La Grande Guerra in Comelico
di Italo Zandonella Callegher
Fra i tanti episodi di guerra avvenuti in Comelico uno in particolare, ha colpito l’opinione pubblica italiana e persino l’avversario austro-ungarico.
Conosciamolo.
Alla dichiarazione di guerra avvenuta alle ore 19 del 23 maggio 1915, i confini erano già tutti sorvegliati dai nostri soldati. A ridosso della Cresta di Confine – dal Peralba al Passo di Montecroce – sulla Spina-Quaternà e sul Popèra era tutto un lavorio: costruzione di baracche, trinceramenti, ripari, strade di accesso, presa di posizioni strategiche… Stessa attività frenetica anche da parte degli austriaci sul loro territorio. Alpini e fanti giungono subito a Forcella Giralba e in Vallón Popèra. Da qui, di giorno, salivano a presidiare il Passo della Sentinella, la sera la pattuglia scendeva alle tende montate nel basso vallone. La mattina del 4 luglio 1915, i soldati furono accolti a fucilate. Il Passo era stato occupato dagli austriaci e così pure la Croda Rossa. Ebbe inizio una battaglia di nervi e una febbrile attività per la riconquista.
L’inizio di una leggenda.
Il Comando italiano dispone affinché si proceda alla presa del complesso di Cima Undici-Croda Rossa. Tale progetto prevedeva la traversata dalla Forcella Giralba al Passo della Sentinella attraverso tutta la catena del Monte Popèra-Cima Undici, in un ambiente difficile, friabile, gelido, a oltre 3000 metri, da scalare in pieno inverno, il più terribile del secolo. Una vera impresa. Peccato che si considerasse questa traversata – di stile himalayano – alla stregua di una scampagnata collinare. In realtà sembrava una follia. Che diventerà concretezza leggendaria con la presa del Passo della Sentinella e, a seguire, negli “alpinistici” tentativi di occupare la cima della Croda Rossa, il vero scopo dell’operazione militare. La presa del solo Passo della Sentinella, infatti, non aveva nessun valore strategico, da lì non si andava da nessuna parte. Tanto meno sulla Croda Rossa che dal Passo non è scalabile.
La prima operazione fu il trasporto di un cannone sulla cima del Monte Popèra, 3042 metri. Da lassù si poteva colpire il Passo della Sentinella e rendere la vita difficile agli occupanti. Responsabile del progetto è il Tenente Fausto De Zolt di Campolongo. Con l’appoggio di quel “cannone che sparava dalle stelle”, ora si poteva tentare di attaccare il Passo della Sentinella partendo dal Vallón Popèra.
Gli attacchi si svolsero con tre azioni distinte (in realtà quattro): il 7 agosto (in questo giorno muore l’alpino Fedele Mina di Casamazzàgno, precipitato nel Canalone Omicida mentre portava dei documenti al Comando del Crestón Popèra), il 14 e 15 agosto e il 2 settembre 1915. L’azione di ferragosto è da considerarsi “doppia” poiché, oltre ad un attacco al Passo direttamente dal Vallón Popèra, ci fu anche un “tentativo” di assalto alla Croda Rossa per il versante austriaco da parte di alpini della 68ª Compagnia del Battaglione “Fenestrelle”. L’impresa, perché tale sarebbe stata, terminò ancor prima d’incontrare le vere difficoltà causa una sorta di ammutinamento cui seguì un processo per direttissima a carico di ventotto alpini. Alle ore 23 del 2 settembre, inizia l’ultimo attacco. Protagonisti quindici alpini e ventotto fanti (questi erano spesso in prima linea anche in azioni alpinistiche). Dopo una notte da tregenda e un nulla di fatto, alle ore 9 del 3 settembre il capitano Italo Cerboneschi sospende definitivamente il tentativo.
Il Passo rimane austriaco.
