La musica del Comelico

di Rodolfo (Rudy) De Rigo Cromaro

“Parlare di musica popolare in Comelico ci porta inevitabilmente ad evidenziare la posizione geografica del nostro Territorio e la necessità delle genti comeliane di affrontare la realtà dell’emigrazione, sia stagionale che permanente. Il Comelico, che confina a nord ovest con l’Alto Adige e nord est con l’Austria, ha sempre avuto rapporti di lavoro e commercio con queste aree geografiche di lingua tedesca che inevitabilmente hanno determinato delle influenze e contaminazioni culturali.

Se prendiamo in considerazione la musica bandistica presente sui territori menzionati, non si notano influenze provenienti dall’Alto Adige o dall’Austria in quanto i repertori musicali e la tipologia delle formazioni strumentali erano di evidente impronta italiana. Va detto che la formazione delle prime bande, prevedeva esclusivamente l’uso degli ottoni, che venivano chiamate Fanfare, poi trasformatesi in bande, arricchite con i legni e le ance (flauti, clarinetti, sax ecc.). In più occasioni mi è capitato di vedere dei libretti che venivano forniti dal regime fascista, completi di brani da eseguire nelle cerimonie ufficiali da parte delle bande dell’epoca. Sembra che inizialmente le formazioni bandistiche sul nostro territorio fossero presenti nelle varie frazioni del comune e, solo successivamente, venne fondata una unica banda del comune di Comelico Superiore. Mi è stato riferito che inizialmente era diretta dal Maestro Caputo il quale aveva avviato su incarico dell’amministrazione comunale dei corsi musicali ad indirizzo bandistico che si tenevano presso il bar al Gallo di Dosoledo; in seguito, prima dello scioglimento, furono diretti dal Maestro Ferroni. Pare ci fosse anche la banda dei pompieri alla quale facevano parte comunque componenti di quella comunale che vestivano la diversa divisa. A Santo Stefano di Cadore, invece, era operativa la banda comunale con la particolarità di avere molti componenti provenienti dalla frazione di Campolongo, paese con grande tradizione musicale che ha avuto una sua rilevante importanza per la presenza di un nutrito gruppo di musicanti, in particolare appartenenti alla famiglia dei Grandelis.

È difficile poter definire quando in Comelico si iniziò a fare musica e dare avvio alla tradizione musicale giunta fino a noi, in quanto nessuno scritto è mai stato trovato. Non essendoci documenti che testimoniano il fare musica nei paesi del Comelico, nel rispetto di quanto ci è stato regalato e trasmesso dai nostri predecessori, mi limiterò a fare delle mie considerazioni e supposizioni legate a tanti anni di ricerche che ho dedicato alla nostra cultura musicale e soprattutto ai ricordi e alle testimonianze dirette raccolte sia da mio padre, Luciano, sia di mio zio, Annibale, che per decenni hanno animato le feste e i carnevali di Padola e non solo, l’uno suonando il contrabbasso (bassòn), l’altro con la fisarmonica (fòl).

Ricordo che la mia nonna paterna spesso mi raccontava di suoi parenti emigrati nella regione della Bassa Slesia in Polonia per lavorare nelle miniere, pratica questa comune da parte dei comeliani verso la fine del 1800. Molti anni fa suonavo in occasione di una rassegna di gruppi folkloristici nazionali provenienti da tutta Europa, la Polonia faceva ancora parte dell’URSS e rimasi sbalordito ed incredulo quando vidi che il nutrito gruppo di ballerini professionisti del balletto nazionale polacco utilizzavano i passi di danza cadenzati perfettamente identici a quelli in uso nelle nostre “Vecè”, sia nel saltellare, sia nell’allungamento del passo, esattamente come ballavano i nostri anziani.

