Il cimitero militare monumentale di Santo Stefano di Cadore

di Paolo Tonon

Il cimitero militare di Santo Stefano di Cadore è certamente il complesso monumentale, relativo alla Prima Guerra Mondiale, più importante del Cadore. Le sue tombe ricordano ancor oggi ai visitatori il sacrificio dei tanti ragazzi che qui riposano, ma sono anche testimonianza di un periodo della nostra storia, nel quale i fatti e gli eventi che si susseguirono incisero profondamente sul territorio e sulla sua popolazione che qui ne visse e subì i tragici effetti per tutta l’intera durata del conflitto, dal primo all’ultimo momento.

La storia del cimitero inizia nella primavera del 1919. La guerra è finita da pochi mesi e la neve, sciogliendosi, scopre le numerose sepolture disseminate sul territorio, lungo i confini della valle divenuti campo di battaglia. Sepolture per lo più precarie, spesso realizzate in fretta sotto cumuli di sassi, talvolta in fosse comuni ricavate dai crateri delle granate di grosso calibro. Molti i resti di poveri soldati che giacevano ancora insepolti.

Per questo motivo l’autorità militare, dopo aver individuato in Santo Stefano di Cadore la localizzazione ideale, stante la posizione baricentrica nell’ambito della valle ed il ruolo svolto dalla località nel conflitto, chiese all’allora sindaco Luigi Ianesi la disponibilità di un’area dove dare degna e definitiva dimora ai soldati caduti. La richiesta venne accolta e un’area in località Baiarde venne messa a disposizione per questo scopo. Si trattava di una superficie prativa posta a sud del paese, alle pendici del Monte Col, un tantino discosta dall’abitato.

L’opera di recupero delle salme venne affidata ad una squadra appositamente costituita, a capo della quale si pose un prete, don Angelo Arnoldo, già mansionario nella frazione di Costalissoio. Da qui, durante la guerra, don Angelo partiva per raggiungere la linea del fronte dove portava conforto ai reparti impegnati, divenendo di fatto, non essendo né inquadrato né tanto meno stipendiato, cappellano militare volontario. Per don Angelo il recupero dei soldati caduti e la realizzazione del cimitero divennero la sua missione e furono per lui motivo di orgoglio. Ma Baiarde non parve ottimale e si cercò uno spazio più consono. Due anni più tardi il Comune, utilizzando i ristori derivanti dai danni di guerra, acquisì la disponibilità di una nuova area, in località Colarè, e procedette alla realizzazione di un nuovo cimitero. Il 31 luglio 1921 il trasferimento da Baiarde dei 645 caduti ivi sepolti era completato e a Colarè, in quella data, si celebrò la prima messa in suffragio. La nuova realizzazione parve molto semplice ed essenziale. Un alto muro perimetrale delimitava l’area sacra, mentre le nuove sepolture erano caratterizzate da semplici croci di legno.

Nel frattempo il territorio continuava a restituire altri caduti. Accanto alla Squadra Recupero Salme vi fu chi venne da lontano alla ricerca dei resti del proprio caro che ancora non era stato trovato. È il caso del commendator Alberto Lobetti Bodoni, facoltoso industriale piemontese. Per tre estati (dal 1919 al 1921) il commendator Lobetti Bodoni venne alla ricerca del figlio: il sottotenente Adriano Lobetti Bodoni, ufficiale del 92° reggimento di Fanteria Brigata Basilicata, caduto sul monte Roteck il 4 agosto 1915 nel corso del primo grande attacco italiano allo sbarramento di Sesto. Chiese indicazioni ai reduci austriaci ed al sindaco di Sesto Pusteria nella speranza che qualcuno potesse dargli indizi utili al ritrovamento. Ma nessun riscontro positivo seguì alle sue richieste finché un giorno, alla metà di settembre del 1921, sotto un cumulo di pietre, a lato del trincerone sommitale del Roteck, venne individuata una sepoltura comune. Tra i resti dei corpi ritrovati furono riconosciuti alcuni ufficiali del 1° Btg. del 92° Basilicata e tra questi quelli del figlio Adriano.

I resti recuperati furono tumulati nel cimitero di guerra di Santo Stefano. Assieme a loro quel mese giunsero dalla zona di Passo Montecroce quanto rimaneva dei corpi di oltre 250 altri caduti. Altre salme giunsero poi dai cimiteri civili della valle. Settantotto da quello di Santo Stefano. Un numero rilevante composto perlopiù da militari deceduti nell’ospedale militare 039 presente in paese. E mentre il cimitero cominciava ad assumere il suo aspetto definitivo, il commendator Alberto Lobetti Bodoni chiese ed ottenne dal comune di Santo Stefano l’autorizzazione ad erigere un monumento centrale nel cimitero a ricordo del sacrificio del 92° fanteria e dove tumulare i resti del figlio e dei militari con lui ritrovati. La realizzazione del monumento fu commissionata al prof. Albino Bosco, uno dei maggiori artisti piemontesi che già aveva all’attivo diverse opere nell’ambito dell’arte funeraria. Nel monumento, che venne inaugurato il 17 agosto 1922, venne posizionato uno scrigno all’interno del quale fu posto un astuccio contenente a sua volta una pergamena, miniata da un’altro illustre artista, Natale Varretti, che racconta il fatto d’arme in cui Adriano Lobetti Bodoni perse la vita.

