Fra la documentazione dello scrivente c’è un brano che racconta del così detto “anno dell’invasione e della fame”, cioè quello che va dal novembre 1917 al novembre 1918.
Lo ha redatto la maestrina Maria Anna Zannantoni Salèr di Dosolédo (zia dello scrivente), che allora era una florida diciannovenne al suo primo anno di insegnamento1 .
«Allo scoppio della Grande Guerra la popolazione del Comélico provò vivo dolore, specialmente quando vide partire i suoi giovani per il fronte.
Durante le operazioni militari sui nostri monti, l’eco delle battaglie giungeva fino a valle e si tremava al pensiero dei soldati che morivano o che venivano feriti.
Si sentiva bene il rombo dei cannoni, ma anche il rumore martellante delle mitragliatrici.
Erano ore di angoscia… Dosoledo fu in parte bombardato.
Gli austriaci avevano preso di mira in particolare la sede del Comando militare italiano che era presso la casa di Giovanni De Martin Fabbro, detto Bortoldu.
Quella casa fu colpita e anche quelle vicine come la casa dei Callegher [dove abitava il nonno dello scrivente – e sua casa natale -, ma non si ebbero danni], dei Sacco Panchia e anche la chiesa e la piazza dove un soldato fu colpito a morte.
Anche Pàdola fu battuta dall’artiglieria austriaca e ne rimase vittima Agnese Ribul, sorella del mansionario.
Sui prati di Campitello (Ciampdél) e di Moié caddero parecchie bombe e la gente che qui lavorava si rifugiava nei tombini, sotto le strade.
Pochi sapevano cos’era veramente successo a Caporetto.
Quando su quel fronte i soldati ripiegarono e il Comando militare ordinò alla popolazione di sgomberare, la sorpresa e la desolazione furono indescrivibili.
Le nostre truppe scesero dai monti, indietreggiarono nel silenzio più cupo.
I più avveduti di noi, preso con sé il poco denaro e gli oggetti preziosi, chiusero porte e finestre e partirono per ignota destinazione.
Quelli che partirono troppo tardi restarono senza mezzi di trasporto e pernottarono in Cadore: ad Auronzo, a Lozzo, a Domegge.
Lì si fermarono perché i nostri soldati, per ostacolare l’avanzata degli austriaci, avevano fatto saltare tutti i ponti.
Ci fu in Cadore qualche ultimo breve scontro fra italiani e austriaci, ma poi, con immenso dolore, dovemmo assistere all’avanzata di questi ultimi, e restammo loro prigionieri.
A dire il vero non fecero del male alle persone, ma svaligiarono parecchie case.
Avevano più fame di noi!
Tutte le botteghe erano chiuse.
I pochi negozianti rimasti conservarono le ultime giacenze per la propria famiglia.
Sparì anche la fioca luce elettrica che avevamo; gli austriaci avevano tagliato i fili.
Rimanemmo così per un anno.
Consumate le ultime candele, le ultime riserve di olio e di petrolio, si bruciava il grasso che i nostri soldati avevano usato per ungere i cannoni e che si trovò abbandonato qua e là sui monti in recipienti di latta.
Questo mezzo di illuminazione produceva fumo nero e un odore opprimente.
Nessun ufficio postale, nessun giornale o mezzo di corrispondenza qualsiasi.
Isolati completamente per un anno! Cosa avveniva nell’Italia invasa? Non si sapeva.
E i viveri? Il pane era fatto con crusca di avena e bucce di fave macinate finché si poté trovarle.
Esaurite assai presto le provviste e mangiate le patate raccolte nei nostri campi si cominciò il duro peregrinare in cerca di cibo.
Il denaro ormai non contava più.
Bisognava dare in cambio vestiario, biancheria, oggetti preziosi.
I paesi del Cadore per un breve tempo ci dettero fagioli e piselli, poi dovemmo spingerci in Carnia e nel Friuli per avere grano.
