Roberto zandonella necca

di Silvia Soravia

Attività sportiva: 1964-1972

Sport: BOB

Squadra: Gruppo sciatori Fiamme Gialle

Biografia
Roberto nasce nel 1944 a Dosoledo. La mamma muore 20 giorni dopo il parto di nefrite ed il padre, partito per lavoro per la Svizzera, muore dopo 7 anni annegato nel lago di Como dove transitava per venire a trovarlo per la prima volta.
Viene allevato dagli zii paterni che con molti sacrifici lo crescono amorevolmente. Frequenta le scuole elementari a Dosoledo sino alla quinta, mentre la sesta la frequenta a Candide. Nei pomeriggi dopo scuola, quando non c’erano radio, televisioni, videogiochi o computer, il passatempo pomeridiano, oltre ai giochi (tocascondi-nascondino) ed altri unitamente ad alcuni compagni, era ritirarsi nella soffitta di casa per costruire un bob, emulando quelli collaudati dal “Proila”, composto da due slittini di legno (tachi) con avvitate le guide delle finestre (mezze lune del diametro di 10mm) che avvolgevano la parte inferiore dello slittino fungendo così da pattini con del materiale riposto dagli zii. Un altro modello era quello composto da due slittini uniti da listelle di legno con un volante per la guida. La passione per il bob, quindi, nasce nel paese d’origine dove da bambino si cimentava con alcuni amici (i fratelli Sacco Proila) con dei bob costruiti artigianalmente tra amici.
Notevole era l’entusiasmo di questi neofiti che aspettavano le notti invernali di luna piena quando il cielo sereno favoriva la formazione del ghiaccio e facilitava le discese. Dai fienili si ritraevano i bob che i primi volonterosi avevano costruito alla sera nelle falegnamerie dopo l’orario di lavoro. La pista era la discesa da Casamazzagno che veniva percorsa di notte e gelata con la deviazione del torrente Ramalen con il terrore di essere scoperti dalla guardia Comunale sempre in agguato; oppure in casi eccezionali dal lago di Sant’Anna.
Roberto era inoltre appassionato di pallacanestro: il suo desiderio era di poter giocare in un campo regolare con una squadra.
Nel 1961, dopo 4 anni di collegio di Salesiani all’Agosti di Belluno, riesce ad avere un record provinciale junior (mt. 30) nel lancio del disco. Successivamente intraprende il lavoro di meccanico a Cortina nell’officina de “Garage Sello”, che all’epoca si trovava nelle vicinanze della pista di Bob. Grazie a questa vicinanza, il giovane Roberto si avvicina maggiormente alla sua futura disciplina: il bob.
Tre anni più tardi, sempre a Cortina, inizia l’attività bobbistica con il ruolo di frenatore per Pocchiesa. La partecipazione al corso gli permette di essere iscritto al Bob Club Cortina e di frequentare la palestra comunale per gli allenamenti che con costanza inizia dal mese di maggio sino all’inizio dell’attività bobbistica di metà dicembre .
Roberto lavorava in officina sino alle 18:00 e poi andava in palestra tutte sere dal lunedì al venerdì fino alle 21:00. Gli allenamenti non gli consentivano tante possibilità di diversivi in quanto, dopo tre ore di attività intensa, desiderava solo andare a riposarsi. Fumare o bere, inoltre, erano vietati perché impedivano la regolare preparazione. Consumando molte energie, anche i rifornimenti dovevano essere sostanziosi. Mangiava alla mensa degli operai da Barisetti, situata all’arrivo della pista di bob. Gli operai di una impresa edile locale già lo conoscevano e provvedevano ad approvvigionarlo con dei panini che non consumavano. Tra il primo ed il secondo mangiava dai 15 ai 18 panini.
La preparazione atletica avveniva unitamente agli atleti del pattinaggio velocità durante l’estate con sedute di corsa . Per le attività specifiche la pesistica e per concludere una partita di pallacanestro. In inverno l’allenamento si trasferiva anche su pattini. Il gruppo era composto da De Riva, Gilarduzzi, Bernardi ecc., tutti atleti di valore internazionale. Quando rientrava a Dosoledo, gli allenamenti continuavano con sedute aerobiche . Qualche volta in estate, per migliorare la forza resistente, faceva preparare dei teli di fieno da 60 kg dagli zii nel buco di Ramalen o Purlei , per poi trasportarli di corsa sino al fienile sotto gli occhi increduli e strabiliati dei confinanti. A novembre, con alcuni atleti del Bob Club Cortina, ci si riuniva per provare a spingere il bob su una piccola discesa preparata gelando la neve caduta e battuta a piedi su una distanza di circa 100 metri. Nella preparazione alle olimpiadi del 1968, durante gli allenamenti di spinta a Pontechiesa (Cortina) sotto la guida di Sergio Siorpaes, infortunatosi a Grenoble durante le prove preolimpiche del bob a due con la rottura dei legamenti del braccio per le cattive condizioni della pista, si sperimentò con un manico di scopa messo attraverso il cofano, un metodo che permettesse al pilota di spingere più attivamente in linea.

