STORIA
di Achille Carbogno
Agli albori della Storia
15.000 anni fa la vallata del Padola e quella dell’alto Piave (Comelico) erano sommerse e schiacciate da uno strato di ghiaccio spesso centinaia di metri. Soltanto le cime più alte emergevano da questa gelida morsa, che macinava, modellava e arrotondava i costoni, sui quali si consolideranno più in là nel tempo i meravigliosi pascoli alti del Digón, della Spina e di Visdende. In seguito, 10.000 anni fa circa, la temperatura s’alzò fortemente, il clima si fece più mite, il ghiaccio si sciolse in immani torrenti che scavarono valli e versanti, portando la conformazione del territorio ai risultati odierni. Infine la vegetazione crebbe, ripopolando i versanti: latifoglie e aghifoglie si spinsero verso l’alto, si contrastarono, rinverdirono le vallate. Branchi enormi di grossi erbivori (camosci e stambecchi sui pascoli alti, cervi e caprioli nelle foreste) si spingevano fin quassù durante le ricorrenti migrazioni estive, creando tratturi in ogni direzione, soprattutto intorno alle numerose conche lacustri che allora costellavano le depressioni modellate da ghiacci e frane.
Il Comelico incominciò allora ad assumere la conformazione attuale durante le varie fasi climatiche, temperate e calde, che assecondarono l’espansione delle conifere verso quote via via più alte: questi favorevoli assetti territoriali contribuirono a stimolare gli insediamenti dei cacciatori mesolitici provenienti dai siti di fondovalle, le loro attività e i loro spostamenti.
Recenti interessanti esplorazioni di esperti hanno confermato con ritrovamenti mirati la presenza del cacciatore mesolitico (9.000 – 7.000 anni fa) in numerose stazioni sui 2000 metri, al limite superiore del bosco, ai bordi dei laghetti della Spina, di Visdende e di Comelico Superiore che costituivano ottime poste di caccia. Ad allora, forse, risale la rete di trattùri (dizógn), creati dai massicci spostamenti degli erbivori che segnavano con istinto atavico gli itinerari da valle a valle, lungo i crinali erbosi, attorno alle zone umide. E su queste tracce si innestarono certamente i numerosi collegamenti in quota ripercorsi molto più tardi dai pastori nomadi e transumanti dell’alto medioevo.
La Storia antica, le legioni romane
Con una suggestiva e intrigante immagine il noto ed entusiasta studioso calaltino Alessio De Bon ipotizza nelle sue ricognizioni archeologiche il transito di legionari romani attraverso il passo di M.Croce Comelico; da quel culmine i militari avrebbero spinto i loro sguardi curiosi verso le successive conquiste rivolte al vicino Norico (attuale Tirolo orientale/Carinzia).
Il De Bon fa passare per Pàdola e Valgrande addirittura la Claudia Augusta Altinate (con reperti a Zancurto e al passo stesso) esagerando probabilmente il riferimento specifico, ma un probabile raccordo (diverticulum) della viabilità romana verso il Norico nell’età tardo-imperiale è da ritenersi possibile. Non vi sono tracce certe che avvalorino quest’ipotesi, ma le recentissime scoperte di insediamenti romani ad Auronzo e di un castrum al passo di M. Croce Comelico la consentono, anzi la impongono. E del resto il Cadore centrale ha fornito abbondanti testimonianze sulla presenza dei Celti, dei Paleoveneti e dei Romani. E quindi la fantasia ci permette di immaginare celerrimi spostamenti di legionari romani dai campi di pianura (castra) al Norico nelle campagne di conquista di Druso, o nei posteriori consolidamenti imperiali. È anche opportuno sottolineare che a poche miglia dal passo sorgeva il consolidato centro di Littàmum (attuale S. Candido), e un po’ più in là verso la Drava il municipium di Agùntum (Lienz) e lungo il solco della Rienza il grande centro di Sebàtum (S. Lorenzo di Brunico). Del resto i Venetici erano attestati da secoli nel centro di Gùrina, nella bassa valle del Gail poco sotto il frequentato passo di M. Croce Carnico. Converrà aggiungere, per correttezza storica, che nessun reperto archeologico (di epoca preromana o romana) è stato fino ad oggi ritrovato in Comelico: è questo uno dei motivi per cui diversi studiosi ritengono che la zona fosse a quel tempo disabitata, o perlomeno priva di insediamenti stabili. Il De Bon peraltro racconta di alcune monete romane attestate in quel di Padola.