Sempre a piedi fino a Villa Santina e a Tolmezzo da dove si poteva continuare in treno.
Qualche volta per questi viaggi si otteneva il permesso della Gendarmeria austriaca che aveva sede a Candide, ma il più delle volte si viaggiava senza autorizzazione con il pericolo che i gendarmi portassero via tutto.
Durante questo duro e difficile peregrinare si sostava presso contadini che regalavano un po’ di pane, una scodella di minestra, e permettevano di dormire sul fieno.
Chi conosceva il tedesco si spingeva fino in Pusteria, che era Austria, valicando i monti di notte e con grande pericolo di essere sorpresi dai gendarmi.
L’Austria non ci diede nulla, non ne aveva.
I nostri prati ci furono generosi di ortiche che cogliemmo per cuocerle con un po’ di farina.
Quanta fame.
Ma la Provvidenza ci assistette ed avemmo salute.
Non un medico né medicine, ma non ce ne fu bisogno.
Con noi era rimasto il farmacista Guido Mina che, in qualche caso di indisposizione, consigliava decotti di orzo e erbe medicinali.
La chiesa? Partecipavamo alla messa domenicale nella bella chiesa di Candide.
Don Pio De Martin, pievano di allora, ci incoraggiava paternamente, partecipava alle nostre angosce e ci capiva perché anche lui soffriva la fame.
Lo vedo ancora quando, la prima domenica dopo la liberazione, salì sul pulpito e, spiegando il tricolore, lo baciò dicendo a gran voce: “Viva l’Italia!”
La scuola? Ero al mio primo anno di insegnamento.
A dicembre, venni chiamata alla sede della Gendarmeria austriaca che era preso l’Albergo Tobolo a Candide e fui invitata a prendere l’insegnamento dietro compenso di 100 corone austriache al mese.
Accettai.
Entrata nell’aula a Dosoledo trovai la nostra bandiera tricolore fatta a pezzi.
Materiale scolastico? Alcuni pacchi di quaderni, un po’ di inchiostro, qualche gesso.
Riunii gli alunni delle prime classi, quanti ne poteva contenere l’aula e tenni la prima lezione a bambini denutriti e innervositi dalla guerra.
Ricordo che insegnavo loro ad amare l’Italia e insieme si pregava per la comune liberazione.
Un fatto dolorosissimo accadde il 15 dicembre 1917. Sette ragazzi andarono a giocare in un prato innevato a sud del paese di Dosoledo, detto i Fondi.
Disgraziatamente trovarono una granata e vollero svitarla per prenderne la corona di metallo.
L’ordigno scoppiò con fragore tremendo colpendo tutti i ragazzi.
La gente accorse sul luogo del disastro e trovò quattro morti e tre feriti gravi.
Per mezzo di un’ambulanza tedesca furono trasportati all’ospedale di San Candido, ma il giorno seguente erano tutti morti.
Sette bare portate al camposanto.
Fu uno strazio per tutti.
Il loro nome è scolpito sul monumento ai Caduti.

Con dolore profondo e con ira sorda dovemmo assistere anche a un furto sacrilego: gli austriaci hanno rubato le nostre campane.
Per fare cannoni.
E anche il rame che copriva la cupola a cipolla del bel campanile.
Chi poteva opporsi a quella forza brutale? Eravamo troppo deboli causa le sofferenze patite, eravamo inermi.
Si mormorava: “Questa è veramente grossa! È l’ultima che ci fanno! Non possono vincere!”.
Agosto 1917.
Un altro fatto spaventava la nostra gente.
Ogni tanto i gendarmi venivano nelle nostre case in cerca di uomini da mandare a costruire ponti o opere pubbliche.
Poveri uomini.
Sapevano che li aspettava la fame e che alla sera sarebbero stati rimandati a casa con un sacchettino di verdura e un po’ di grasso per la minestra.
Chi poteva si nascondeva nei solai, nei fienili, ecc.
Nel 1918 circolava un giornale, La Gazzetta del Veneto, ma nessuno ci faceva caso perché recava solo le notizie che piacevano a loro.
