Monte Kenia – Africa

Italo Zandonella Callegher

Stavo passando un periodo piuttosto movimentato. Avevo cambiato lavoro, location, abitudini, faccie nuove, problemi vecchi… Insomma un anno difficile; mi pareva che tutto fosse da rifare, da ricominciare.

Facevo fatica ad ambientarmi, ma tant’è… ormai c’ero, per mia libera scelta: ora non potevo ingannare chi mi aveva dato fiducia sfoderando dubbi o tentennamenti da ragazzino capriccioso. Mi consolava lo spettacolo di montagne che ogni giorno vedevo avvicinandomi alla nuova sede di lavoro. Le stesse che ben conoscevo e sulle quali avevo scarpinato a lungo, inventandomi anche una nuova e fortunata palestra di roccia.

Fantasticando con nostalgia per i venti anni passati in una grande azienda di abbigliamento maschile che mi ha forgiato per la vita, pensai di avere bisogno di una breve pausa che, tradotto semplicemente, significava: andarmene via per un po’ e lasciare che il mondo giri da solo.

Feci bene perché al ritorno presi in mano serenamente la nuova situazione e tutto fu più chiaro.
Avevo appena letto l’avventuroso libro Fuga sul Kenia, 17 giorni di libertà di Felice Benuzzi (funzionario italiano coloniale ad Addis Abeba-Etiopia durante la Seconda Guerra Mondiale), fatto prigioniero dagli inglesi nel 1941 e portato nel campo di prigionia n. 354 di Nanyuki in Kenia. Da lì una sera vide il Monte Kenia in uno squarcio tra le nuvole e rimane folgorato da un’idea improvvisa: fuggire dal campo, salire la montagna, porre sulla vetta la bandiera italiana in barba agli inglesi e ritornare al campo dopo 15-16 giorni. Così fecero… e gli inglesi neppure se ne accorsero.

In breve: Benuzzi fuggì dal campo di Nanyuki con due compagni (Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti) il 24 gennaio 1943 e dopo mille peripezie nella foresta equatoriale e l’incontro con alcuni pericolosi animali selvatici: un leopardo, un rinoceronte ed un elefante… superano la fascia di bambù e arrivano a circa 4.200 m di quota, dove un compagno ha un problema, ma decide di restare con gli altri. Raggiungono la base delle rocce dove c’è un ricovero. L’attrezzatura e l’abbigliamento sono quelle “da prigioniero”, pochi viveri rubati alla mensa del campo e non al top per una salita in alta quota, qualche suppellettile, alcune candele, corde ricavate dagli spezzoni che legavano le reti del letto allo scheletro di ferro, stracci militari per difendersi dal freddo notturno, due piccozze ricavate da un paio di martelli rubati ad operai locali e modificati da un fabbro loro compagno di prigionia, due paia di ramponi ricavati da rottami di automobile e tondino di ferro per cemento armato, pantaloni-giacca-berretto ottenuti tagliando alcune coperte e poi cucite da un sarto anch’egli prigioniero… e via di questo passo. Veramente un alpinismo eroico. Lo stesso titolo che usò Emilio Comici per il suo libro uscito postumo nel 1942. Comici e Benuzzi, entrambi triestini (ma Felice era nato a Vienna), furono anche compagni di cordata.

Causa varie difficoltà, soprattutto dovute al ghiaccio che copriva come una lastra di vetro la parete (ecco perchè si chiama vetrato) e un errore di orientamento che li porta su difficoltà insuperabili con la loro scarsa attrezzatura, rinunciano alla vetta (che sono due: 5188-5199 m) e si devono accontentare della Punta Lenana alta circa 5000 m dove veramente piantano la bandiera italiana che resterà a lungo visibile da lontano con grande sdegno degli inglesi.