Dopo questi insuccessi il Comando, più che mai determinato a prendersi il Passo, studia un piano audace, apparentemente impossibile: la traversata di Cima Undici e precisamente: Ghiacciaio della Busa di Dentro; Cresta Zsigmondy (2998 m) per la Parete De Zolt; Forcella Zsigmondy; Cima Undici Sud (Forcella Alta di C. Undici, 3030 m); Cima Undici Nord (3081 m). Sempre oltre i 3000 metri di quota con gli austriaci di Croda Rossa che non dovevano accorgersi di nulla. Il comando dell’operazione è affidato al Capitano Giovanni Sala di Borca di Cadore, “il Capitano di Cima Undici”, coadiuvato dall’irredento trentino Italo Lunelli. A questi due è affidata una squadra di soldati montanari, uomini rudi, poco inclini alle galanterie, ma fieri, leali, pieni di amor patrio. Sala li chiamerà “i miei Mascabroni”, che nel gergo degli alpini si traducono in: spavaldi, strafottenti, audaci… Il plotone era formato di alpini della 68ª compagnia, battaglione “Cadore” e da una squadra della 28ª compagnia, battaglione “Fenestrelle”.
I “Mascabroni” impiegheranno circa settantacinque giorni per giungere sulla Punta Nord di Cima Undici a 3081 metri. Sono vestiti di bianco per non farsi scorgere dagli austriaci, nascondono i tratti su viva roccia con lenzuola bianche, fissano funi e scale di corda, salgono e scendono per canali di ghiaccio vivo, traversano nel vuoto, aggirano torri e creste, scavano appoggi nel ghiaccio, mettono baracchini/nido per due persone, soffrono fame, solitudine e freddo che il misero vestiario non riesce a rendere meno feroce. Sembrano ragni attaccati alle asperità della roccia. Con una determinazione sorprendente.
A metà aprile giunge sulla Cima Undici anche la Compagnia del Capitano Porta con i sui cento uomini del 7° alpini, 68ª compagnia, battaglione “Cadore”. Una sorpresa. Il Capitano Porta aveva una missione segreta da compiere. Nessuno lo sapeva. Neppure il Capitano Sala. Egli doveva scendere con i suoi settanta alpini (30 li aveva “prestati” a Sala a protezione delle forcelle) per la Cresta Nord Ovest, impadronirsi delle quote 2814 e 2649 e raggiungere la Forcella Undici. L’operazione fallisce subito per l’eccessiva difficoltà tecnica.
Il 16 aprile 1916, domenica delle Palme, tre squadre sono pronte a conquistare il Passo della Sentinella. Gli austriaci sono ignari.
l sottotenente Piero Martini giunge per primo sul Passo dal Vallón Popèra “alle ore 13 o giù di lì”. Trova ferito a morte il responsabile austriaco, sette di loro sono fatti prigionieri, otto riescono a fuggire buttandosi a nord lungo il Canalone della Sentinella.
I “Mascabroni” s’infilano nel canalone nord di Cima Undici e giungono sul Passo poco dopo scivolando sulla neve come ragazzini in vacanza.
Lunelli, che ha ricevuto un ordine illogico, non può essere d’aiuto. Dal Pianoro del Dito non si scorge il Passo, non si può scendere su di esso, non si può fare nulla se non gettare rabbiosamente qualche sasso. Il progetto, comunque, si chiude positivamente. Il Passo passa nelle mani degli italiani.
Gli abitanti di Dosolédo offrono riconoscenti un dono ai “Mascabroni” per la tanto sperata “liberazione” del Passo e ricevono immediati ringraziamenti dall’Ufficio Comando, addì 18 ottobre 1916, n. 2261 di protocollo.
I “Mascabroni”, infine, e con loro tutti gli altri soldati che hanno partecipato all’impresa, entrano nella leggenda. Faranno ritorno ai loro villaggi carichi di gloria.
Eroi d’altri tempi. Al petto una medaglia… fra le mani un attrezzo da contadino…