Poi, finalmente, come Dio volle cominciò a diffondersi qualche voce sulla firma dell’armistizio, quindi notammo la disordinata fuga dei tedeschi verso l’Austria.
Abbandonarono armi, muli, cavalli e quant’altro.
Volevano appiccare il fuoco ai nostri paesi, ma non fecero in tempo.
La sera del 6 novembre 1918 la mia mamma, tornando ansiosa dal fienile, ci chiamò a gran voce: “Ragazzi, ho visto la bandiera italiana lungo la strada di Sant’Anna”.
Era vero.
Poco dopo le campane rimaste suonarono a festa, ci precipitammo in piazza e vedemmo i primi nostri soldati.
Era la liberazione, il ritorno alla vita.
Ricordo un fatto dell’autunno 1917. Con mio fratello Angelo che aveva tredici anni e Severino che ne aveva quindici2 , andai a Lozzo e a Domegge di Cadore in cerca di viveri.
Qualche cosa trovammo e, di notte per evitare i gendarmi, col nostro sacco in spalla riprendemmo la via per il Comelico.
Lungo la Strada della Valle venimmo scoperti.
Una sentinella ci ricondusse indietro, a piedi nella notte buia, fino ad Auronzo, sede del Comando.
Vedo ancora una cucina rischiarata dalla debole luce del focolare e volti beffardi di soldati austriaci.
Oppressi dalla stanchezza, dalla fame e dal dolore, ci mettemmo tutti e tre a piangere.
Ebbero pietà di noi e ci lasciarono andare, liberi con il nostro grano.
Riprendemmo la strada della montagna, salimmo al Passo di Sant’Antonio, scendemmo a Padola, quindi giungemmo a Dosoledo mentre in cielo brillavano le stelle.
Un giorno del 1918 arrivai a Tolmezzo a piedi – 80 chilometri da Dosoledo – portando nel sacco da montagna una forma di formaggio da cambiare con grano.
Causa la fatica zoppicai per parecchio tempo.
Ancora del 1918 ricordo la tanta fame.
Giunsi ancora in un paese del Friuli e a un mugnaio offersi alcune paia di calze nuove fatte a mano dalla mamma per il mio povero babbo morto nel febbraio del 1917.
Il mugnaio le accettò e mi diede in cambio del buon pane bianco.
Ne mangiai parecchio e per alcuni giorni non ebbi più fame.» Dal Diario della Maestra Maria Anna Zannantoni Salèr
Anche un’altra insegnante, Élia De Lorenzo di Candìde – più giovane della precedente di una decina di anni -, ha raccontato in un suo libro alcune vicende legate all’anno dell’invasione in alto Comélico.
«Il confine italo-austriaco era allora il Passo di Montecroce Comelico, le montagne segnavano i confini con l’Austria.
I nostri paesi ospitarono parte dei Comandi di Zona, i soldati scendevano dal fronte per un periodo di riposo, i feriti venivano accolti a Candide in un ospedaletto improvvisato nella casa prospiciente l’Albergo alle Alpi.
Ovunque muli, balle di fieno, paglia, avena, vettovaglie per uomini e animali, caos e disordine che andarono via via assestandosi in un presidio stabile, rinnovato a turno.
Per noi bambini quella guerra significò forse soltanto soldati giovani che passavano cantando; meno giovani che scendevano dal fronte stanchi e infreddoliti; file lunghe di muli allineati nel cortile di casa Gera; sacchi di carrube – di cui eravamo ghiottissimi – per i muli; gavette di pastasciutta rossa di pomodoro che da noi non era ancora conosciuto e quindi guardato con meraviglia… Proprio in quel periodo le nostre mamme impararono ad usare la conserva di pomodoro che cominciò ad arrivare nelle poche botteghe in barattoli da cinque chili.
La comperavamo per una palanca – dieci centesimi – e il negoziante ce la consegnava dentro una carta gialla ben ripiegata perché non scappasse.
