Le origini dello sport in Comelico
Tratto dal libro: Cazzoli Rino, Lo sport nel Comelico: in trent’anni dalla fondazione del Club sportivo Piave (1946-1976), Belluno, Tipografia Piave, 1977, pp. 7-14.
Mentre nell’estate del 1976 si chiude, con luci ed ombre, la XXI delle Olimpiadi moderne, ci vien fatto di collegarne la macroscopica organizzazione (più di 200 nazioni partecipanti con risultati che hanno rivelato possibilità umane che hanno dell’incredibile) con i modesti e pur sofferti contributi che ha dato allo sport la piccola patria del Comelico. A paragone di quanto espresso a Montreal sembrano affondare nel paleolitico rispetto all’era moderna. Un cainmino nel tempo ben più breve nella realtà ma che ha ugualmente comportato le grandi difficoltà di rottura che sono sempre all’origine di un nuovo costume.
Ci sia permesso indagare in un confronto, retorico se vogliamo ma pur sempre vero, tra quello che sta alle origini della moderna concezione dello sport e quello che è accaduto da noi.
Ci sembra che i monti del Comelico non debbano essere stati ostacolo dissimile da quelli della Macedonia o dell’Epiro nella loro funzione originale quando la Grecia incominciò a guardare ad Olimpia, nel 776 avanti Cristo, l’anno di nascita della prima olimpiade. Vi era diversità di campo d’azione ma unicità di ideali ed uguaglianza di difficoltà da abbattere.
Era stato, in Grecia, un evento alle origini di una nuova era storica a cui si indicava di illuminare il mondo proiettandovi nuovi ideali e che fece certo fremere i ragazzi di allora per l’istintiva attrazione del fiorire della giovinezza verso insospettati cimenti che avrebbero dovuto elevare l’uomo oltre i suoi limiti, molto ristretti dalle consuetudini della vita dei monti. E se qualcuno di loro, sentendosene la forza ed il coraggio, avrà osato cimentarsi nella mitica città dello sport, non sarà certo mancato anche chi l’avrà precorso iniziandolo, sorreggendolo e che avrà dovuto battersi con immaginabili sacrifici e incomprensioni dell’ambiente tradizionale per gettare il nuovo seme e farlo allignare: il seme dell’agonismo esaltante e miglioratore.
Non tanto diversamente è andata da noi molti anni fa. Ci vien fatto di ricordarlo anche perché quello che chiamiamo sport è ormai da tutti riconosciuto aver chiuso la sua fase eroica, che ne ha accompagnato l’evoluzione nel tempo, per diventare un bisogno sempre più sentito della realtà sociale moderna.
«Lo sport», scriveva Francesco Flora ancora molti anni fa, «lungi dall’essere nel suo insieme la più corrotta è, al pari della macchina, tra le più sane, giovani e fresche espressioni della presente civiltà».
Noi vorremmo aggiungere qualche cosa di più ed illuderci che, oltre a migliorare la macchina umana, può anche essere la valvola di sicurezza dell’istintiva aggressività che potrebbe sostituire le guerre del futuro trasformandole, col gioco, in una allegoria di tempi passati da dimenticare.
Questa non è una storia dello sport del Comelico, ma soltanto un «album di ricordi» che riemergono dopo trent’anni di calcio, sci, pattinaggio, hockey, dalla fondazione del Club Sportivo «Piave», che con modestia si è sempre inserito nella scia di questi grandi ideali. Altri ricordi si potranno aggiungere da chi la storia avrà veramente in animo di scrivere quando lo sport del Comelico avrà raggiunto l’unità e la funzione sociale che in questo «memorandum», voluto da quelli che furono i primi a propagandarne la passione, si auspica.
Verso la fine del secolo scorso, quando de Coubertin realizzava, nel 1896, il grande sogno delle nuove olimpiadi per dare modo all’uomo di misurarsi con sé stesso e con gli altri in lealtà, fraternità e giustizia, lo sport era ancora, nel Comelico, un mito, come lo erano i primi giochi di Olimpia che erano offerti agli dei come riti religiosi.
Anche gli sport di naturale emanazione da caratteristiche ambientali, quali l’alpinismo e lo sci, si sviluppavano più in funzione di oggettive necessita che non di espressioni sportive.
L’isolamento geografico della zona, così determinante per dar corso ad aperture che esulassero dall’atavica tradizione non aveva ancora trovato gli spazi per guardare allo sport, che si considerava solo fine a se stesso ed era osteggiato nel superamento delle barriere dell’abitudine da cui derivano le fonti di sopravvivenza che erano solo i prati, i boschi e la montagna alta dai quali si traeva l’essenziale alla vita.
