Chiesa di Santa Maria delle Grazie

di Achille Carbogno

Correva l’anno 1848. Anche il Cadore aveva preso parte con Manin alla sollevazione contro gli austriaci che durò un paio di mesi, poi gli asburgici ripresero il controllo della situazione e Pietro Fortunato Calvi se ne andò a Venezia il 5 giugno a continuare la lotta. Evidentemente il rientro austriaco non passò indenne, di fatto i “comunisti devoti” padolesi avevano fatto voto il 22 aprile di costruire una chiesetta al ponte sul Padola, dove già esisteva un capitello dedicato alla Madonna delle Grazie, rimosso per la costruzione della nuova strada.

I comunisti? Ma come? Karl Marx aveva appena cominciato ad elaborare le sue teorie, i bolscevichi di Lenin eran di là da venire e Gramsci avrebbe fondato il partito comunista italiano solo nel 1921. E allora? È evidente che in questo contesto il termine “comunismo” deriva da “comune”, a sua volta derivato dal latino commūnis (comune, pubblico, che appartiene a tutti). Ed è cioè il sistema tipico dei beni regolieri: le Regole allora erano state soppresse da Napoleone, ma la gestione di beni era affidata alle rappresentanze comunali. E infatti nelle deliberazioni del tempo i cittadini vengono definiti “comunisti”. Davvero interessante e originale!

Poi il voto cadde nel dimenticatoio, forse per sotterranee ostilità degli austro-ungarici o per atteggiamento di saggia prudenza dei padolesi. Nel 1855 ci furono casi di colera nel vicino Cadore e così – con quell’astuto pretesto – il voto venne riconfermato. E fu affidato l’incarico all’ing. civile Francesco Sandi; questi, nel presentare il dettagliato ed elegante progetto redatto dall’ing. Antonio Pante, così sottolinea: ““Codesta lodevole Rappresentanza fino dall’anno 1848 di concerto col Venerando Clero della Parrocchia divenia al pio divisamento di costruire una piccola chiesetta sul fondo degli eredi Gio.Battista Zandonella Garoffolo che essi offrono gratis a questo santo scopo in respicienza al ponte del Padola; e questa in sostituzione del capitello, detto della B. Vergine delle Grazie, di già abbandonato colla divergenza della nuova strada. Allo stesso commendevole intendimento concorse pure il voto unanime dell’intera popolazione della Comune, che mediante apposita sessione consiliare deliberava di sostenere la spesa”.

Il costo venne quantificato in circa £ 13.000, poi ridotto attraverso economie varie a £ 11.260,19. L’ing. Sandi non manca però di sottolineare che …” Non è mai conciliabile una modica spesa colla solidità e convenienza dovute al decoro di simili edifizi, comunque angusti e di semplice forma.”
Il progetto venne approvato come “oratorio votivo uffiziabile” nell’adunanza straordinaria del C.C. il 14.2.1856. Seguì l’asta il 17 luglio con la partecipazione di una ventina di ditte; la gara fu vinta dall’impresa di costruzioni G. Battista Dell’Osta e ne seguì regolare contratto in data 9 agosto. La burocrazia allora era ben più efficiente, nonostante le severe disposizioni delle autorità austriache. La costruzione fu compiuta nel 1859 e la chiesa fu benedetta il 31 luglio di quell’anno.
L’edificio si evidenzia immediatamente nella sua immagine esterna: la pianta è ottagonale, con due nicchie per l’abside e la sagrestia; il pronao molto slanciato ha due colonne. Sia l’interno che l’esterno furono oggetto qualche anno fa di ottimi lavori di restauro, con la generosa collaborazione dei padolesi. Originali le colonne, di ordine cosiddetto tuscanico dalla derivazione etrusca, prive di scanalature nel fusto, poggianti su una base rustica e coronate da un capitello simile a quello dorico. Le quattro finestre sono dotate di una elegante inferriata. Sul tetto una campanella per la chiamata a raccolta dei fedeli.

Entriamo: l’altare è collocato nella piccola nicchia absidale, a fianco le statue del Sacro Cuore e di San Giuseppe: singolare l’atto affettuoso del Bambin Gesù che accarezza la barba a Giuseppe. La pala d’altare – di autore ignoto – rivela un volto della Madonna particolarmente dolce; i due putti che reggono la scritta mostrano un’espressione ammiccante da veri monelli più che da angioletti.

Interessanti e luminose le quattro vetrate. Le nervature interne convergenti verso l’alto disegnano un’esile trama con un elegante senso decorativo, andando quindi a congiungersi in un elegante raccordo ricco di elaborazioni floreali.

Di particolare significato la lampada votiva posta a destra dell’ingresso. Fu donata dalla famiglia Spellanzon a ricordo del figlio Corrado, caduto il 13 agosto 1930 sulla via est della Bagni; la salita fu poi ripetuta e completata da Bepi Mazzotti e Alberto Bertuzzi esattamente due anni dopo, in onore dell’amico. Lo Spellanzon frequentava l’ultimo anno di medicina all’Università di Padova e – dopo aver passato alcuni giorni di esplorazione con gli amici universitari nella colonia di Valgrande – aveva tentato la sfortunata salita insieme con l’amico Alberto Raho.
L’avventura sopra richiamata è descritta con bellissime pagine e dovizia di suggestivi particolari nel libro “La Grande Parete” di Giuseppe Mazzotti, pubblicato il 1° luglio 1938. Un vero capolavoro di letteratura alpina, con numerosi riferimenti a Padola e a Valgrande.