Con un po’ di burro serviva a condire la pastasciutta per tutta la famiglia.
Un grosso dolore offuscò il nostro mondo di bimbi.
Un nostro cugino era partito per la guerra bello, alto, biondo, pieno di entusiasmo.
Non lo vedemmo più.
Un giorno arrivò la tragica notizia che era morto sulle Tofane.
Da Candide sentivamo il rimbombo delle granate fra le montagne: i tedeschi bombardavano Padola e un senso di paura colse anche noi piccoli.

Restammo sgomenti quando vedemmo alcune famiglie di Padola scappare con bambini piccoli e poche masserizie perché le loro case venivano raggiunte dalle granate austriache attraverso il Passo della Sentinella.
Una bomba era caduta davanti la chiesa, era morta la perpetua, i vetri cadevano da varie case.
Giunse la fatale notizia di Caporetto.
I soldati si ritirarono affrettatamente… le autorità diedero ordine di sgombero immediato: quattro ore di tempo, da mezzogiorno alle 16; si era ai primi di novembre 1917.
E con la paura, fra una confusione spaventosa, la gente correva, si aggirava nelle proprie case senza connettere logicamente sul da farsi.
Raccoglieva qualcosa in fagotti, nascondeva qualcos’altro sperando di ritrovarle al ritorno, non si lavava, non si cambiava di vestito, pensava solo alla fuga verso l’ignoto.
Per chi non si era mai allontanato dal paese era la fine di una vita, la morte certa.
Per noi bimbi si trattava di un viaggio verso un mondo sconosciuto, pieno di imprevisti inquietanti.
Fino allora il nostro mondo finiva con l’orizzonte delle nostre montagne…
Ci fermammo per un po’ a Domegge poi, un mattino grigio, partimmo di nuovo in processione per fare il viaggio di ritorno.
Si tornava a casa nostra, nella terra che era nostra, in mezzo a mille cose che erano nostre.
Per Sant’Antonio rientrammo in Comelico, a tappe, a passi lenti, stanchi, incoscienti, pieni di freddo noi piccoli, angosciati, pieni di paura gli adulti.
Poi Candide.
Le prime case ci accolsero colle porte spalancate, svaligiate dagli invasori e dai pochi abitanti che non si erano allontanati dal paese… Mia madre non osò affrontare al buio l’incognita della nostra casa vuota e si fermò in casa della madre.
Nonna Luisa invece ci volle andare e mi portò con sé.
Le nostre stanze erano state saccheggiate, tristi, squallide nella sera buia, le porte tutte aperte.
Sulla soglia della camera dei miei genitori c’erano la testa e un’ala di gallina con accanto un coltellaccio.
La nonna raccolse i resti piangendo, aveva riconosciuto la sua gallina, esclamò: “Era la più bella”.
Il giorno dopo c’era il sole e con lui tornò il coraggio e la speranza anche negli adulti…
Comparvero in maggior numero i tedeschi che insediarono il Comando in Casa Gera e nell’Albergo Tobolo; alloggiarono i soldati nelle case vuote.
Non davano fastidio alla gente, ma nemmeno l’aiutava.
Pativano anch’essi le ristrettezze di una guerra diventata difficile e che si avviava alla fine, forse presagivano la sconfitta, ma evitavano di farlo intendere.
Ma passò ancora un anno intero; un autunno triste, un inverno freddo, una primavera di speranza, un’estate piena di sole.
E noi, sparute famiglie tornate ai propri nidi, eravamo affratellate dalla stessa sorte, non esistevano più i contrasti, ognuno cercava il saluto del vicino e lo scambio di un sorriso.
Chi conosceva un po’ di tedesco scambiava qualche parola con i soldati e riportava le scarne notizie che riusciva a captare.
Un giorno raccontammo alla mamma che la madre di una nostra compagna di scuola aveva fatto il pane con le bucce delle patate, essiccate e macinate.