Non solo si ignorava lo sport come fattore educativo ed elemento di progresso ma lo si metteva addirittura sotto accusa di «perditempo» e causa di malanni nelle pur timide manifestazioni iniziali.
L’alpinismo non conosceva né i segreti, né le applicazioni della tecnica ed era solo un adattamento alle necessità e più che altro praticato per accedere a più fruttuose zone di caccia.
La lunga stagione invernale ed il copioso innevamento che avrebbero dovuto trovare naturalmente all’avanguardia il Comelico nel nascente sport dello sci, allora concepito come mezzo di trasporto, vedeva i ragazzi, per l’innata povertà della zona, cimentarsi in giochi spericolati su doghe di botti nella neve, col «ferio» nelle strade ghiacciate mentre, per i grandi, slitte «liode», «mance» diventavano, per accudire agli indispensabili trasporti invernali, uno sport d’obbligo.
Dell’atletica, come disciplina sportiva, esisteva solo l’ombra nel rudimentale esibizionismo dei più forti nel lavoro.
Quando al biancore invernale, eternamente lungo, subentrava il verde smeraldino che incastona i paesi invitando a pulsare e respirare con la natura, allora i lavori erano tanti e tanto grandi da non lasciar tempo, nemmeno ai ragazzi, per altre attività che non fossero quelle lavorative.
È in questa situazione che subito dopo la guerra 1915-1918 il Comelico, che aveva dimostrato attraverso i suoi alpini le capacità e possibilità di una gente particolarmente tagliata all’alpinismo ed allo sci, si registrano le prime aperture verso lo sport in un Comelico che recepisce ed aspira a nuove e più umane competizioni.
Il ventennio del fascismo si avvale di queste aperture per esibizionismi di scarso contenuto che sfociano troppo spesso nel vuoto coreografico e nella fatuità del folclore facendo più male che bene al diffondersi di un vero e spontaneo spirito sportivo.
Dobbiamo aspettare la fine della seconda guerra mondiale per veder nascere una volontà sportiva veramente libera e lungimirante che promana dai pochi che hanno sentito la necessità di lottare anche contro corrente. Bisogna tener duro e non scoraggiarsi dei magri risultati iniziali che si possono ottenere da una gioventiù che è cresciuta in una scuola solo nominativamente presente all’educazione fisica.
Nel 1946 il Comelico si presenta più aperto a nuovi contatti per l’insegnamento di una guerra che ha favorito idee maturate nelle tristi vicende di molti dei suoi figli scaraventati, per gli eventi bellici, oltre la cerchia dei monti cadorini.
È allora che nasce il Club Sportivo «Piave» con le discipline di «calcio», «sci», «pattinaggio su ghiaccio» ed «hockey» nel tentativo di dare un nome ed uno sforzo unitario a tentativi analogici, ma limitati allo sport della neve, che si sviluppano in zona, specie a Padola e San Pietro di Cadore che già emergono in questo campo.
Al sodalizio, di cui è fondatore e primo presidente Guido Buzzo, succede nel 1951 l’Unione Sportiva «Piave», affiliata al Centro Sportivo Italiano. Continua poi diventando Unione Sportiva «Comelico» di cui è presidente Fabio Costan.
Nel 1961 la Società è affiliata al CONI ed alla FIGC.
Ennio Costan subentra nella presidenza dal 1963 e gli succede, nel 1967, Luigi Tonon, tuttora presidente.
È il primo tentativo polisportivo nel Comelico con finalità unitarie, specie nel «calcio» che ha funzioni e bisogni particolari.
Don Fabio Tremonti e don Aurelio Frezza vi portano il loro entusiasmo e disperdono, con la loro veste, precostituite diffidenze. Sono molte le difficoltà ed inenarrabili i sacrifici e gli adattamenti che tutti devono affrontare e superare per mantenere la passione sportiva. Ma la fiamma si è ormai accesa e si alimenta dell’entusiasmo che scaturisce dai primi risultati.
Inizialmente un embrione di campo di calcio era sorto in località «Baiarde», da quello che era stato un poligono di tiro al bersaglio. È un tipico campo alpino in una cornice di rocce e di boschi.
Le prime divise, acquistate da Valle Sport di Padova lira su lira, danno finalmente un volto allo sport del Comelico e fu per quei tempi e per le possibilità di allora una vera conquista.