Una certezza dell’influenza della nostra tradizione musicale va ricondotta all’emigrazione nei paesi di lingua tedesca. Vedendo una fotografia scattata nei primi del Novecento di nostri emigranti ritratti in formazione di trio, due organetti diatonici e un bassetto, tipico strumento usato nelle formazioni cameristiche di musica popolare in Austria, ho notato con stupore questo piccolo contrabbasso a tre corde con dimensioni un po’ più grandi di un violoncello suonato da seduto con l’arco. Ho osservato l’inconfondibile impugnatura, qui in Italia conosciuta come “tecnica alla tedesca” ma in realtà inventata da Domenico Dragonetti (1763-1846), virtuoso Maestro contrabbassista veneziano. Questa fotografia testimonia quanto l’emigrazione abbia influenzato la nostra musica non solo nel repertorio fatto di Polke e Valzer, ma anche nell’apprendimento della tecnica strumentale.

Gli strumenti ad arco e a plettro sono da sempre stati i prediletti nella nostra tradizione, fino all’avvento della fisarmonica che poi li sostituirà. L’utilizzo di violini e mandolini avvenne molto probabilmente perché erano molto comuni nella musica popolare italiana, pertanto facilmente reperibili. In molte occasioni in Comelico ho potuto vedere violini di indubbia fabbricazione bavarese per la loro particolare fattura e bombatura sia del piano armonico che del fondo. Denominata liuteria di “fabbrica vecchia”, molto di moda nella seconda metà dell’Ottocento dove si costruivano gli strumenti artigianalmente, ma con produzione in serie. Uno strumento molto comune nella musica popolare del sud Italia come il mandolino, veniva comunque usato anche in Comelico, probabilmente per il facile reperimento, in quanto non ho notizie di questo strumento utilizzato nella musica popolare dei paesi di lingua tedesca, veniva affiancato al violino nell’esposizione dei temi. Va inoltre ricordato che, con facilità, i violinisti suonavano anche il mandolino che si differenzia per numero di corde, otto, rispetto alle quattro del violino ma con la stessa accordatura e posizioni della mano sinistra del violino, con la differenza che viene suonato con il plettro e ha i tasti ricavati sulla tastiera come la chitarra. Altro strumento a plettro molto diffuso era la chitarra con corde di metallo e fatture richiamanti la chitarra classica. In alcune fotografie si è visto lo strumento con linee originali tipiche delle chitarre tirolesi. Alcuni esemplari sono stati costruiti in loco da valenti falegnami che, per esperienza e creatività, riuscivano a riprodurre fedelmente copie di chitarre che venivano poi utilizzate.

Anche il violino ha visto alcuni provetti liutai cimentarsi nella costruzione del proprio strumento. Questo è il caso di Baldassarre Carbogno, importante violinista e capo scuola padolese che, come mi è stato raccontato, soleva controllare gli spessori del violino in costruzione in contro luce a luna piena per raggiungere quello desiderato. Un mio parente di nome Giacomo De Rigo Cromaro, “Jaco”, di Costa d San Nicolò, costruì addirittura un contrabbasso che suonava personalmente. Lo strumento posto in legnaia, causa una rovinosa caduta di una catasta di legna, si trasformò a sua volta in legna da ardere. Le riparazioni erano all’ordine del giorno e i più bravi falegnami ed ebanisti venivano costantemente interpellati. Ho avuto modo di vedere interventi di restauro, degni di un bravo liutaio, anche se di liuteria in Comelico non se ne era mai sentito parlare. Nei casi più eccezionali, per mancanza di risorse economiche e reperimento di materiale adeguato, ci si è ingegnati a montare sul contrabbasso, “bassòn”, al posto delle corde di budello, molto costose e difficilmente reperibili, cavi della linea telefonica. Le tre corde di budello, con accordatura per “quinte” (Do, Sol e Re), accordatura sicuramente scelta per comodità e per sfruttare il più possibile il suono vibrante delle corde vuote. L’ingegno portò anche a sperimentare la produzione di corde di budello, ma il successo non venne mai raggiunto in quanto, quando venivano tese sullo strumento, non reggevano la forte trazione esercitata sul ponticello. Ho avuto modo di vedere riparazioni fatte su fasce, su ricci e manici, non meno ponticelli costruiti in acero fedelmente copiati da quelli originali, è il caso di dire che non c’è limite alla creatività di fronte alle necessità.