La mamma credette, unì quella farina con poca altra di segale e quando quel pane grigio uscì dal forno fu una gran festa.
Un avvenimento tragico occupò in questo periodo la mente degli adulti e si rifletté anche su noi.»
Era successo il fattaccio della bomba assassina di Dosoledo.
Da Élia De Lorenzo apprendiamo anche alcune notizie rimaste sconosciute.
«D’inverno non si videro fendineve, mancavano gli uomini specializzati per azionarli e le bestie per trainarli.
A spalare la neve sulla strada nazionale furono le donne ingaggiate dal Comando militare austriaco.
Da Auronzo, attraverso il Passo di Sant’Antonio, gli austriaci conducono un buon numero di mucche verso Padola.
Qui giunti, una bestia esce dalla mandria e si avventura nello spazio tra la canonica e la casa adiacente.
Era quasi sera, la visibilità era scarsa e ciò permise a Pré Evangelista e al vicino di casa di catturare l’animale che, in un batter d’occhio, finì in cantina.
La stessa notte la povera bestia fu trasformata… in bistecche ad uso e consumo della popolazione.
I prigionieri russi venivano sulle porte delle nostre case a chiedere la carità di una patata.
Ricordo di averne visti alcuni raccogliere e mangiare con avidità la parte marcia delle barbabietole gialle che mia madre tagliava e buttava via, preparando il pasto per la mucca.
Per noi bambini era una curiosità che destava pena, ma per gli adulti questa processione di mendicanti deve essere stata una cosa angosciosa; erano ragazzi giovani, la possibilità di aiutarli era sempre scarsa.
Il Centro Cadore, la Valle del Boite e tutta la Valbelluna ebbero vicissitudini assai più tristi delle nostre in fatto di razzie e di sevizie da parte dell’invasore.
Probabilmente soffrirono meno la fame perché potevano raggiungere più facilmente i centri agricoli da cui ottenere grano e altri generi.
Il bellunese poteva ottenere qualche notizia, sia pur vaga, circa l’andamento delle operazioni militari, perché ogni tanto riusciva ad avere un giornale o qualcosa trapelava dai Comandi.
Il Comelico, invece, tagliato fuori dal resto della provincia dalla gola del Piave che era invalicabile perché tutti i ponti erano stati fatti saltare, era solo, dimenticato, all’oscuro di tutto.
Chi in quel periodo collaborò in modo valido anche con la scuola e sostenne sempre la popolazione fu il pievano don Pio De Martin di Candide-Casamazzagno-Dosoledo il quale era sempre rimasto con la sua gente, così come tutti i parroci del Comelico: Pré Evangelista di Padola, Pré Titta di Santo Stefano, Pré Santo di Danta e il Curato don Valentino di San Nicolò.
Il pregevole organo del 1799, opera somma di Gaetano Callido, che è ancora oggi la cosa più preziosa della chiesa di Candide, non suonò mai durante tutto il periodo dell’invasione; il pievano l’aveva diligentemente coperto e messo volutamente a tacere; fu certamente quella precauzione a salvarlo, con tutte le sue preziose canne.
Anche le campane di Candide furono portate via, come quelle di Padola, di Dosoledo, di tutto il Comelico, del Cadore e delle terre invase.
Ricordo la piazza della chiesa con le campane calate dal campanile, allineate, qualcuna rotta causa l’impatto con la terra.
Pronte per la partenza, su carri, verso le fonderie dove dovevano essere trasformate in cannoni.
Ricordo i visi tristi della gente accorsa a salutarle per l’ultima volta e la voce di una vecchietta che, piangendo, diceva: Quando si tocca il sacro è brutto segno!
Era primavera inoltrata.
In autunno fummo liberati!»
Note
1. Lo stesso brano, con lievi differenze, è stato pubblicato da don Germano Zandonella nel libretto: Dosoledo, Torino, 1970.
2. Divennero: sacerdote e dirigente salesiano il primo, un ottimo maestro elementare il secondo.