La storia del bob
Le origini
Il nome deriva dall’inglese “to bob”, che significa spingere a scatti. È uno sport invernale nel quale le squadre composte da 2 o 4 persone eseguono delle discese cronometrate su piste ghiacciate. Fu inventato ad Albany (New York) nel 1880 e successivamente introdotto in Svizzera nel 1884. Il primo Bob Club fu formato nel 1897 a St. Moritz, mentre la prima pista fu aperta nel 1902. Fino al 1922 lo sport rimane limitato alla pratica amatoriale e semi professionistica che viene svolta, a partire dal 1914, su piste dalle conformazioni diverse. Nel 1923 il bob viene riconosciuto come pratica sportiva a tutti gli effetti con l’istituzione della Federazione Internazionale (FIBT) e con la prima competizione olimpica “a quattro” l’anno successivo alle Olimpiadi Invernali di Chamonix. La disciplina del “2” fa il suo esordio a Lake Placid nel 1932. Il primo campionato del mondo fu tenuto a St. Morittz nel 1927.
In Italia
In Italia bisognerà aspettare il 1925, quando venne fondato il Bob Club d’Italia voluto dal Conte Tershack che individuò nel tratto Pocol-Cortina il percorso ideale. I bob avevano telai e treni anteriori e posteriori costruiti in legno con le sole “listes”, ovvero dei pattini in ferro. Era di moda il volante, poi sempre più quelli guidati con tiranti ritenuti più sicuri. La tragedia era portare questi pesanti mezzi ai punti di partenza verso Pocol: le auto non c’erano e quindi si doveva far conto soltanto dei muscoli. Tutti i maschi ansanti e ansimanti provvedevano a spingere e trainare con una funicella il bob, mentre le ragazze, per ragioni di cavalleria, erano escluse. Raggiunta la sommità si partiva per una discesa veloce ed inebriante. Facile era anche assistere a pericolosi ruzzoloni con botte a non finire.
La pista di Cortina fu costruita nel 1923 da Raffaele Zardini, padre delle sorelle Zardini e nonno dello sfortunato Sergio Zardini, vincitore di titoli mondiali e scomparso tragicamente a Lake Placid. La pista di Cortina favorì la diffusione di questo sport in zona, soprattutto dopo la sua revisione nell’occasione delle Olimpiadi invernali di Cortina del 1956, qualificandola come la pista più tecnica, difficile ma anche la più affidabile al mondo. Negli ultimi anni è stata inoltre dotata di impianto di refrigerazione artificiale .Una seconda pista viene costruita a Cervinia nel 1964 e rifatta nel 1966 per renderla meno veloce e sicura. Attualmente è stata abbandonata dopo la costruzione di quella di Cesana per le Olimpiadi del 2006.
I primi bob, le modifiche successive e gli equipaggi
Nel corso degli anni i bob utilizzati per le competizioni hanno subito sensibili trasformazioni. La prima trasformazione la fece Feyerabend, corridore svizzero divenuto costruttore a tempo pieno che trasformò i mezzi in acciaio e portò le prime importanti modifiche ai pattini, all’assetto del bob ed ideò una piccola carenatura col bob che pesava 200 kg. Ma fu l’italiano D’Andrea Podar di Cortina ad intuire le esigenze che imponevano le nuove piste ed i nuovi regolamenti.
Nel 1952 una regola impone un limite al peso massimo degli atleti, spostando così l’attenzione dall’esaltazione della forza, all’esplosività e velocità di esecuzione. A questo cambiamento fa da propulsore lo sviluppo tecnologico e l’utilizzo di nuovi materiali, come per esempio le fibre di vetro per il cofano in sostituzione del legno.
Nel 1955 l’Aereonautica militare studia nella galleria del vento della Moto Guzzi una speciale carenatura lunga che facilitò la vittoria Olimpica di Dalla Costa-Conti davanti a Monti-Alverà, i quali non erano in possesso di questa nuova tecnologia.
In base alla regolamentazione del peso, cambiò totalmente anche la scelta degli atleti che salivano sul bob. Dagli omoni panzuti e poco scattanti, che molto bene fungevano da zavorra spesso vincente, si passò ai bobbisti sempre più preparati e capaci di inerziale il mezzo con la migliore velocità possibile . Anche per questo le leve di spinta sono state sempre più perfezionate ed il pilota, in genere poco impegnato nella fase di spinta, ha dovuto sottostare alle nuove esigenze e diventare velocista. Lo stesso Monti alle olimpiadi di Grenoble prese parte attiva allo spunto iniziale frutto della preparazione e merito anche della nuova apparecchiatura ideatagli da Sergio Siorpaes, suo vecchio frenatore e già principale costruttore mondiale di bob .
Inizialmente gli equipaggi erano di 5-6 persone ma vennero ridotti a 2 e 4 negli anni ‘30. I bob originariamente erano in legno, mentre ora è formato da due slittini, uno anteriore sterzante ed uno posteriore composti da due pattini dello spessore di 8mm per il bob a due e 12mm per il bob a quattro, uniti da un carrello portante e gli stessi slittini sono uniti da una carenatura in acciaio ove sono situati i sedili e poste le manette per la spinta. Il carrello anteriore mobile dà la direzione e al veicolo ed è comandato dal pilota per mezzo di due manopole allacciate tramite una fune ad una semiluna fissata sul carrello necessaria al cambio di direzione tramite il traino delle manopole stesse, mentre il carrello posteriore è fisso. Nella parte posteriore è sistemato un freno costituito da denti metallici che azionati da una leva mordono il ghiaccio con forza e viene usato al solo scopo di fermare il mezzo superato il traguardo. I bob moderni sono costruiti in una combinazione di leghe in metallo leggero e carbonio, pattini in acciaio e carrozzerie aerodinamiche in materiali composti. Il bob a 2 pesa a pieno carico 390 kg, mentre il bob a 4 circa 630 kg .
Un equipaggio di bob a 2 è composto da un pilota e da un frenatore, cui si aggiungono nel bob a 4 due interni che hanno il compito principale quello di aiutare nella spinta. Ogni discesa inizia con la partenza da fermo. Alla partenza i componenti dell’equipaggio danno velocità al veicolo spingendolo a piedi e salendo poi rapidamente ai loro posti. L’equipaggio spinge il bob per circa 50 metri, una distanza che solitamente è coperta in meno di sei secondi ad una velocità di 40 km/h prima che tutti i membri dell’equipaggio entrino a turno nell’abitacolo. Le scarpe sono dotate di una soletta rigida con applicate delle spazzole di acciaio della lunghezza massima di 7mm che permettono una ottima aderenza nelle partenze. Molto spesso la vittoria di gara viene determinata dalla bontà della fase di spinta.
L’atleta del bob deve essere potente, cioè in grado di esprimere la forza massima con una velocità molto elevata. Il pilota e i due interni spingono il bob tramite le leve retrattili che escono dalla carenatura nella fase di spinta e vi rientrano una volta che tutti gli atleti sono saliti a bordo. Le mani vengono posizionate sulle leve di spinta cercando di mantenere i gomiti stretti, vicini al corpo. Al momento del via, impartito dal pilota, è fondamentale l’eccellente coordinazione tra i membri dell’equipaggio. Nei primi appoggi al sincronismo si devono sommare la forza, la potenza e la capacità di accelerare il mezzo il più possibile, rimanendo sempre attivi. Nell’ultima parte entra in gioco la velocità: l’atleta deve correre in discesa cercando di mantenere il bacino basso e le spinte a terra efficaci. È fondamentale che nella parte finale della spinta gli atleti salgano sul mezzo senza essere troppo lanciati, con un ultimo passo efficace e spingendo il corpo in avanti e non verso l’alto.
Dal 2004 possono gareggiare anche le donne nel bob a 2. La classifica delle gare maschili viene calcolata sommando i tempi di quattro discese, mentre per le donne le discese sono due così pure per il bob a 4.
I nuovi mezzi prodotti in Germania da Langen hanno all’interno speciali carenature segrete con inserti pure in carbonio per alleggerire il peso a favorirne la velocità con atleti possenti con masse al di sopra degli 85 kg. Il costo è lievitato moltissimo: si parla di 80.000€ per acquistare un bob a 4.

Le piste da bob
Come era logico, le piste venivano costruite nelle zone più fredde della località prescelta, possibilmente in zone ombreggiate e su un versante della montagna, dove si potevano avere pendenze e curve adeguate. Il fondo della pista era generalmente costruito in cemento e veniva ghiacciato da operai specializzati, sotto la guida di un direttore che generalmente era un vecchio pilota di bob. Gli operai, quasi sempre gli stessi in Italia, sia a Cortina che a Cervinia, dove esisteva la seconda eccellente pista italiana, mescolavano acqua alla neve raccolta nelle adiacenze o, in mancanza di una quantità adeguata, la neve veniva fornita da altre zone con dei mezzi di trasporto, poi con delle pale la fissavano sul cemento. Impiegavano circa 18 giorni per completare i lavori. Il collaudo della pista, avveniva lasciando andare dalla partenza un vecchio bob vuoto. Si osservava la sua discesa e se qualcosa non quadrava, si effettuavano le necessarie modifiche, togliendo od aggiungendo ghiaccio dove era necessario. La prima volta che vidi la pista, mi resi conto di quello che stavo per fare, la strada comunale veniva a contatto con la pista alla curva Antelao, dove c’era un piazzale ed una tribuna di legno sovrastante la stessa curva, Antelao era la quartultima curva delle 17 che formavano la pista.
Gli spettatori potevano vedere il bob che veniva giù uscendo dalla Bandion e dopo il lungo rettilineo Antelao, interrotto da una curvetta di appoggio, entrava nella curva Antelao. La curva girava a sinistra e con un breve raccordo si immetteva nella curva Cristallo che girava nel senso opposto. La cristallo era un’altra curva grande e spettacolare. La parete verticale nella parte superiore mi faceva capire quale doveva essere la velocità e il rischio che doveva comportare una discesa di bob.
Quello di allora non era lo stesso sport di adesso. Ora le piste sono refrigerate artificialmente, una serpentina collegata ad un edificio che contiene un compressore refrigerante, fa in modo che tutto sia più semplice. La ghiacciatura avviene spruzzando acqua nebulizzata direttamente sul cemento che ingloba le serpentine refrigerate. Nelle nuove piste, le curve non sono così alte, presumo anche per diminuirne i costi, ma più che altro per rendere più sicure le traiettorie. La costruzione delle prime piste era avvenuta quando le velocità erano molto più basse ed il perfezionarsi dei bob con l’aumento della velocità ha reso le piste vecchie molto più pericolose. La diversità delle traiettorie di allora, tra un bob e l’altro, potevano avere differenze superiori al metro; ora sulle piste moderne è questione di centimetri, ma la cosa più pericolosa era che in molte curve il bob poteva intraversarsi per tutta la sua lunghezza fino a piantarsi con il muso nel muro interno della stessa curva, con tragiche conseguenze.
La pista di Cortina, aveva un’altra caratteristica che la rendeva unica. Con i suoi 1740m, in quel momento, era la pista più lunga del mondo con un dislivello di 131m ed una pendenza massima del 16%, raggiungendo velocità superiori ai 130 km/h e alla curva Bandion si supera i (6G) (accelerazione di gravità che comprime il corpo 6 volte il suo peso). Ora è di 1350m con un dislivello di 120,5m. Chi impara lì, non ha problemi in nessun’altra pista del mondo.
“La mia convinzione è che gli incidenti avvengono solo per errori umani”; se si fa scivolare un bob vuoto su una pista, arriva al traguardo senza uscire mai di pista. Quando si gareggia ad altissimi livelli anche la piccola sbavatura può fare la differenza. Nel bob sono stati introdotti pure i millesimi di secondo al fine di determinarne il vincitore tanto minima è la differenza tra equipaggi.