Riporto una mia diretta esperienza. Stavo frequentando il Conservatorio a Venezia e nessun liutaio presente in città era disponibile per intervenire nella sostituzione delle meccaniche che, posizionate sul riccio dello strumento, servono per tendere le corde e poterle accordare. Sapendo delle abili capacità già messe in pratica su altri contrabbassi essendo lui stesso suonatore di “bassòn”, mi sono rivolto al paesano Daniele De Martin D’Orsola, abile falegname/ebanista. Identificato il problema si è subito ingegnato, riuscendo a posizionare in modo perfetto le nuove meccaniche, lavoro che non aveva mai svolto prima; questo a testimonianza delle abilità espresse anche in questi casi eccezionali, delle valide capacità dei nostri artigiani.

Padola, paese dove vivo e dal quale ho raccolto più notizie che mi sono state tramandate, ha sempre avuto un nutrito numero di musicanti al punto che, come mi è stato raccontato, nel 1938 dopo aver suonato in chiesa alla mattina, solennizzando la messa[1], nel pomeriggio gli stessi musicanti hanno sfilato lungo il paese accompagnando la mascherata padolese con l’orchestra formata da mandolini, violini, chitarre, contrabbassi e fisarmoniche, che all’epoca, fungeva soltanto da strumento di accompagnamento. Solo più in là nel tempo, la fisarmonica sarà destinata a diventare lo strumento principale. Va detto che, se la musica strumentale era già entrata in chiesa, con l’autorizzazione delle rigide imposizioni clericali in materia di musica sacra, i nostri musicanti si erano già guadagnati una stima al di sopra delle parti. Mi è capitato in due occasioni di vede dei contrabbassi verniciati di nero e, molto incuriosito per l’insolito colore, sono venuto a sapere che era una pratica molto comune nell’Ottocento, per rendere meno appariscenti gli strumenti che si esibivano in chiesa durante le liturgie.

Penso che tecnicamente, ogni provetto musicante, ricevute le prime nozioni ed indicazioni tecniche da parte dei più navigati, doveva arrangiarsi e “rubare il mestiere” per poter riservarsi uno spazio decoroso all’interno delle orchestrine, cosa questa, che imponeva delle ferree selezioni tanto che i meno motivati mollavano. Altro limite era imposto dalla possibilità di avere uno strumento a disposizione o farselo prestare, in alcuni casi, si è provveduto alla vendita di legname per assicurare il danaro necessario all’acquisto dello stesso.

L’influenza del repertorio proveniente, penso, quasi nella sua totalità dall’Austria e dalla Baviera, fatto di Polke e Valzer è sempre stato riproposto in forma originale con varie rivisitazioni melodiche e personalizzazioni da parte dei nostri musicanti che, nel corso degli anni, hanno trasformato in modo originale e personale. Questo è soprattutto dovuto al tramandare di padre in figlio, nella forma “ad orecchio”, cioè senza capacità di lettura musicale, il repertorio che di generazione in generazione ha trovato una propria identità culturale. A testimonianza di questa considerazione chiamo in causa la marcia bandistica austriaca dal titolo Wien blibet Wien (Vienna sempre Vienna), da noi conosciuta invece come “Te la rompo” marcia che viene eseguita nei programmi bandistici e che fa parte anche del repertorio delle nostre “Vèce”, termine dialettale che identifica sia le suonate, che il nostro ballo tradizionale. Questa testimonianza fa sì che, i brani appartenenti a culture musicali acquisite all’estero in terra di emigrazione e probabilmente imparate “ad orecchio”, venissero poi portati a casa nei rientri di fine stagione.

Una nota di riguardo va all’apertura ai nuovi repertori di ballabili utilizzati nelle sale da ballo, che si affiancarono a quelli della tradizione popolare fatti di Polke e Valzer, ma che dopo la seconda guerra mondiale, con l’arrivo delle nuove tendenze musicali dal mondo anglosassone, e lo Swing dagli Stati Uniti nonché i balli latino americani che portarono le nuove generazioni a spingersi verso nuove esperienze di balli ma senza mai abbandonare quello tradizionale. Esempio ne testimonia la tecnica esecutiva del contrabbasso, che i nostri suonatori prima dell’arrivo della nuova musica chiamata Jazz, veniva suonato solo ed esclusivamente con l’arco, ma poi si è adattato alla tecnica del pizzicato. Le esigenze dei nuovi balli, ascoltati magari solo attraverso la radio, si arricchiscono con nuove canzoni rese famose dal Festival di San Remo; ecco che sempre di più, negli anni tra 1950 e 1960, nascono orchestrine e le prime sale da ballo, generalmente ricavate nelle sale da pranzo degli storici alberghi, bar o ristoranti del Comelico. Si alternavano musicanti provenienti da varie esperienze musicali sul territorio. Voglio ricordare che, soprattutto in Cadore, alcuni strumentisti formatisi nelle locali bande musicali, partirono per la Germania e la Svizzera come emigranti per svolgere la professione del musicista nelle sale da ballo frequentate dagli emigranti italiani. In Comelico, nonostante la tradizione bandistica, gli strumenti a fiato non hanno mai destato particolare interesse se non in alcune eccezioni come nel caso del Sax tenore.