Parlai, dunque, con l’amico Roberto Venturato di Montebelluna, mio giovane compagno di cordata, e assieme decidemmo di fare una scappata fino all’equatore africano… così, come fosse fuori dalla porta di casa… Obiettivo: scalare il Monte Kenia nel cuore dell’Africa. Interpellai subito Padre Lino Gallina responsabile della missione cattolica della Consolata a Nanyuki (alcuni nostri connazionali di Montebelluna e dintorni operavano da anni con quella Congregazione e grazie a loro trovai preziosa e fraterna collaborazione). Se non altro avevamo un sicuro punto di appoggio. Ricambiai la cortesia dei Missionari della Consolata alcuni anni dopo con la realizzazione di un laboratorio di confezioni presso la Missione di Mujwa-Meru, sempre in Kenia, dove mi ero recato come volontario dell’AVI (Associazione Volontariato Insieme) di Montebelluna, da anni molto attiva presso Missioni Cattoliche in Kenia, Mozambico e Haiti. Questo sarà raccontato in un prossimo articolo.

Veniamo al nostro viaggio. Quel luglio era caldissimo, afa insopportabile, nessun alito di vento rinfrescante, solo raffiche sahariane che ci videro partire carichi di entusiasmo e di buoni propositi. Aereo da Venezia, scalo a Roma e poi arrivo a Nairobi dopo 8 ore di volo. Di questa grande città ricordo il traffico caotico, i rumori, gli odori esotici, ma anche la bellezza particolare del luogo e… soprattutto l’ottimo chicken curry che divorammo in una piccola trattoria in attesa di un mezzo che ci portasse a Nanyuki. Lì giunti, dentro un furgoncino rovente stretti come sardine, troviamo subito la Missione di padre Lino. All’inizio del vialetto che portava all’entrata della notevole costruzione c’era un garitta e sulla sua soglia un guerriero kikuyu vigilava con tanto di lancia a punta metallica e in una mano una specie di macete. La sua faccia truce invitava il passante, senza bisogno di parole, a stare “attento che qui si fa sul serio”. Dissi solo “Padre Lino, please…” e la faccia truce divenne come per incanto uno splendore di denti bianchissimi che quasi diede luce al vialetto. Padre Lino Gallina, Procuratore della Diocesi di Marsabit, fu gentilissimo, sereno, accogliente. Eravamo a casa.

Da qui, proprio dalla linea dell’equatore, si vede in lontananza ergersi il re della zona: il Monte Kenia, 5199 metri, che è il secondo per altezza del continente africano, ma sicuramente il primo per difficoltà in quanto anche la via più facile richiede sempre ai salitori una elevata capacità tecnica e di orientamento. Gli altri due colossi africani sono: Kilimanjaro 5895 m (Tanzania) e il Ruwenzori 5109 m (Uganda-Congo).

Il Monte Kenia è stato salito la prima volta dalle due guide italiane della Valle d’Aosta Cesar Ollier e Joseph Brocherel con il cliente Halford John Mackinder il 13 settembre 1899 che raggiunsero le tre cime principali: Nelion, Batian (nome di due capi tribù Masai che abitavano allora le falde del monte mentre oggi la zona è occupata dai Kikuyu) e la Punta Lenana.

Il buon Missionario Padre Gallina ci offrì l’accompagnamento in jepp fino a Naro Moru e oltre fino alla sbarra dove assoldammo due portatori; poi seguimmo la pista che si addentra nella foresta e risale il dorso del monte. In uno dei rifugetti di legno tipo baita nostrana pernottiamo con la compagnia di alcune scimmiette simpaticissime, chiassose e rompiscatole. Il giorno seguente saliamo per la comoda pista della Valle Teleki, passiamo il campo fisso di tende a noleggio e ci inoltriamo per una zona pianegginte e facile, ma problematica perché eccezionalmente acquitrinosa con buche di fango faticosissime da superare e pericolose per le caviglie.