Gli atleti attuali
Oggi all’Italia forse mancano i piloti vincenti. Attualmente v’è solo un atleta che con le sue intuizioni e con le conseguenti capacità di guida può assicurarci un podio mondiale: Simone Bertazzo di Pieve di Cadore, figlio d’arte. Del resto siamo stati abituati troppo bene nelle precedenti stagioni agonistiche coi risultati di: Monti, Zardini, Ruatti, Dalla Costa, De Zordo, Gaspari, Vicario, Alverà, Frigo e Huber ed altri tutti nomi eccellenti che hanno saputo rendere la disciplina del bob una attività ambita, affascinante quasi priva di pericoli, merito delle loro indiscusse capacità tecniche, ma anche delle loro carismatiche personalità che costituivano un contesto ambientale particolare. Arrivare al bob non è difficile ed il costo è limitato perché tutte le spese sono sostenute dalla società d’appartenenza. Bisogna essere forti e veloci fisicamente, amare la velocità e non essere facilmente impressionabili.
Simulazione di una discesa tipo
Al fine di rendersi conto di ciò che si prova in una gara di bob, simuliamo una emozionante discesa tipo.
Monti alla guida con Zandonella secondo, Armano terzo e De Paolis frenatore. Ci siamo appena infilati nella guaina elasticizzata (tipo discesisti). Il freddo è intenso ma non indossiamo altro. Ci prepariamo con esercizi di riscaldamento muscolare anche per riscaldarci a quelle rigide temperature mattutine anche di – 20°. A parte la considerazione del freddo la sola guaina ci dà la possibilità di avere il contatto diretto col bob: non sembra ma costituisce un accorgimento che consente le tempestive correzioni atte a mantenere il costante e perfetto assetto, evitando sussulti e sbandamenti lungo il budello ghiacciato. Alla partenza la concentrazione è massima. Le scarpette da centometrista cosparse da una miriade di puntine d’acciaio conficcate nel ghiaccio ci permettono di non scivolare ed effettuare la nostra corsa coordinata evitando l’impatto coi piedi del compagno che ti segue o ti precede. Forza dunque chi più ne ha più ne metta, la potenza delle braccia, la forza scattante dei muscoli delle gambe, la volontà, la concentrazione, la determinazione devono esplodere all’unisono coi compagni d’equipaggio. Devi esprimere in quei 30-40 metri tutta la potenza al bob che sempre più velocemente inizia la sua discesa. Quando, ultimata la tua spinta salti nel bob ti siedi in fretta ma con delicatezza, rannicchiandoti con il collo in mezzo alle spalle ed unendoti agli altri nella migliore aerodinamicità, le scarpe sfiorano i tuoi compagni (non infilargliele in un polpaccio o in qualche altra parte: è doloroso). Non agitarti sii sempre in linea con gli altri, rammenta che anche il più piccolo movimento si riflette sul mezzo ed i centesimi di secondo se ne vanno. Rilassati leggermente nei rettilinei, prendi fiato e presentati a polmoni pieni all’entrata della curva reagendo con le braccia e tutte le masse muscolari del tuo corpo alla forza che ti sta schiacciando sul pavimento del bob pronto a qualsiasi reazione mentre sfreccia sulla curva imprimendo talvolta una forza centrifuga pari ai 6G. Traguarda con lo sguardo attraverso il collo e le spalle del compagno che ti precede per controllare la pista, pensa che il tuo capo equipaggio sta lasciando correre e scivolare il bob nella sua linea ideale. Nelle mani il pilota ha dei guanti finissimi e spesso nulla al fine di avere la massima sensibilità nella guida. Il bob durante la discesa più che guidato deve essere assecondato, guai a forzare. Occhio intuito, infinita sensibilità e freddezza completano le doti del pilota. Occorre essere sereni e lucidi, sempre attenti e vigili pronti a tutto. Il bob non perdona la minima disattenzione. Il pilota è sicuro e conta sul suo equipaggio, sa che un suo eventuale errore nell’impostare la curva, un mettersi a coltello può trovare la correzione, in buona parte dei casi, dal suo equipaggio con un tempestivo ed opportuno colpo di spalle. La corsa continua nella traccia ghiacciata con estrema leggerezza e sensibilità nella guida per far salire la slitta nell’entrata di curva, senza perdere velocità e quindi a metà curva cambiare direzione ai pattini per piombare in centro al rettilineo senza sbandamenti. Così di seguito sino al passaggio della fotocellula illuminata che segna il traguardo. De Paolis a quel punto si alza e con lo sguardo scruta il punto in cui deve azionare il rastrello del freno per fermarsi sulla piazzola ove ci attendono esultanti i tifosi assiepati ai bordi dell’arrivo.
Vi è piaciuta la discesa?

I risultati di Roberto Zandonella Necca
Nel 1965 con Gianfranco Gaspari, unitamente a Bruno Menardi e Renato Zardini, vince il titolo Italiano di bob a 4.
Nel 1966 svolge il servizio militare ma continua gli allenamenti atletici partecipando alla gara delle truppe alpine di Sappada.
Nel 1967, vincendo il titolo Italiano di bob a 4 con Monti, Zampedri e Siorpaes viene scelto a far parte dell’equipaggio di Eugenio Monti per partecipare alle pre-olimpiadi di Grenoble. Fu un giorno memorabile e sprizzando gioia da tutti pori gli sembrò di aver toccato il cielo con un dito.
Eugenio Monti era un Grande uomo scrupoloso, meticoloso e aveva uno sguardo penetrante. Quando ti guardava o contattava ti faceva credere di essere la persona più importante al mondo per lui. Pieno di inattese profondità con una modestia immensa: considerava tutti come sé stesso.
Disseminava lungo la pista i suoi fidati tecnici osservatori (a quei tempi non c’erano molte telecamere) e così quelli lo informavano degli eventuali errori commessi e delle traiettorie migliori. Non gli sfuggiva nulla. Era rigorosissimo. Finita una discesa, ad esempio, dopo averci dato le direttive sulla preparazione del bob e delle lamine che dovevano essere perfette sia in allenamento che in gara iniziando la lucidatura con carta vetrata grana n.100 per finire alla sera con la lucidatura con carta di grana n.600, rifaceva a piedi, in senso inverso, tutto il percorso dove aveva disseminato gli osservatori per studiare i vari passaggi e rielaborare la linea ideale.
Alle Olimpiadi di Grenoble i bob Italiani arrivarono coperti sino all’ultimo momento con un telone per nascondere la novità progettata da Siorpaes .
Nel 1968, dopo le selezioni di Cervinia, partecipa alle Olimpiadi di Grenoble, in Francia, conquistando la medaglia d’oro nel bob a 4 unitamente a Monti, De Paolis e Armano col tempo di 2.17.39, davanti all’equipaggio Austriaco di Thaler (2.17.48) e il terzo dello Svizzero Vicki (2.18.04). Molti però non sanno o non ricordano i particolari di quella gara che ebbe una modalità molto strana.

