La “disfatta di Caporetto” (24 ottobre 1917), è per noi sinonimo di sconfitta. Fu uno scontro senza precedenti tra gli eserciti alleati dell’Impero austro-ungarico-tedesco contro quello italiano. Ne uscimmo distrutti. Solo quella battaglia costò all’Italia 11.600 soldati morti, 30 mila feriti, 350 mila sbandati, 300 mila prigionieri e 400 mila profughi.
Una decina di giorni dopo arrivarono nella valle del Padola i primi occupanti. Giunsero come formiche fameliche dalla Cresta di Confine, da Montecroce, dalla Croda Rossa, dal Passo della Sentinella. La fantasia popolare italiana fantasticava di conquistatori distinti, baldi cavalieri, soldati ben allineati, orgogliosi, puliti, forti … Invece arrivò un’orda di combattenti stanchi, sporchi, coperti di polvere e di fuliggine e, soprattutto, affamati. Scesero speranzosi per strade e boschi, entrarono in tutte le case a rovistare, a ghermire, a spaventare. Per la verità, salvo qualche caso sporadico, non fecero del male alla gente, non cercavano vendetta, o sesso con stupri com’era d’uso fra gli invasori, ma cibo, solo cibo. E anche un po’ di vino. Venivano dalle valli austriache confinanti con il Comelico. Erano Volontari Tirolesi, Standschützen, avevano rispetto per i comeliani, vicini di casa e montanari come loro … Nelle misere case della nostra povera gente, ridotta al lumicino, trovarono qualche buccia di patata, miseri resto di rapa, baccelli di fagioli e di piselli, ma niente pane; niente di niente … Sognavano l’Italia godereccia, festaiola e gaudente fra tavole imbandite e vini eccellenti; trovarono una miseria ancora maggiore della loro. Tiravano avanti tra una sciacquatura di ortiche e lavàzi (Rumex alpinus), forse una fetta di pane rancido.
Un giorno di primavera del 1918, dopo mesi di fame, il comandante ebbe una ispirazione. Ad Auronzo, grosso borgo, avrebbero sicuramente trovato qualcosa da mettere sotto i denti. Si sbagliava, non c’era nulla neppure lì. A quei tempi gli auronzani stavano peggio dei comeliani. Bastava leggere le relazioni di viaggio dei primi turisti per capire la situazione.
Comunque il gruppo di soldati austriaci mandati fin lì in cerca di viveri non poteva tornare in Comelico a mani vuote. Dormirono in un fienile e lì progettarono un colpo grosso. Avrebbero fatto razzia di una dozzina di mucche e quindi le avrebbero trasferite, naturalmente a piedi, fino a Padola e poi al Comando di Santo Stefano. Il capo plotone fu d’accordo.
La legge del più forte impedì agli affamati teutonici di impietosirsi di fronte ai pianti delle mamme che restavano senza latte per i loro piccoli e senza lacrime per il furto di tutto il loro capitale.
(Faccio una breve parentesi: questi pianti li ho bene in mente; successe anche a noi. Siamo alla fine della seconda guerra, ero un bambino e stavo nel tinello in casa di papà Svaldìn. A un certo punto scorgo alcuni soldati passare davanti alle finestre. Esco a curiosare. Scendono verso il nostro fienile, entrano nella stalla, escono con due mucche legate alla catena e ritornano sulla Statale dove le caricano su un vecchio camion. Rapite! Avevo nel frattempo chiamato mamma Rita che, visto e capito il dramma, si mise a urlare e a piangere. Una delle due bestie era una straordinaria vàciä da làti (mucca da latte), sostentamento delle sue cinque creature, l’ultima nata da poco. Non ci fu nulla da fare. Le portarono a Santo Stefano, destinazione macello. I miei andarono a implorare la restituzione. Come risposta trattennero anche mio padre per qualche giorno; mia madre risalì i còles in piena notte, sola. Finita la guerra fummo risarciti del danno con un vecchio grosso e bolso cavallo da tiro che non capiva neppure una parola di italiano).