Questa valle d’alta quota, però, è ricca di spettacolare flora: seneci giganti e lobelie. Rimarrà un giorno da ricordare per le loro fantasmagoriche fioriture. Finalmente raggiugiamo il Rifugio Firmin e la Top Hut (già Austrian Hut), la nostra base. Siamo fortunati, c’è un solo occupante, che sta cucinando una frittata nauseabonda e tenta anche di offrirci un assaggio che decliniamo educatamente. Uova in polvere… non le avevo mai viste e fortunatamente mai odorate o mangiate. Il personaggio era inglese , ovviamente. Dovetti uscire dal piccolo rifugio e implorare tutti i miei sensori chimici di non farmi rigettare. Va bene che eravamo all’altezza del monte Bianco… ma non avevo mal di montagna.

Sapevamo che all’equatore, in alta quota, avremmo trovato freddo e ghiaccio. La nebbiolina serale si tramutava durante la notte in una pericolosa patina bianca, tecnicamente detta vetrato, e al mattino in freddo gelido. Per fare alpinismo qui è bene scegliere bene il periodo in quanto, trovandosi il monte sulla linea dell’Equatore, il periodo ideale per le salite lungo le pareti sud va da fine dicembre a metà marzo quando il sole si trova principalmente a meridione, mentre per quelle a nord è indicato invece il periodo da metà luglio a tutto settembre quando il sole è in prevalenza a settentrione. Se sbagli periodo, e noi sbagliammo consapevolmente (ma non si poteva fare diversamente), ti trovi inevitabilmente incasinato su versanti freddi a lottare con un vetrato subdolo, trovando difficoltà decisamente maggiori se non addirittura proibitive. Meritano una nota i ghiacciai del Monte Kenia, alcuni piccoli o piccolissimi.

Nelle prime esplorazioni ottocentesche ne furono catalogati una quindicina (di cui solo il Lewis era degno di essere chiamato Glacier), scesi poi a 11 negli anni cinquanta del Novecento e oggi quasi del tutto spariti o in via di esserlo. Anche qui? Eppure non si notava nessun inquinamento…

Per sgranchire un po’ le gambe e conoscere questo strano mondo ghiacciato (ma chi ha detto che all’equatore si muore di caldo?) saliamo la vicina Punta Lenana di poco inferiore ai 5000 metri. É la terza cima del Monte Kenia, la più facile, utile per entrare nel vivo dell’ambiente. Partimmo dal rifugio baracca per salire sul bordo del Lewis Glacier, facilmente per ghiaccio e roccette, fino alla cima che trovammo coperta di vetrato e nevischo fresco. Una misera croce di ferro sovrastava i blocchi di basalto. A occidente troneggia la seconda cuspide, il Nelion, dalle forme leggiadre vagamente “dolomitiche”.

Il giorno seguente tentammo le cime vere e proprie. Traversammo il cospicuo Lewis Glacier aggirando alcuni profondi crepacci (si era nel 1982, oggi solo ghiaie), leggermente scendendo verso la base delle rocce dove trovammo l’attacco alla via in corrispondenza di un diedro nero di buona roccia oltre il quale, sulla sinistra, salimmo ad una cengia che offriva ancoraggi sicuri. Raggiunta una cresta la seguimmo fino ad un diedro grigio verticale, ben chiodato, (è il tratto più difficile: IV+) che troviamo completamente coperto di vetrato. Tentiamo di agevolare la salita indossando i ramponcini, ma servono a poco; tutto è coperto dal famigerato elemento. Ci assale l’idea di mandare a quel paese il Monte Kenia e scendere in cerca di calore. Roberto, sempre buono, bravo e disponibile, è titubante quanto me, ma dice di resistere e proseguire ancora per un po’. Lo accontento, ma senza grande entusiamo e penso alla mia famiglia che sarà al mare preoccupata del caldo che soffriremo noi in Africa… Finalmente vediamo la cima del Nelion. Di proseguire poi per la seconda cima di soli 10 metri più alta neppure ci pensiamo. Bisognebbe scendere fino alla Porta delle Nebbie (che si apre alla testata del Diamond Couloir) per un tratto difficile e coperto di ghiaccio per poi salire sulla cima del Batian.