Il racconto dei protagonisti
“Le luci gialle illuminavano la pista, sembrava una notte da marziani. C’erano solo atleti, gendarmi e giornalisti. I tifosi erano tornati a casa, stanchi di aspettare. A Grenoble la temperatura era troppo alta per scendere con il bob. La gara che assegnava le medaglie olimpiche veniva rinviata di continuo. Fino all’ultimo giorno utile. La chiamata era fissata per le 20, quando avrebbe fatto più fresco. Niente, era ancora troppo caldo. Tornammo in albergo, poi di nuovo alla partenza a mezzanotte: altro tentativo a vuoto. Due ore dopo fu la volta buona”.
Armano, Zandonella e De Paolis onorano il loro capitano Eugenio Monti: “È stato un grande maestro. Riservato, capace di sciogliersi al momento giusto. Aveva appena vinto l’oro nel bob a due. Fu lo stimolo per caricarci ancora di più prima della nostra gara”.
“Alla partenza, l’Italia aveva tutti i fotografi alle calcagna: volevano immortalare quel marchingegno sperimentato da Sergio Soirpaes, il tecnico che aggiunse il tubo di spinta per il pilota, che fino a quel momento accompagnava il bob senza sfruttare al meglio la forza.”
“La lunghissima gara del bob a 2, aveva sottratto molte discese di allenamento al bob a 4. Il nostro equipaggio era composto oltre che da Monti e me stesso, da Roberto Zandonella al secondo posto a destra, con la barra di spinta, saldata circa al centro del bob e Mario Armano, al terzo posto con la barra laterale, piazzata sulla parte posteriore a circa tre quarti del bob.”
“Il Pilota e il terzo componente dell’equipaggio, spingono il bob sul lato sinistro, il numero due, sul destro. Queste posizioni non sono vincolanti, si possono cambiare, per la comodità di corsa degli atleti.”
“Sempre attenti anche al più piccolo particolare, normalmente si metteva il più forte e pesante al secondo posto, a compensare la spinta dei due che stavano sulla sinistra. Il terzo era mediamente più veloce del secondo. Ma spesso i due centrali si sceglievano il lato più consono alla loro comodità nell’azione di spinta. Il frenatore aveva la posizione più comoda, due barre di spinta, situate all’esterno della parte posteriore, facevano convergere la sua spinta esattamente al centro del bob. Di norma il frenatore è quello che sale per ultimo, quindi, viene data quella posizione al più veloce, ma non è necessariamente sempre così. Facemmo 2 discese di allenamento e la gara fu ridotta a 2 discese. Nella storia delle Olimpiadi non c’era mai stato un pilota che avesse vinto tutte e due le specialità. La differenza tra 2 e 4 c’era ed era maggiore a quei tempi dove le curve più alte permettevano traiettorie molto differenti. Il bob a due poteva intraversarsi in alcune curve che erano più alte della sua lunghezza, quasi impossibile per il bob a 4. Per rendere l’idea, il 2 poteva essere paragonato ad una motocicletta ed il 4 ad un pullman.”
“La gara effettuata su 2 manche fu semplice, c’è poco da raccontate, furono due discese buone, non eccezionali ma buone, perché spinsero così forte che non ci fu battaglia. Non facemmo il record della pista che fu della Svizzera. L’unica azione degna di essere raccontata è il nostro comportamento all’entrata di una curva. C’era un punto in cui l’entrata in curva era veramente problematico. La difficoltà era maggiore nel bob a 4. L’entrata avveniva in un modo eccessivamente brusco tanto da mettere in dubbio l’integrità della stessa struttura del bob. Avevamo convenuto con Siorpaes di fare un’azione sincronizzata prima dell’entrata in curva, avremmo usato il peso del nostro corpo per effettuare una manovra che avrebbe agevolato l’entrata. Queste azioni appartengono all’archeologia del bob. Ora faranno ridere i bobbisti più recenti, ma sulle piste di allora penso che fosse necessario.”
“La curva girava a sinistra e noi alla distanza stabilita spostavamo le spalle a sinistra, poi agendo sulle maniglie di destra cercavamo di rovesciare il bob in modo da metterlo a coltello nel momento che entrava in curva. Lo facevamo in modo perfetto. Sergio si recava sul posto a confermarci la correttezza dell’azione. Finalmente anche noi potevamo dare un contributo alla discesa. Ma la sorpresa più rilevante fu in partenza. Nella prima manche, con 4 e 28, suscitammo lo stupore generale; ricordo un giornalista statunitense, mi stava intervistando in italiano, stupito e ammirato da quella spinta. Io non ero partito in perfetta sincronia, era la prima volta che spingevamo al massimo e l’azione dei miei due colleghi mi aveva sorpreso. Ero partito in leggerissimo ritardo, anche se avevamo fatto gli idonei allenamenti il giorno della gara ebbi quella piccola indecisione che per arrotondare potevo stabilire in 3 centesimi. Al giornalista dissi che potevamo fare meglio: “la prossima volta faremo, 4 e 25”. Non ci crederete: fu 4 e 25. Per fortuna ho dei testimoni altrimenti non ci avrei creduto nemmeno io. Era un caso, ma potete immaginare il giornalista che faccia fece quando mi incontrò di nuovo. L’unico insoddisfatto era Eugenio: secondo lui aveva vinto perché aveva l’equipaggio migliore e questo, sembrava pensare, che non fosse giusto. Lo ripeteva in ogni occasione, felice della vittoria, ma insoddisfatto per come aveva conseguito il risultato. Avrebbe voluto vincere, con tutti gli handicap possibili. Per una volta che aveva un equipaggio degno di lui, leggevo una piccolissima insoddisfazione. Ci dimostrò sempre una gratitudine esagerata, ma io credo che fosse giusta la nostra nei suoi confronti. Gianfranco Gaspari, Italia 2 nel 4, si classificò al 6° posto, dopo essere stato 3° il primo giorno. Con pochissime discese di allenamento su quella pista, fu una prestazione eccezionale. Aveva preoccupato anche Eugenio che alla richiesta di un consiglio su come fare una curva del percorso, rispondeva ridendo: “bassa e lunga, bassa e lunga”, senza dare spiegazioni.”
“Fummo premiati a Grenoble allo stadio del ghiaccio come la volta precedente. La pista era a 90 km da Grenoble. Eravamo in alta uniforme ed Eugenio in Francia doveva essere un mito, perché ci tributarono un’ovazione incredibile, che insieme all’inno di Mameli mi fece commuovere.”
“Tra l’altro non avevamo vinto solo gli ori Olimpici; l’FIBT, la Federazione Internazionale di Bob, visto che i Mondiali quell’anno non furono disputati, con una cerimonia all’Alpe D’Huez, decise di assegnare ai vincitori Olimpici anche il titolo Mondiale. Al termine della sua attività agonistica, Eugenio Monti avrebbe totalizzato 11 titoli mondiali e 2 ori Olimpici, oltre i bronzi e gli argenti.”
“Prima discesa? Miglior tempo di spinta 4,28 nella prima prova e generale, davanti agli austriaci”, ricorda Armano. Erano a metà dell’opera. “Dai, dai possiamo fare di più”, ci spronava De Paolis.
“Via all’ultima discesa e altro record di spinta 4,25. “Per forza, De Paolis saltò dentro come un matto”, sorride Armano, “mi diede anche un calcio sulla schiena”. Zero sbavature e oro all’Italia. Armano ha le lacrime agli occhi, Eugenio, anche se vive in un mondo tutto suo sa quanto deve a questi uomini che lo hanno seguito con l’umiltà degli allievi verso il maestro, si rivolge ai giornalisti presenti dicendo: voi che scrivete sui giornali ricordatevi di dire che debbo la vittoria al mio equipaggio, Zandonella, Armano e De Paolis non sono state delle zavorre umane che io mi sono portato appresso. Si sono comportati come dei bobbisti incalliti dotati di lunghi anni di esperienza. Io ho sbagliato una curva e loro mi hanno subito corretto la sbandata del bob con un poderoso colpo di reni. Senza questi ragazzi, io sarei qui ora a mordermi le mani dalla rabbia. Ci sentimmo gratificati delle rinunce e sacrifici fatti ed al settimo cielo.”
“Il dopo gara fu stressante, si era gareggiato il 17 febbraio 1968 alle 4 di mattina per le temperature elevate che rendevano precaria la formazione del ghiaccio e senza dormire ci portarono alle premiazioni in città a Grenoble. Ci condussero nella sala stampa per rispondere alle domande ed interviste dei cronisti. Dopo la consegna delle medaglie e la chiusura dei Giochi dopo la mezzanotte, rientrammo all’Alpe d’Uez, 60 km più a nord dove alloggiavamo. Il 18 febbraio ci svegliarono di buonora per recarci in macchina a Milano ospiti della domenica sportiva dove Eugenio alla domanda del cronista come ci sentivamo esclamò “Siamo stanchi d abbiamo fame”. Alla fine della trasmissione (alle 24), affamati, ci portarono al ristorante “all’Assassino” di Milano dove Nereo Rocco stava cenando col Milan.”
“Il giorno dopo sveglia alle 3 per trasferirci a Cortina dove ci aspettava un bagno di folla immenso. In quello stesso momento Eugenio Monti e Roberto Zandonella percorrevano il corso di Cortina, a bordo di una Jeep scoperta con un serto di alloro al collo dal Garage Centrale sino al Campanile dove era posto il palco per il collegamento video con Roma (con De Paolis) e Novara (con Armano). Mi misero in collegamento e scambiammo qualche battuta, scherzavano sui miei esami dove mi sarei trovato più in difficoltà che sul bob.”
“Al termine della manifestazione ci fu l’incontro emozionante con una delegazione di autorità, parenti, amici venuti da Dosoledo, presso il Gambrinus. In tre giorni aveva dormito 4 ore.”
“È Monti, il gigante dei XXI giochi Olimpici perché dopo dieci medaglie d’oro ai Campionati Mondiali non aveva mai vinto un Olimpiade. Sfiorò l’oro Olimpico nel 1964 a Innsbruck dove gareggiava nel due con Siorpaes. In testa dopo le prime prove con l’inglese Nash al secondo posto, alla partenza della prova finale l’inglese si accorge della rottura di un bullone dell’asse posteriore del proprio bob; Monti, che aveva già concluso la prova al primo posto, venne a conoscenza del fatto e incaricò Siorpaes di togliere il bullone del proprio bob per darlo a Nash che così vinse l’oro Olimpico. Molti dissero che così aveva perso le Olimpiadi, ma lui freddo rispondeva che Nash era stato più veloce e bravo. Per questo gesto fu il primo atleta nella storia a ricevere il premio Pier De Cuberten (Medaglia del vero sportivo chiamata anche premio Fair Play). Finalmente nel 1968 riesce a conquistare l’oro Olimpico sia nel bob a due che nel bob a quattro. Sulle pagine della Gazzetta dello Sport non era stato dato molto spazio. Oggi delle medaglie così riempirebbero i giornali e se ne parlerebbe per giorni, ma a quell’epoca rimase patrimonio di pochi.
Tutto quello che ottenne fu essere ricevuto al Quirinale da Saragat, Presidente della Repubblica che lo insigniva del titolo di Cavaliere della Repubblica per meriti Sportivi ed un orologio in omaggio dall’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro presso il Foro Italico in Roma. Come premio il CONI diede un assegno di 250.000 lire e la FIAT gli consegnò a Cortina una 500 L.”
“La diaria giornaliera riconosciuta per le piccole spese quotidiane era di 3 dollari al giorno (1800 lire: si pensi che una bevanda all’Hotel Cristallo di Cervinia costava 2500 lire).

