Val Comelico
di Italo Zandonella Callegher
La vallata del Comelico si presenta come una grande caldera di forma ellittica. Ciò sembrerebbe confermare lo sprofondamento della camera magmatica del vulcano Quaternà (l’antico Collem Trunadum) avvenuto parecchi milioni di anni fa. Di lui rimane solo il camino centrale con i suoi 2503 metri di quota. Questa montagna, che s’innalza a cono perfetto davanti ai colossi del Popèra con un’umiltà sconcertante (più colle che monte), rappresenta invece una delle peculiarità geologiche più interessanti e affascinanti del Comelico.
Sull’estremità occidentale dell’ellisse s’innalza potente il gruppo dolomitico del Popèra (dal ladino del Comelico npói la pèrä, cioè dietro le rocce del Crestón Popèra) con le alte cime della Croda Rossa, Cima Undici, Monte e Cima Popèra, Cima Bagni; quindi le più modeste, ma non meno importanti, Cima di Pàdola, Croda di Tacco, Croda da Campo. Chiude questa incantevole processione dolomitica l’Aiàrnola, cenerentola del gruppo. Giosuè Carducci nell’Ode al Cadore del 1892 la considerò “fosca”, ma non è così! Il Popèra si stende sul confine con Sesto Pusterìa e Auronzo.
A oriente si distingue per eleganza il selvaggio e turrito gruppo del Rinaldo prima che il robusto Peralba – il calcare bianco della petra alba – troneggi sulla Val Visdende e sulla vicina Carnia.
A meridione chiude la valle una grande barriera metamorfica con cime isolate e ingiustamente trascurate come il Tudaio, il Crìssin, il Pupèra Valgrande, i Brentóni e le Tèrze (l’hora tertia dell’orologio solare di Danta?); barriera che rappresenta il potente baluardo fra il Cadore e il Comelico.
A settentrione spunta la mite Cresta Carnica Occidentale (la Cresta di Confine fra Italia e Austria, fra Comelico e Gailtal) che si distende dal Monte Pietra Bianca ai Frugnóni seguendo una lunga, ondulata distesa di pascoli interrotti solo dalle discrete protuberanze rocciose del Palombìno, del Cavallino e del Vanscuro; nei pressi, appartata, si alza l’isola di dolomia purissima del Longerìn. In fondo, alto sul paradiso di Némes, ecco il Quaternà; sta al vertice di una spina dorsale di erbe – con rocce nelle varie sfumature del marrone -, che divide la valle del torrente Digón (dal nome della villa de Dugono, ora scomparsa) da quella del torrente Pàdola. I due corsi nascono entrambi sui Frugnóni, s’incontrano presso San Nicolò e assieme si gettano tra le braccia del fiume Piave a Santo Stefano.
Il Piave (la Piava di Dante) è il corso d’acqua più importante del comprensorio, nasce ai piedi del Peralba, riceve il battesimo di “fiume sacro alla Patria”, percorre la Val Sésis, traversa Sappàda e Santo Stefano poi, ancor carico di gloria per gli eventi della Grande Guerra, se ne va mugghiando per la forra del Tudàio.
Il Rìsena nasce dai ghiacciai del Popèra; nel 1916 ha sbirciato, dai pressi della bella cascata del Crestón, i numerosi alpini fanti e volontari che salivano a tentare la conquista del Passo della Sentinella e della Croda Rossa.
Il torrente Cordévole (nel 1327 fluvius Crodovuli) traversa la fiabesca Val Visdende, ancora in cerca della sua identità; infatti, qualcuno si ostina a chiamarlo “Piave di Visdende” dividendo il fiume in due “campanilistici” rami; ciò nel passato fu oggetto di dotte disquisizioni mentre l’acqua continuava a scorrere per i fatti suoi…
Sull’opposto versante è incisa la Val Frisón; le sue rocce severe sono casa e culla del turbolento torrente omonimo (fluvio de Fraisono nel 1213).
Tutti i corsi d’acqua nominati sono alimentati da diversi rii che rimbalzano di forra in forra dentro recondite, piccole valli laterali.
La parte alta della vallata (Comelico Superiore) è costellata di piccole perle d’acqua, dove l’azzurro intenso del cielo si specchia nel verde smeraldo dei laghetti alpini. Considerarli laghi o anche solo laghetti sembra eccessivo, ma così li chiamavano i nostri “vecchi” nei racconti di caccia e di legna, così è negli antichi laudi, così li chiamiamo noi. Sono otto. Il Lago dei Rospi è presso Coltrondo e il nome la dice lunga; il Lago dell’Orso stava sopra il Passo di Montecroce, ma è sparito nel suo giaciglio d’erbe; il Laghetto Popèra, sempre meno alimentato dai ghiacciai morenti, “giace” nel cuore del Vallón Popèra, ai piedi dei colossi di dolomia; il Lago Ciadìn sta ai piedi della Cima Bagni, immerso nella foresta di abeti, quasi distrutto da una recente frana; il Lago di Campo è poco più di una pozza sorvolata da splendide libellule e ha un suo particolare fascino; il Lago Aiàrnola è forse il più bello, un gioiello incastonato fra le conifere ai piedi del Torrione Canal e del Campanile Rita; il Lago Cestella, nei pressi di Danta, tenta la sorte della sopravvivenza; infine il Lago di Sant’Anna, il meno defilato, turisticamente sfruttato con discrezione, è sede di qualche leggenda e regno di pace e relax.
“Se, come è probabile, il coronimo Comelico è un derivato del verbo ‘comunicare’, esso sta a indicare un territorio di passaggio tra regioni. È questa, in effetti, la caratteristica del Comelico, storico tramite tra Pusterìa e Cadore, nonché tra questo e la Carnia…”.
(P. Cesco Frare)
«… e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti tutto il verde Comelico …».
(Giosuè Carducci, Cadore, 1892)
C’è una spettacolare foto militare del 1917 presa dal Monte Col, cioè a sud dell’“ellisse Comelico”, che da sola illustra come il versetto del grande poeta. Si vedono tutte le montagne attorno alla caldera, alte, a corona, come enorme anello compresso, ovale. Sotto i bordi del cratere, le foreste di abeti, quindi le borgate sparse qua e là sulle coste solatie dove gli avi coltivavano cereali, patate, foraggio.
La strada principale corre in fondo alla valle, un po’ sulla destra del Piave, un po’ sulla sinistra del Pàdola. Collegando le varie borgate. Da est a ovest lungo il corso del Piave troviamo: Presenaio (Prazenario nel 1278); Mare; San Pietro; Valle; Costalta; Campolongo; Santo Stefano. Lungo il corso del Pàdola: Casàda; Campitello (diminutivo di campus); Gera (glarea, ghiaia); San Nicolò; Costalissòio; Costa; Candìde (latino candeo, luminoso); Casamazzàgno (residenza di un certo Mazagno); Dosolédo (antica villa de Axoledo); Pàdola (patulus, aperto, aprico, esteso); Danta (antica villa de Anta).
Ogni borgata meriterebbe una visita. Sono uniche, anche ricche di opere d’arte, di curiosità, di musei sulla cultura ladina e, soprattutto, di panorami mozzafiato sulla cerchia di montagne che tanto hanno aiutato a mantenere integre le nostre tradizioni.