Circa 3-4 ore fra andata-ritorno, ma in queste condizioni ce ne vorranno di più. Oggi esiste l’Howell Biwak, una specie di bivacco, scomodissimo, in vetta al Batian, dicono per sei posti, in realtà si e no 4 (per Pisolo, Mammolo Brontolo, Cucciolo). Allora, che io sappia, non c’era nulla. La cima del Nelion è lì a due passi, ma decidiamo di lasciar perdere; in fondo siamo qui per vivere, non per morire… di freddo bivaccando sul Kenia. Immagino i turisti appiccicati alla sabbia di Jesolo morir dal ridere leggendo su Il Gazzettino: due italiani morti di freddo in Africa. Non ci restava che scendere al più presto, usando dove possibile, il sistema delle corde doppie (oggi la discesa è attrezzata).

A sera eravamo nuovamente alla Top Hut. Un odore strano ci accompagnò negli ultimi cinquanta metri. All’interno c’era ancora il personaggio inglese, quello della polvere d’uova e stava realizzando una super frittata. Secondo me capì che il
menù non era gradito ai sopraffini palati italiani, ciononostante ci invitò ad assaggiare la specialità che, sfoderando il migliore bon ton in possesso della nostra educazione comportamentale, rinunciammo con una faccia che esprimeva dispiacere sincero mentre era solo gaudio per il coraggio della rinuncia. Dormimmo di un sonno sereno (scontenti per non aver toccato la cima, ma beati per la rinucia culinaria dell’albione) e al mattino iniziammo la discesa verso Naro Moru.

A circa metà del tragitto ci capitò un fatto che poteva finire in tragedia. In un tratto di stradina in leggera discesa notammo in distanza quella che pensammo essere una piccola mandria di mucche al pascolo. Invece erano bufali del Parco Nazionale del M. Kenia che, appena sentirono la nostra presenza, probabilmente già disturbati da altri alpinisti appena passati, ci caricarono con impensabile velocità. I nostri due portatori urlarono che dovevamo metterci in salvo perchè quegli animali erano i più pericolosi della foresta. “Itàlo, Itàlo, (con accento sulla à), Run away!” (scappa). Sì, va bene! Ma dove scappo? Foresta a destra, foresta a sinistra, in mezzo c’è la stradina con i bufali. Roberto è tranquillo, è rimasto indietro per un suo bisognino, e secondo me non li ha neppure visti. Il bufalo (eccezionalmente grande; di solito quelli che vivono nella foresta pesano molto meno; il porter mi disse che pesava non meno di una tonnellata… di bistecche -) avanza trotterellando inesorabile verso di me. Al mio fianco scorgo una possibile via di fuga. È un grande albero, fatto a Y, che parte con due metri senza rami.

Sopra si apre a ombrello frondoso e potrebbe essere la mia salvezza. Detto fatto, salgo sull’albero, appendo lo zaino che è leggero perché la sacca pesante ce l’ha il portatore e mi rannicchio più in alto possibile. Il bufalo inferocito rallenta la sua corsa, sbuffa come un mantice, incorna il tronco, e dalle sue narici esce un vapore simile a quello che vedevo nei fumetti tanto cari alla mia fantasia di fanciullo. Mi guarda, sembra dire: “Mi hai fregato” e ritorna scornato alla sua piccola mandria. Posso solo immaginare cosa gli avrà detto la signora bufala… Infine trovato un varco nella jungla se ne vanno per i fatti loro. Io, piano piano, scendo dal “l’albero a cui tendevo la pargoletta mano…” e pensando al Carducci ripresi la discesa verso il piano. La sera dopo, al sicuro nella Missione di Nanyiuki, i bravi padri ci servirono per cena una costata di bufalo. Neppure il pensiero del pericolo vissuto in diretta riuscì a bloccare la mia sorpresa: “Che carne eccellente, che tenera, che gustosa!”

Il bufalo che voleva fare di me un sacco rotto fu assolto all’istante…

Fu assolto anche il Monte Kenia per non averci ospitato sulla cima, ma non fu colpa sua e gli alpinisti sanno anche perdere.