Si giocarono le prime partite di hockey con gli stessi giocatori della squadra di calcio per il lancio dimostrativo e propagandistico.
La prima olimpiade della neve risale al 1924 e, da allora, lo sci aveva preso piede anche in Comelico dove era stato recepito essenzialmente nel fondismo che vedeva emergere singoli e sodalizi comelicesi nei confronti tra rappresentative militari e civili dell’intera cerchia alpina.
L’Unione Sportiva «Piave» ne estese la conoscenza e l’applicazione anche alle specialità di discesa libera, di slalom speciale e gigante e dilagò sui campi di Gei ove non v’era ancora l’ombra di attrezzature.
Dal 1955 al 1960 si ebbe un forte impulso dell’attività sciistica intesa non tanto agonisticamente ma come addestramento di massa per il concorso capillare di istruttori e mezzi inusitati da parte della Brigata Alpina «Cadore» che voleva diffondere la propaganda sciistica tra i valligiani. Ne fu coordinatore di zona Guido Buzzo ed i frutti si stanno raccogliendo ancora oggi perché molti dei ragazzi, allievi di allora, vi hanno attinto una impostazione e formazione sciistica che li ha portati a diventare maestri di sci od istruttori e campioni come è il caso dell’azzurro Bruno Pomarè, diventato maestro delle «Fiamme Gialle di Predazzo».
Il primo riconoscimento ufficiale dell’U. S. «Piave», datato dal 1951, si ha con l’affiliazione della «Piave» al Centro Sportivo Italiano (C.S.I.). di cui era presidente provinciale l’attuale consigliere regionale Felice Dal Sasso, e tramutò i rapporti sportivi del Comelico col mondo circostante allo stesso modo di una colonia che viene inclusa nell’area metropolitana.
Ma l’ormai riconosciuta efficienza dello Sport Comelicese in campo nazionale ebbe la sua consacrazione nel 1955 quando fu affidata all’Unione Sportiva l’organizzazione dei campionati italiani di bob che si contesero lungo la strada che da Carnpitello conduce a Danta, o meglio nel senso inverso, e soprattutto nel 1970 quando furono assegnati al capoluogo, attraverso la FISI, quelli nazionali, assoluti, di sci della specialità di fondo, ripetuti nel 1974 a Padola Comelico.
Furono questi tre avvenimenti che aprirono le porte del Comelico e con esse gli occhi e l’interesse, sia al di fuori che al di dentro, sulle possibilità che si proiettavano nel futuro come chiara manifestazione di fiducia delle dirigenze sportive nazionali che riconoscevano negli organizzatori locali doti di capacità e preparazione che si rivelarono, coi fatti, rispondenti alle promesse.
Erano passi molto lunghi in avanti che qualificavano anche quelli ormai lontani dei primi sforzi mal compresi e che premiavano quanti vi avevano contribuito.
Intanto anche Padola, nel Comelico Superiore, sorretta dagli alpini della «Cadore» imponeva il suo nome e la locale società sportiva figurava nel calendario FISI con gare di fondo maschili e femminili di qualificazione nazionale che vedevano i più bei nomi del fondismo italiano dello sci, mentre San Pietro assurgeva a vivaio di grandi promesse.
È da rilevare che il Comelico non ha mai tradito questa sua vocazione al fondismo e che molto ha contribuito al rilancio di questa specialità che rinverdisce i vecchi allori con sempre più larghi e riconosciuti consensi.
Dai virgulti dell’Unione Sportiva «Piave» che a suo tempo aveva tesserato col C.S.I. i primi tennisti locali, è arrivato ad affermarsi anche il Tennis Club con l’organizzazione di tornei nazionali per non classificati, autorizzati dalla F.I.T.
Il calcio, bisognoso sempre di impianti adeguati e di giovani ricambi, aveva fatto passi da gigante rispetto ai modesti tentativi iniziali e, spostato il suo fulcro a nord di S. Stefano, in quel di San Nicolò, vi concentrò nuove energie ed offrì alla zona un campo attrezzato all’altezza dei tempi anche per riunioni notturne.
Dopo trent’anni, l’originario Club Sportivo «Piave» prolifera nello Sport Ghiaccio «Comelico» in un fiorente Sci Club, in un promettente Circolo Tennistico ed in una vitale organizzazione sportiva di calcio che tende a rappresentare il Comelico con finalità unitarie, organismi che ormai si gestiscono da sé con vita autonoma. Lo sport è dilagato sin dove sembrava impossibile con altre proliferazioni locali, ultima, quella del 1976 a Costalta.