I successi dopo le Olimpiadi
Nel 1969, dopo il secondo posto agli Europei di Cortina, il dottor Costantini Capo del Dipartimento provinciale del C.F.S. (Corpo Forestale dello Stato di Belluno) mi propone di entrare nel C.F.S. Io, avendo terminato da due anni il servizio militare, ero un po’ perplesso. Eugenio, venuto a sapere della mia indecisione, mi spronò dicendo: “ma va mona firma subito la domanda, potessi io, lo farei immediatamente”.
Convinto da questo consiglio firmai la domanda di ammissione al corso Guardie Forestali. Il giorno dopo parto per partecipare ai Campionati del Mondo di Lake Placid (USA) con Gianfranco Gaspari, unitamente ad Armano e Pompanin. L’organizzazione dei mondiali voleva pubblicizzare l’avvenimento e New York era la città più adatta. All’aeroporto fecero le foto a tutte le squadre Nazionali e poi raggiungemmo Lake Placid in pullman. Fu un viaggio lunghissimo, 600 km su un’autostrada che inizialmente era a 5 corsie. La cosa che mi colpiva era il limite di velocità, 65 miglia orarie, circa 105 km/h. Le auto che viaggiavano sull’autostrada mantenevano sempre la stessa velocità, avevano già il Cruise, un dispositivo che manteneva la velocità preselezionata automaticamente. Mi ero appisolato non so per quanto tempo, quando mi svegliai vidi le stesse auto, intorno a noi che viaggiavano nella stessa posizione precedente alla mia dormita. Fu così per molto tempo. Arrivammo a notte fonda: ero veramente stupito perché non era come a New York: quasi tutti gli edifici, infatti, erano di legno, compresi i grandi alberghi.
Quell’anno gli statunitensi organizzarono grandi eventi. Un giorno misero a nostra disposizione 79 motoslitte per un’escursione sul maggiore dei due laghi. Il più grande era Lake Placid, l’altro era Mirror Lake, molto più piccolo. Scorrazzammo sul lago, c’erano degli isolotti dove avevano acceso dei fuochi per delle grigliate accompagnate con champagne dello stato di New York. Era divertente, il ghiaccio era molto spesso, sopra c’era molta neve che impediva alle motoslitte di avere un’eccessiva velocità, ma scoprii presto che correndo sulla traccia di un’altra slitta si raggiungevano velocità eccitanti. Ruppi tre motoslitte. Le lasciai in mezzo al lago, chiedendo un passaggio a qualcun altro.
A Lake Placid, dopo una breve dormita ci recammo sulla pista, a circa 15 miglia dalla cittadina. C’era un grande capannone che ospitava tutti i bob. Un argano pendeva dall’alto e scorreva su una rotaia, agevolando il lavoro nel sollevamento dei bob. I bob erano stati smontati per il trasporto, dovemmo lavorare duro per rimontarli. Alle 8 sarebbero cominciate le discese. Gaspari su 4 manches si classificò al secondo posto per soli 12 centesimi, dopo aver fatto segnare e migliorare per due volte il record della pista . La vittoria andò all’equipaggio tedesco di Zimmerer.
Nel 1970 passai dal Bob Club Cortina al Centro Sportivo Forestale con la conseguente tranquillità economica dopo varie selezioni.
D’Ilario, il preparatore atletico della squadra Nazionale di bob, era sempre un po’ melodrammatico quando era necessario. Il pomeriggio precedente alla gara aveva fatto le valige e le aveva messe in bella evidenza nella hall. Chiese ad Eugenio Monti, che era il responsabile tecnico, chi secondo lui era il pilota migliore. Lui rispose “De Zordo”. Era convinto che lo fosse, anche se nel 2 Vicario lo aveva battuto. Gli chiese ancora qual era l’equipaggio migliore da mettergli dietro: “Zandonella, Armano, De Paolis”. A questo punto D’Ilario disse: “se la pensi così, vai di là e comunica le formazioni degli equipaggi, perché come vedi ho fatto le valige; se non farai così torno a casa e non mi vedrete più”. Eugenio forse avrebbe preso la decisione da solo, ma quell’ultimatum diede più forza alla sua iniziativa e impose quello che pensava fosse giusto. Dopo tutto, lui alle Olimpiadi non aveva avuto nessuna esitazione a prendere un Romano sconosciuto ai più.
Fu fermo nella sua decisione, alla riunione successe un pandemonio, Monti non si mosse di un millimetro, chi non era d’accordo poteva tornare a casa. La grande differenza tra la spinta nella pilote e quella in gara avevano aiutato ad assumere un comportamento premiante del valore atletico, cosa non facile in quel periodo.
La gara fu emozionante. Mi preoccupai soltanto il mercoledì, quando De Zordo, dopo aver fatto il record della pista, disse: “ho capito tutto”. Io invece avevo capito che non doveva rilassarsi. Dopo tre discese Zimmerer, grandissimo pilota tedesco, era in testa: l’ultima manche era sceso prima di noi con un ottimo tempo. C’erano poche speranze di vittoria. Fortunatamente prima della nostra ultima manche, Nevio cominciò a preoccuparsi. Qualche decina di minuti prima della partenza lo vidi immobile al centro del piazzale con il soprabito poggiato sulle spalle alla disperata ricerca di concentrazione; una mano a coprire gli occhi: stava ripassando la pista. Io Luciano e Mario stavamo scaldandoci poco distanti da lui. Li chiamai, li informai che dovevamo continuare il riscaldamento nelle vicinanze di Nevio, in silenzio e di non far avvicinare nessuno. C’era sempre qualche inopportuno che veniva a fare gli auguri, a dare pacche sulle spalle o alla ricerca di autografi. La sua concentrazione non doveva essere interrotta. Molti presenti erano di Pieve di Cadore, qualcuno, messo al corrente, ci aiutò nell’operazione. A gesti allontanammo tutti gli indesiderati che si avvicinavano. Riuscì a concentrarsi magnificamente, perché fu una discesa fantastica, nuovo record della pista e vittoria finale. Anche noi spingitori facemmo la nostra parte: 39 centesimi di vantaggio totale, in partenza, 17 all’arrivo. Quella vittoria fu accolta da noi dell’equipaggio con una soddisfazione anche esagerata. Era la conferma che la vittoria Olimpica non era un caso. Avevamo vinto dietro un altro pilota. Con Eugenio Monti aver vinto poteva essere scontato. Ribadirlo a distanza di due anni toglieva ogni dubbio. I compaesani di De Zordo erano arrivati con 5 pullman e ci dettero la tredicesima mensilità; cercammo di rifiutare, ma l’avevano proposto prima e volevano che accettassimo. Nell’intento di favorire il loro pilota ci avevano promesso che avrebbero dato ad ognuno di noi 10.000 lire se facevamo una spinta di 5.30, più 1000 lire per ogni centesimo sotto i 5.30. Facemmo 5.16.
Mi accorsi che avevamo vinto quando, frenando il bob, vidi l’ingegner Galli che si sbracciava agitando le braccia con un sorriso enorme, per un attimo, ma solo per un attimo, mi fu simpatico.
L’equipaggio Olimpico (Zandonella, Armano, De Paolis) unitamente al pilota di Pieve di Cadore De Zordo conquistarono la medaglia d’oro esaltando ed entusiasmando le migliaia di emigranti italiani presenti all’arrivo. Il podio era così formato: sui gradini più alto De Paolis, Zandonella, Armano, De Zordo. Alla destra, 2° classificato, la Germania di Zimmerer. Alla sinistra la Svizzera di Stadler. Un ricordo particolare di quella vittoria, oltre alla marea di italiani entusiasti perché eravamo riusciti a battere tedeschi e svizzeri che continuamente li sfottevano. Fu la telefonata del Segretario FISI Cesare Bonvini che dopo una settimana gli telefona dicendo che dal forte abbraccio, nella foga dopo la vittoria, la sua signora aveva avuto due costole incrinate, ma era felice.