Si può attestare che non vi è mai stata in Comelico la concezione del fare festa senza accompagnarsi con la musica. Che siano state feste danzanti nelle “stùa”, feste dei coscritti, carnevali ecc. comunque e in ogni caso accompagnate della nostra musica tradizionale che attraverso i decenni, nonostante le contaminazioni di mode e tendenze, non ha mai perso la propria identità ed originalità. Questo è dovuto in particolare alle esigenze del carnevale comelicese che impone da sempre l’esecuzione fedele di repertori, soprattutto in presenza delle maschere tradizionali quali i Matatzìn, i Laché e le Matazère, che per danzare necessitano di esecuzioni originali e consolidate nel tempo, tramandate solo ed esclusivamente dalla tradizione orale “ad orecchio”, cosa questa che ha permesso di arricchire tecnicamente ed espressivamente l’esecuzione delle “Vecchie”,  tutelandole da contaminazioni, tramandate in modo integro, fin dalla notte dei tempi.

Concludo queste mie riflessioni, ricordi e testimonianze di quanto raccolto in tanti anni, rivolto alla nostra musica popolare, che mi hanno accompagnato sia nell’infanzia che nella professione. Ricordo con affetto ed entusiasmo nei primi anni del 1980 le ricerche fatte con il coinvolgimento dei miei alunni di allora della scuola media di Candide attraverso interviste, registrazioni fatte porta a porta da parte dei miei ragazzi ai propri nonni e agli anziani, girando per le case di Candide, Casamazzagno, Dosoledo e Padola muniti di registratore per la raccolta di materiale, testimonianze e i ricordi di quanti, hanno contribuito nel tempo alla salvaguardia della nostra ricca tradizione musicale.

Voglio rivolgere dei ringraziamenti a chi mi ha invitato a realizzare questa inedita testimonianza, Fabio De Lorenzo Smit, permettendomi di raccontare ricordi raccolti attraverso testimonianze di mio padre, Luciano, e dello zio, Annibale, che non mancavano mai, su mie insistenti richieste, di portare alla luce i loro ricordi, emozioni e soddisfazioni di oltre mezzo secolo, dedicato al fare musica, animando le feste e i carnevali. Oltre al papà e allo zio, il mio grazie vada a tutti i moltissimi musicanti comeliani che si sono avvicendati nel corso delle varie epoche, per la passione la dedizione e il senso di appartenenza, nell’aver custodito gelosamente e mantenuto viva la tradizione e aver trasmesso alle nuove generazioni quanto hanno raccolto dai loro padri. Fieri e orgogliosi di appartenere a una comunità che, da sempre, ha dato ampia rilevanza alla musica, alla nostra musica e che, negli ultimi anni, sta dando vita a un rinascimento attraverso una nutrita schiera di giovani musicanti, ragazzi e ragazze, quest’ultime in forma inedita: nella storia, infatti, il ruolo del musicante era solo e prettamente maschile. Le ragazze si sono accostate con passione, dedizione ed entusiasmo all’apprendimento, attingendo dal repertorio nelle stesse modalità dei loro predecessori “ad orecchio”, facendo tesoro di quanto è stato loro tramandato.

Per saperne di più, ascolta alcuni brani della tradizione del Comelico dal canale YouTube “Musica dalla Valcomelico”:

 

[1] Questo mi fa pensare che i brani di carattere solo liturgico siano stati letti e preparati in occasione della messa.