La mandria partì infine alla volta del passo di San Antonio. Prive del campanaccio per destare sospetti. Se non ci fosse stata la “scorta armata” poteva sembrare una normale transumanza. In fila indiana come fossero prigionieri di guerra gli ignari animali procedevano tranquilli fermandosi di tanto in tanto a brucare un ciuffo d’erba fresca. Lungo la carrareccia piena di curve andò tutto bene. Oltre il passo scesero fino alle prime case di Padola e, in località Roncu di Pùläs, fecero una pausa. Dalla mandria furono scelte due a caso per sfamare i soldati del villaggio di baracche lì costruito. Era la base per i due piccoli campi di aviazione situati sulla piana a nord della chiesa.

Giunto nella piazza di Padola, l’armento si divise un po’ a destra, un po’ a sinistra della vecchia torre campanaria (demolita dopo la guerra) e ciò fu sufficiente a creare confusione tra gli animali. I militari stanchi e digiuni le rimisero in riga, ma qualcosa non funzionò. Una robusta giovenca, complice un tramonto con poca luce, andò decisa verso due uomini che stavano presso la canonica a osservare la scena. Sembrava che l’animale volesse chiedere il loro aiuto. Non l’avrebbe fatto se avesse saputo l’epilogo …
Uno dei due era Pré Evangelista Ribul Olzer nato a Padola nel 1847 e qui deceduto nel 1924 (pré era usato al posto di don). Niente meno che il Mansionario di Padola (cioè il prete che aveva in custodia la chiesa con i suoi arredi sacri e la ufficiava), “dipendente” del Pievano di Candide don Pio De Martin Topranin. Sua sorella era l’Agnese che viveva con lui e fungeva da perpetua. Non ebbe fortuna la povera donna; morì nella mattinata del 16 settembre 1915 all’età di 73 anni durante un bombardamento austriaco; invece di ripararsi in cantina con altri paesani lì pervenuti, andò a fare qualcosa in cucina e fu colpita da una scheggia mortale.
L’altro uomo era un vicino di casa.
La mucca passò fra i due, prese il viottolo fra la canonica e un’altra casa e s’infilò decisa nella prima porta che trovò aperta, quella della cantina del Mansionario. Che subito fiutò l’affare e corse in cortile per sincerarsi che nessuno avesse notato la variante scelta dalla bovina. Non c’erano testimoni, tutto era normale, i soldati non avevano visto nulla. Pré Evangelista, pensò che era il momento giusto per mettere in pratica i primo delle 7 Opere di Misericordia corporali dettate da Gesù in persona. La sua gente era affamata e magra fin nell’anima, rifletté alle pene dei suoi parrocchiani, considerò a quanta gente poteva portare sollievo con quel paradiso di bistecche alle quali stava pensando … e chiese perdono a Dio perché “… più che il dolor poté il digiuno …” (Dante, Inferno, canto XXXIII). L’amico capì il riferimento e senza star lì a far domande lavorò di coltello e seghetto tutta la notte, fortificato ogni tanto da un sorsetto di vin santo. Fecero pacchetti e pacchettini di bistecche, di braciole e lombate, di girello e fesa e di tutto il resto. Giunti al filetto si fermarono per una riflessione. Pré Evangelista fece nascere un ragionamento che, a dire il vero, con il Vangelo aveva ben poco a che fare: “Beh! di questo faremo metà ciascuno … dopo tutto questo lavoro ce lo meritiamo, cosa dici?”. L’amico pensò bene di non contraddire quel pio uomo di chiesa, riuscì solo a dire: “Va benón, voi”! che non gli costò nessuno sforzo.


Riempite due gerle di quel ben di Dio, si inoltrarono lungo le viuzze del paese e distribuirono le pie bistecche ai poveri e agli affamati, cioè a quasi tutti. A qualcuno era sembrato un sogno o uno scherzo, ma c’era Pré Evangelista a garantirne la serietà. La gratitudine dei fedeli fu la risposta migliore.
La prima delle sette opere di misericordia corporale era sistemata.
Il giorno dopo, domenica, il prete notò che qualcuno che non metteva piede in chiesa dai tempi della prima Comunione, era presente . “Potenza delle bistecche”.
Con un mezzo sorriso di soddisfazione benedisse quel popolo che finalmente pareva contento:
“Andate in pace”.
Dal portone socchiuso entrava uno stuzzicante profumo di spezzatino.
Questo fatto, messo giù con voluta leggerezza per non appesantirlo, è veramente accaduto. Anche quello delle mucche di Svaldin.
