra le volute di ferro le iniziali S G B, di chiara interpretazione: un simbolismo appositamente ricercato dalla maestra Maria. All’esterno un bancale ed un inginocchiatoio rustico in legno massiccio, insieme con una croce essenziale, completano il tutto. Si nota anche una scritta originale “qui non lumini e offerte – qui tante devote preghiere”. Un invito singolare, ma opportuno.
Il capitello (inaugurato nel 1969) è stato voluto dalla maestra Anna Maria De Martin D’Orsola, apprezzata insegnante a Padola per 40 anni, nel ricordo di un periodo di studi trascorso a Torino presso i Salesiani ed anche quale segno di riconoscenza al venerato Santo della Gioventù, rappresentato pure nel quadro ad olio posto all’ingresso delle scuole elementari di Padola, a Lui intitolate.
Un piccolo particolare topologico: questa zona con i dintorni verso il bosco di Chioma è denominata Busi, proprio per il terreno accidentato, ricco di massi e sassi per antiche frane cadute dall’Aiarnola. Ma il nome ladino antico, ora dimenticato, è assai più suggestivo: Masarè, macereto, indicativo della congerie di sassi e materiale pietroso della zona. Un toponimo abbastanza comune nelle località teatro di frane o scoscendimenti (es., Masarole, Masarè, Maseris, Madéri, Maserada, Macerata, ecc.). Poco distante esisteva una calcinaia, una piccola fornace utilizzata per la cottura dei sassi di calcàre (dei quali è ricca la zona) ai fini della successiva produzione di calce; fu allestita probabilmente al tempo della ricostruzione del villaggio di Pàdola, dopo la totale distruzione causata dal terribile incendio del 22 ottobre 1845.

Capitello della Madonna delle Grazie (borgata ponte Padola)

È certamente uno dei più antichi capitelli del Comelico, tra i tanti dedicati alla Madonna. Se ne trova traccia ancora nelle carte di inizio ’800, e del resto il topònimo “a la Madunètä” ne testimonia il consolidato affermarsi nella quotidianità e nella devozione popolare. Il manufatto si colloca opportunamente di fianco ad un importante antico snodo viario, là dove la strada dei Caminesi dopo aver passato l’ultracentenario “pontevecchio” saliva dov’è collocata l’attuale Chiesa alle Grazie, incontrandosi quindi con il tragitto che dalla località appropriatamente detta “la porta” scendeva alla vecchia “Fusinä”, per avviarsi poi verso la contea del Tirolo attraverso Entraghe, Zancurto e il passo di M. Croce. Luogo d’ incontro quindi, oltre che di riflessione religiosa e preghiera. Furono in seguito costruiti il ponte nuovo sul Padola, la strada di Suroncu (1818), la nuova arteria nazionale (1883/84), per cui questo snodo perse di importanza. Oggi – ormai discosto dalla viabilità ordinaria – risulta un po’ solitario, ma non meno suggestivo.
Si vuole che il capitello fosse dedicato alla Madonna delle Grazie, anche se all’interno si osservano oggi ispirazioni diverse. All’esterno, sulla facciata anteriore rivolta a meridione, sono fissati i resti lignei assemblati d’un dipinto ad olio, collegati certamente all’antico altariolo in legno; la pittura rappresenta il toccante e misterioso episodio dell’Annunciazione, classico tema dell’arte religiosa. L’Angelo Annunciatore guarda verso est mentre la Madonna ha il volto rivolto a ovest. La composizione, leggermente deteriorata dal tempo, è tuttavia di buona espressività e discreta fattura. È stata notata un’affinità con l’affresco esterno del “Cristu d Ciamurìn” collocato accanto alle ex scuole elementari di Candide, costruito nel 1741 o 1743, di proprietà della famiglia Gera: in questo caso però la direzione dei volti è esattamente contraria. Secondo l’opinione autorevole di mons. Francesco Zanderigo Rosolo il capitello della borgata di ponte Padola con la sua contrapposta analogia starebbe ad indicare l’estremo limite di proiezione del lago artificiale formato dallo sbarramento della “Stua”, di cui era proprietaria e gestrice sempre la nobile famiglia dei Gera. Manca peraltro lo stemma nobiliare che si riscontra invece nell’altro capitello.
La proprietà era collegata al fondo di pertinenza di famiglia originaria di Dosoledo, acquisito recentemente da una famiglia forestiera.

Capitello di Edoardo (capitél de Duardu)

Questa cappellina si trova appena fuori dal paese salendo verso il passo di Sant’Antonio, discosta pochi metri a sinistra della strada: la zona era anticamente definita come “al roncu di Basti”, cioè zona disboscata e rinnovata per la famiglia Dorigo Bastel. Ricavo ora alcune notizie tratte dal bollettino parrocchiale di vent’anni fa.
Eravamo nel 1915, quando la zona fu occupata dai militari italiani, per lo scoppio della prima guerra mondiale, a difesa contro gli austriaci. Un ragazzo, Marcello De Martin Pinter di Edoardo, di anni 15, rinvenne un ordigno bellico che gli scoppiò tra le mani, ferendolo in modo grave. Soccorso dai militari fu trasportato a un ospedale, non si sa dove. Per due lunghi anni non si seppe più nulla del ragazzo, erano tempi duri quelli! I genitori fecero allora il voto di erigere una cappella dedicata al Sacro Cuore di Gesù, poco lontano da casa loro, se il figlio fosse ritornato. Nel 1917 il ragazzo ricomparve sano e guarito.
La promessa fu mantenuta qualche anno dopo, nel 1932 appunto, con la costruzione dell’oratorio. Della manutenzione si cura Marianna De Martin Pinter, la nipote del ragazzo. Una ventina d’anni fa il marito Costanzo aveva provveduto ad un ottimo restauro e abbellimento. All’interno una bella statua del Sacro Cuor di Gesù, con alcuni angioletti dipinti sulle pareti.