Non pago il commendator Alberto Lobetti Bodoni decise di fare un passo ulteriore e, ottenuta l’autorizzazione, fece sostituire le croci in legno con 186 monumentini di granito recanti su targhe in bronzo, ove noto, il nome, il reparto e la data ed il luogo di morte e/o di ritrovamento del caduto. Il cimitero divenne così monumentale assumendo l’aspetto definitivo come ancora oggi lo vediamo. Il cimitero, nella sua veste definitiva, venne inaugurato il 26 agosto 1923 e venne intitolato alla memoria del sottotenente Adriano Lobetti Bodoni, medaglia d’argento al valor militare.

Nei decenni successivi le salme di diversi caduti furono richieste dalle famiglie e per questo trasferite nei cimiteri dei luoghi di provenienza. Ma altre continuavano ad essere trovate e, a loro volta, ad essere tumulate a Colarè. Fra queste particolare clamore suscitò il ritrovamento avvenuto il 6 agosto 1983 in Vallon Popera ad opera di alcuni escursionisti vicentini. Il gran caldo di quell’estate fece arretrare notevolmente il ghiacciaio dal quale emerse, in buono stato di conservazione, il corpo di un soldato che si appurò essere italiano e morto per valanga. Il ritrovamento di un cappello alpino nei pressi fece ritenere trattarsi di un alpino. Alle esequie solenni, che si svolsero a Santo Stefano di Cadore il 13 agosto dello stesso anno, partecipò una folla immensa, come in paese non si era mai vista, e volle essere presente anche l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, in quell’occasione particolarmente commosso. Ma non fu possibile risalire all’identità del caduto e nel cimitero militare di Santo Stefano, dove oggi riposa, a lui si è fatto riferimento come all’Alpino Ignoto del Popera.

L’approssimarsi della ricorrenza del centenario della Grande Guerra portò un rinnovato interesse ed accese i riflettori sulle vicende belliche in Comelico.

Un gruppo di ricerca composto da quattro persone e disseminato per l’Italia (Silvia Musi di Guastalla, Mauro Ambrosi di Trieste, Federica Delunardo di Roma e Antonio Sasso di Zugliano) decise di provare ad identificare l’Alpino Ignoto del Popera. Dopo sei anni di ricerche, il gruppo, al quale nel frattempo si erano aggiunti altri due ricercatori (Guglielmo De Bon di Calalzo e Daniele Girardini di Venezia), dopo aver analizzato minuziosamente documenti, diari, testimonianze, reperti, dopo aver contattato un considerevole numero di persone e superato difficili momenti di stallo, colpi di scena e svolte inattese, riesce nell’intento.

Quel soldato ora ha un nome. È il sottotenente Carlo Cosi, ufficiale medico del XXIV Reggimento di Fanteria Brigata Como, morto alle ore 15:30 del 9 novembre 1916 travolto da valanga mentre, facente parte di una squadra di soccorso, tentava di portare aiuto ad altri soldati a loro volta travolti da una precedente valanga presso il Passo della Sentinella.

Il cimitero militare di Santo Stefano conserva una particolarità: è uno dei tre cimiteri della Prima Guerra Mondiale, con quelli di Aquileia e di Arsiero, giunto a noi nella sua veste originale. Negli anni Trenta il regime fascista dismise la quasi totalità dei cimiteri di guerra ed i caduti ivi sepolti furono traslati nei grandi Sacrari nazionali di nuova realizzazione (Redipuglia, Monte Grappa, Oslavia, etc). Il Sacrario di Santo Stefano, poiché già monumentale e poiché realizzato con fondi privati, superò indenne questa fase, mantenendo inalterate le sue caratteristiche peculiari.

Nel cimitero di Santo Stefano oggi sono sepolti 834 soldati italiani, 110 austroungarici, oltre a 4 caduti della Seconda Guerra Mondiale. Per tutti i caduti identiche sepolture. Ed è proprio il medesimo rispetto, tributato ai caduti di ambo gli schieramenti, la condizione di uguaglianza di fronte alla morte, l’elemento che caratterizza il Sacrario e che lo distingue dalle realizzazioni di epoca successiva.