L’epilogo della carriera
Nel maggio entra a far parte del Corpo Forestale dello Stato che gli permette di fare attività a tempo pieno ed avere uno stipendio fisso. Nel 1971 partecipa, unitamente all’equipaggio Olimpico, ai mondiali di Cervinia, con Alverà pilota: dopo le prime 2 prove sono in testa alla gara, ma il giorno successivo in una discesa di (apripista) il bob si rovesciava all’uscita della curva azzurra ed i pattini destri uscendo dal muretto impediscono all’equipaggio di raddrizzarlo e così fecero tutta la curva d’arrivo col bob sopra precludendo, con l’infortunio di tutto l’equipaggio, il risultato. Con la vittoria al Campionato del Mondo del 1970 avevamo acquisito il diritto di partecipare alle pre-olimpiadi di Sapporo 1971.
Partito per il Giappone, pur con l’ulna ed il radio incrinati, conquistarono la medaglia d’argento alle pre-olimpiadi con l’equipaggio di De Zordo, Armano e De Paolis.
La carriera di bobbista termina con l’8° posto alle Olimpiadi di Sapporo 1972 con Gianfranco Gaspari dopo una vicenda travagliata da esclusioni e riammissioni all’ultimo momento dopo aver dimostrato l’eccellente stato di forma.
“In poche parole, mi trovavo a Sapporo da un mese e ci si allenava giornalmente atleticamente, oltre a caricare e scaricare i bob sui camion. La settimana delle prove olimpiche del bob a 4 Eugenio, allora direttore tecnico mi si avvicina, sicuramente sotto pressione dei dirigenti avversari e mi dice “siccome sei fuori forma dovresti dichiarare che hai un’infiammazione al tendine d’Achille affinché possa essere chiamato dall’Italia un atleta che non era stato convocato”. L’atleta in questione aveva la fidanzata segretaria di un noto e grande esponente politico, io appartenente al Centro sportivo Forestale risposi che se i miei superiori mi avessero ordinato lo l’avrei fatto. Tutto si afflosciò e passò nel silenzio. La vigilia delle prove olimpiche del bob a 4, non avendo fatto alcuna discesa sino a quel momento, chiesi assieme agli altri esclusi di effettuare una prova con il pilota di riserva Alverà: ci fu concesso e tutti contenti ci concentrammo per dare il massimo di noi stessi. La partenza fu bruciante ed ottenemmo il miglior tempo di spinta con 19 centesimi di vantaggio sul miglior equipaggio Italiano di De Zordo. Per me e per tutti noi fu come aver vinto l’Olimpiade. In seguito la commissione tecnica decise, la sera prima delle gare, di ricomporre l’equipaggio olimpico senza aver mai provato assieme una spinta con alla guida Gaspari.”