I tempi duri iniziali sono stati superati con pazienza e tenacia tutta montanara, specie da coloro che ne hanno gettato i semi, anche se problemi permangono; problemi però di crescita e non di recessione, che si ingrandiscono e moltiplicano col crescere delle opere.
La grande carta che il Comelico sta giocando ora e su cui punta per il più ed il meglio è quella dei «Giochi della Gioventù». Con essa si saranno aperti nuovi spazi all’atletica.
Coi Comuni consorziati di S. Stefano, San Pietro, San Nicolò e Danta e col contributo partecipativo di Sappada si spera di diffondere uno spirito nuovo come premessa indispensabile per assicurare una fondamentale continuità allo sport comelicese. Sono, inoltre, due anni da che è sorta a Campolongo una già molto frequentata palestra di roccia, alle falde del monte Cornon, come prima realizzazione di un complesso di impianti che stanno seguendo e si rivelano sin d’ora preziosi per assicurare al Comelico quel posto che gli compete nella sua tradizione alpina.
Una cosa ancora, che rivela la serietà dell’impegno, sin dal suo nascere, dello sport comelicese e che direttamente promana da coloro che ne furono i primi assertori, si è che, indipendentemente da risultati di prestigio, che pur non sono mancati, ogni sforzo è teso, come agli albori di queste attività, ad allargare il terreno dissodato per assicurare sempre maggiori possibilità di scelta ed assolvere così ad una non più contestata, ma accettata e riconosciuta, benefica azione sociale.
Il Comelico non vuol dimenticare e formalizzare il motto di de Coubertin: «Nello sport non è importante vincere, ma partecipare».
Una nuova era
Non avremmo, sia pur sommatamente e senza schematismi formali, ricordato le difficoltà iniziali per diffondere lo sport nel Comelico se ciò non fosse stato lo spunto per un nuovo incitamento perché è legge sportiva riandare alle vecchie glorie non come a traguardi ma come a punti di partenza per nuove mète.
Dai più recenti risultati sportivi internazionali si è ormai capito che è necessario imboccare vie nuove per raggiungere più elevati traguardi nella «costruzione dell’uomo».
È chiaramente emerso che il lavoro artigianale che si avvale dei risultati del singolo per determinarne le attitudini e le possibilità non basta più. È indispensabile, per progredire, curare la macchina umana dal suo nascere, seguirla nella crescita, svilupparla in un’armonia generale dalla quale solo in un secondo tempo si potranno trarre validi orientamenti per discipline diverse con sicura promessa di risultati migliori. Questo non è più, ormai, solo un dovere dello sport ma dell’intera collettività che investe lo sport di tale compito per garantirsi l’efficienza delle generazioni future ed un avvenire migliore.
Mai come ora, in cui l’aggressività si scatena con violenza nelle forme più incontrollate, è stato forte il bisogno di ripensare come moderno il vecchio adagio: «mens sana in corpore sano». È necessario un genere di volontà diverso da quello dilettantistico di un tempo; una volontà collettiva decisa e che non esitiamo a chiamare «volontà politica» perché deve sprigionarsi da ogni ordine di governo della collettività, dalla Regione alle Comunità Montane, ai Comuni. dalle Parrocchie alle Regole perché siano pregnanti di questo totale volere per ben governare.
Quando si imposta questo discorso il pensiero corre subito ai soldi ed alla mancanza di mezzi adeguati, mentre non è affatto vero che essi siano il primo elemento indispensabile. Lo affermano, per esperienza, coloro che in proprio hanno profuso con sacrificio ma ancor più hanno saputo infondere l’ideale dello spirito sportivo, la loro passione per esso.
È un appello alle giovani generazioni che accedono fresche di entusiasmo a responsabilità di governo di qualsiasi genere nell’ambito delle Comunità locali perché si imbevano prima di tutto di questo spirito ed il resto diventerà più facile.
Non saremmo sportivi se non fossimo anche pratici ed è in questa linea essenziale, che fortemente incide sul Comelico di domani, che noi vogliamo eliminare l’handicap di partenza dello sport comelicese costretto da madre natura a troppo lunghe e paralizzanti alternative stagionali. Palestre coperte, piscine, professionisti preparati, scuole attive proiettate al miglioramento dei nostri figli sono la strada sulla quale auspichiamo di vedere decisamente incamminarsi lo sport comelicese per migliorarsi.