I podi di Roberto Zandonella Necca
– 1965, 1° classificato: campionati italiani di bob a 4, Cortina. Pilota: Gaspari
– 1967, 1° classificato: campionati italiani di bob a 4, Cervinia. Equipaggio: Monti, Zampederi e Siorpaes
– 1968, 1° classificato: giochi olimpici di Grenoble, bob a 4. Pilota: Monti
– 1969, 2° classificato: campionati mondiali di Lache Placid. Pilota: Gaspari.
– 1970, 1° classificato: campionati mondiali di St. Moritz. Pilota: De Zordo.
– 1971, 2° classificato: pre-olimpiadi di Sapporo. Pilota: De Zordo.
– 1972, 8° classificato: giochi olimpici di Sapporo. Pilota: Gaspari.

Dopo la carriera da atleta
Nel 1972, non permettendo più il C.F.S. (Corpo Forestale dello Stato) di fare bob, perché non aveva una squadra completa, diventa Maestro di sci. Rientra a far servizio Forestale al Coordinamento Distrettuale di Pieve di Cadore. Nel periodo di inattività (alla sera fuori servizio) prepara e coltiva i mini atleti del pattinaggio velocità di Pieve di Cadore con sedute atletiche e nelle serate invernali sul pattinaggio del Roccolo, pattinando corregge i piccoli promettenti atleti del sodalizio Cadorino quali De Marc, Marinello, Basso ecc. che poi vestiranno la maglia azzurra, in particolare De Marc Mario con risultati eccellenti.
Nell’autunno del 1973 viene trasferito a Vittorio Veneto ove il dottor Baldo diventa Capo dell’Ufficio Amministrazione dell’Azienda di Stato Foreste Demaniali e permette il distacco parziale dal servizio alla Guardia Forestale Zandonella per allenare la squadra agonistica dello Sci Club Nottoli di Vittorio Veneto che aveva per presidente De Vescovi Sergio. Gli atleti erano in pochi, col passare degli anni, veniva acquistato un pulmino Wolkswagen che serviva per gli spostamenti giornalieri negli allenamenti in Cansiglio, Cortina, Passo Giau, Enego e località varie. Molti furono negli anni gli atleti famosi usciti da questo sodalizio. Dal 1973 al 1978, anno in cui Roberto fu chiamato ad avviare ed allenare il Centro sportivo Forestale, ci fu un successo strepitoso con Rotella Lamberto che nel 1976 vinse le fasi Nazionali dei Giochi della Gioventù, poi sempre tra i primi 5° nelle successive manifestazioni di categoria superiore; Baldo Mauro 5° in una gara di Coppa Europa di discesa libera, 2° ai Campionati Italiani Universitari poi allenatore della nazionale maschile di discesa e della Forestale; Beghetti Paolo e Cristina, Pullini Guido, Ceccato Carlo, Nacci Giuseppe, Costa Anna diventati poi Maestri di sci; Balbinot Pierangelo e Alessandro Casagrande, Paola Sonego, Graziano e Antonio, Serravallo Alberta, Caldart Alessandra ed Antonella, le sorelle Rotella Marzia e Stefania tutti atleti appartenenti al mitico Centro Sci Cansiglio, patrocinato dalla FISI e dal CONI, che ogni domenica salivano sul podio nelle varie manifestazioni circoscrizionali e regionali.
Nel 1978 viene chiamato ad istituire e guidare la sezione Sci Alpino del Centro Sportivo del Corpo Forestale dello Stato di Collalto nel Comune di Auronzo. Per ben sette anni si prodiga facendo l’allenatore, preparatore atletico, autista, cuoco nelle trasferte sui ghiacciai, sfornando atleti che poi vestono la maglia azzurra tra i quali:
– Arban Andrea (Campione Italiano di Combinata DH.SL.GS. agli Assoluti del 1980);
– Baldo Mauro (in qualità di osservato dopo essere arrivato 6° alla finale Nazionale Tr. Salomon di discesa)
– Costa Rinaldo, Fontana Diego, Scardanzan Mario e Zardini Paolo entrano a far parte delle squadre Nazionali e vestire la maglia azzurra.
Nel 1995, dopo aver fatto per anni servizio d’ordine nelle vacanze estive del Presidente della Repubblica Cossiga, viene insignito del titolo di Cavaliere Ufficiale.
Nel 1985 rientra in servizio a Vittorio Veneto. Dai Dirigenti dello Sci Club Nottoli gli viene chiesto di seguire un gruppo di giovani atleti. Riparte per la seconda volta con un folto gruppo di principianti e li porta negli anni ad acquisire vittorie in campo provinciale, regionale e nazionale.
Tra gli atleti che più sono saliti sul podio in questo secondo periodo, si evidenziano:
– Dal Mas Roberto, diventato poi maestro ed attuale aiuto allenatore
– Zandonella Christian, Varaschin Verena, Maset Marco e Paolo, Savini Christian e Stefano, Fontana Denis, Candiago Jacopo, Candiago Martina, Visentin Francesca, Sonego Alberto, Dal Bo Andrea, Visentin Jessica, Manservigi Rossella, Conte Carlo e Federico, Michelet Kevin, Cirillo Marco-Enrico e Tonon Andrea
Tutti gli anni gli atleti conquistano i titoli Provinciali nelle categorie giovanili.
Nell’estate del 1998 fu chiamato come aiuto nella squadra Nazionale di slittino su pista, ma all’inizio della stagione sciistica rientrava per allenare i suoi terribili Nottolini sciatori in erba.
Nel 2000 viene eletto nel consiglio direttivo dell’A.M.O.V.A. (Associazione Medaglie d’oro al Valore Atletico) che raggruppa tutti coloro che sono stati insigniti dal CONI con la Medaglia d’oro al valore atletico (campioni olimpici, mondiali, recordman ecc.)
Nel 2005 diventa responsabile AMOVA per gli Sport Invernali.
La stagione 2002-2003 è la 30° stagione agonistica svolta al servizio delle giovani leve dello sci Italiano.
Durante l’anno successivo innumerevoli vittorie nelle gare circoscrizionali e Campionati Provinciali con i vari Cirillo Marco Enrico, De Bin Edoardo, Tonon Andrea, Pin Matilde, Michelet Kevin, Sabadin Roberta e Conte Carlo. Ai Campionati Italiani Giovanissimi l’atleta Cirillo Marco Enrico, dopo aver vinto i regionali, si piazza al secondo posto a soli pochi centesimi dal primo a coronare cosi una stagione ricca di successi.
2005-2006: è la stagione del sorpasso al quotato Centro Sci Cortina. Gli atleti del sodalizio Vittoriose riescono a superare con i loro risultati il più blasonato Centro Sci Cortina in tutte le gare vincendo, nella categoria Baby e cuccioli e allievi e ragazzi il trofeo per società.
I suoi terribili atleti vincono quasi sempre nelle rispettive categorie facendo salire di conseguenza, sul gradino più alto, anche la società S.C. Nottoli Associazione Dilettantistica.
Questo sodalizio e l’impegno messo da coloro che vi partecipano vuole essere un esempio di come si può coniugare l’educazione e la crescita dei ragazzi con l’attività scolastica e lo svolgimento di una disciplina sportiva agonistica, senza che ciò pregiudichi il tempo libero e la socializzazione tra i bambini.
Partecipazione ad eventi di rilievo e riconoscimenti
C’era anche Roberto Zandonella come tedoforo n. 56, ultimo da Domegge a Pieve di Cadore, il 21 gennaio 2006 alle ore 12:04. Il Campione olimpico ha percorso i suoi 400m assegnatigli di corsa come si deve ad un atleta, nonostante i suoi 62 anni. Nonostante la dimenticanza di convocarlo da parte delle istituzioni (CONI E FISI), il Campione olimpico 1968 di bob a 4 con Eugenio Monti e Mondiale nel 1970 a St. Moritz con De Zordo, è stato convocato dalla Samsung per onorare Pieve di Cadore con la sua partecipazione al trasporto della fiamma olimpica a ricordo di quella splendida medaglia Mondiale conquistata unitamente a De Zordo, Armano e De Paolis. Sicuramente una splendida giornata nella quale è riuscito a coronare il suo sogno di portare la mitica fiaccola olimpica traguardo di una vita dedicata allo sport.
C’era anche a Roma il 16 dicembre 2015 alla consegna del Collare D’oro ai Vincitori di Olimpiadi dove ha richiamato il Presidente del consiglio Renzi per aver dimenticato che Cortina d’Ampezzo è candidata ai mondiali del 2021 e che a Cortina v’è la necessità di ristrutturare la pista di bob e Renzi ripreso il microfono ricorda l’importanza di questi avvenimenti.
Nel 2009 viene premiato con la Palma al Merito Tecnico dal CONI per l’impegno, la costanza e la dedizione prestata da ben 44 anni alla crescita di atleti dello sci alpino giovanile con lo Sci Club Nottoli e col Centro Sportivo Forestale con ottimi risultati.
In questo periodo è stato maestro di vita oltre che di sport, pilastro dello Sci Club Nottoli di Vittorio Veneto, padre per molti e simbolo da imitare per tutti. Allenatore di due generazioni che grazie al suo insegnamento ed esempio atletico sono riusciti a raggiungere traguardi insperati.
Il 29 dicembre 2009 gli viene assegnato, dallo Sci Club Trichiana, il premio “Gli indimenticabili”, annoverandolo così tra i massimi rappresentanti dello sport Mondiale quali: De Zolt, Monti, Lacedell ecc.
Il 17 ottobre 2014, in occasione dei 100 anni del CONI, la Regione Veneto consegna il Leone d’argento al Merito sportivo.
Il 16 dicembre 2015 viene consegnato dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi il Collare d’oro al Merito sportivo.
Il 1° luglio 2016 a Taormina in occasione del Gran Galà della maglia azzurra gli viene assegnato il premio prestigio ed esempio 2015.

Le parole del Campione
“Se dovessi provare a recuperare il comune denominatore di questi importanti anni della mia vita, sicuramente mi sentirei di dire Formazione. Formazione intesa come quel processo di costruzione o meglio co-costruzione di quello che in parte già siamo e che sentiamo di voler diventare perché in quel ruolo riteniamo di dare il meglio di noi. La vita è sicuramente un dono immenso che ci viene fatto da Dio, ma è a mio avviso un grande mucchio di creta bisognoso di essere lavorato personalmente per poterci svelare davvero tutte le perle in esso nascoste. A noi è dato solo il materiale, ci sono offerti tanti strumenti per poter agire su quel mucchio, strumenti che possiamo via via affinare ampliare e scegliere. È necessario quindi ci sia dentro di noi una grande forza di volontà nel voler plasmare quella che è la nostra vita, nel non lasciarla scivolare in modo passivo aggrappandoci magari all’illusione di poterla lasciare fare ad altri o al triste credo in quella forza del destino che ci segna e sulla quale non possiamo intervenire. La frase che più volte mi veniva ripetuta e che spesso risuona dentro di me è assai breve e di certo ha valenza universale “Tutto si può, basta volere”, ma la forza legata alla vittoria, pur molto sofferta, mi è stata da allora sempre compagna facendomi capire che nulla si ottiene facilmente, ma anche che l’energia che abbiamo dentro di noi a volte riesce davvero a smuovere le montagne. I momenti bui legati alla mia attività sportiva sono innumerevoli, lo sport se lo si ama è un mondo bellissimo per le emozioni che ti sa dare, ma spesso queste emozioni sono negative, spesso amplia la disparità tra le energie profuse ed i sacrifici fatti per raggiungere un obbiettivo ed il reale raggiungimento delle stesse. Il dover essere noi a costruire la vittoria con lavoro spesso lungo anni per poi dover accettare il più delle volte la sconfitta e soprattutto dover subito trovare la forza e la motivazione per ripartire. Credo questa sia una delle qualità che vorrei poter augurare ad ognuno di poter conquistare. Ho vissuto davvero molti momenti in cui con incredulità e triste meraviglia mi sono visto di fronte uno sport che tutto faceva tranne che invitarmi a continuare a viverlo e a credere in esso e una scuola che più che aiutarmi a crescere impegnandomi in quello che facevo mi lanciava messaggi contrari o perlomeno mi spingeva a lasciar perdere tutto. Una cosa però ho imparato da tutte queste esperienze: che perdere si può ed anzi la sconfitta va accettata con dignità se alle sue spalle c’è stata la responsabilità, l’impegno di una seria preparazione, ma arrendersi è ben più triste, arrendersi è perdere con sé stessi ed è soprattutto un errato atteggiamento nei confronti delle difficoltà. Le vittorie spesso non sono legate a episodi esagerati, a volte ci dà più soddisfazione un qualcosa che rimane nascosto, ma che per ottenerlo ha richiesto tanto impegno da parte nostra e soprattutto tanta forza. Momenti di disorientamento sono compagni fedeli nel percorrere le tappe importanti della nostra vita, ogni scelta comporta rinunzie e sacrifici, ogni salto nelle novità la paura, ci mette di fronte a noi stessi e alle nostre reali capacità, ma sono anche momenti fondamentali per riuscire a dare alla nostra vita la dignità e la luce che merita. Quando smisi di praticare il bob a livello agonistico la mia non fu una scelta avventata, bensì assai meditata e legata a motivi sia soggettivi che oggettivi. A livello oggettivo il mio posto in squadra nazionale lo avevo, appartenevo al Centro Sportivo Forestale che mi permetteva una serenità economica e tutto ciò spingeva per continuare a rimanere nello sport che però non rispondeva più ai miei valori da tempo e questo non riuscivo più ad accettarlo. Ora il mio sentiero è già chiarito, di bivi ne ho incontrati tanti e tanti ne incontrerò, ciò che è certo è che li ho affrontati e li affronterò sempre con quell’onestà e quel rispetto nel cuore.
Questo è lo stimolo che voglio trasmettere ai ragazzi d’oggi, quello cioè di cogliere le opportunità importanti che la vita pone loro di fronte per poter provare a realizzarsi in quello che sentono di voler essere, senza cedere di fronte al timore delle scelte perché la paura è giusto che ci sia, ma ci aiuta a guardare in faccia alla realtà, a non scottarci troppo in fretta, ma la paura va anche superata e la vita va osata. Con il lavoro, la determinazione, con il sudore e la fatica si possono raggiungere gli obbiettivi prefissati. Quando una persona non mente a sé stessa, gli obbiettivi e i sogni si avvicinano. Quando una persona è inconsapevole dei propri limiti allora gli obbiettivi restano sogni.”

giugno 2023