Il Medioevo, gli anni bui
Secondo talune ipotesi l’occupazione stabile del territorio potrebbe essersi verificata già a partire dall’Età Alto Medioevale, forse inizialmente ad opera di popolazioni romanizzate del Norico occidentale (popolazioni veneto/latine fuggite dalla vicina San Candido, spinte ad abbandonare le loro dimore durante le invasioni barbariche, soprattutto slave, sul finire del VI sec. d. C.). Questi nuclei dovettero occupare le zone più soleggiate (i pendii di Comelico Superiore, di Danta e di S.Nicolò). Secondo altre teorie il Comelico nell’età altomedievale sarebbe stato abitato solo stagionalmente dagli allevatori cadorini, e in seguito più stabilmente per “sciamatura” delle primitive comunità cadorine. Gruppi provenienti dal Cadore certamente frequentavano il Comelico con assiduità, fino ad acquisire alcune aree adibite a pascolo che risultano, ancora dopo il Mille, appartenenti a villaggi del Medio Cadore.
(per es. i boschi del comune di Calalzo sovrastanti il paese di Padola). Di fatto, dal punto di vista ecclesiastico, sembra probabile la dipendenza del Cadore dal Vescovo di Zuglio ed è attestata certamente la dipendenza dalla Diocesi aquileiese fin dall’inizio del sec.VIII. Ma non è da escludere la possibilità che alcune località dell’alto Comelico dipendessero, in questo periodo dalla diocesi di Frisinga, a seguito di donazioni al monastero benedettino di San Candido, avvenute da parte del duca bavarese Tassilone III. In ogni caso i contatti con la chiesa di San Candido ed i pellegrinaggi relativi continuarono nei secoli seguenti e per lungo tempo. Erano troppo agevoli le strade dell’Adige e del Tagliamento per invogliare l’inoltro in queste recesse gole… Ma certamente si consolidò in quei tempi la presenza dei pastori transumanti cadorini o dei Veneti fuggiaschi dalle valli pusteresi agitate dalle distruttive avanzate degli Slavi e dalle successive lotte di contenimento dei nuovi invasori Bajovari (VI sec. d. C.). Sappiamo che allora il clima fu per secoli straordinariamente mite, come mai. È perciò abbastanza scontato pensare ad un Comelico ricco di pascoli alti e terrazzamenti fertili, dove via via si attestano vari nuclei familiari sparsi, immaginare tanti stàvoli collegati tra loro da un reticolo di mulattiere, rappresentarci con la fantasia queste piccole operose comunità che dissodano, sfalciano, concimano, pascolano, allevano… guidate dall’anziano genitore, con unità di intenti e di indispensabile collaborazione in un ambiente aspro e ostile. Non resta traccia di questo oscuro e remoto periodo, ma è qui che si consolidano gli insediamenti sparsi, le abitudini comunitarie, le dinamiche collettive (Régole) in un processo tenace di crescita e sviluppo. Qui germina e matura il processo di capillare penetrazione del territorio, attraverso borgate sparse a decine lungo i costoni ed i terrazzamenti più adatti. Un periodo di faticosa e silenziosa crescita, scandito dai ricorrenti ritmi delle stagioni e dalle collettive dinamiche sociali.
Solo alla fine del sec. XII compaiono i primi documenti scritti, rogati da notai imperiali, piccoli brani (cartulæ) di pergamena che registrano negozi di acquisti e cessioni, di permute, di affitti di pascoli, di vendite di foraggio…Da questi atti traspare tutto un pulsare di vita, una crescita economica ed una vivacità sociale che testimoniano una organizzazione ormai attestata, il che ci consente appunto di collocarne le origini più indietro nel tempo. Su un piano più strettamente e aridamente cronologico possiamo dire che da qui in avanti il Comelico seguì le medesime vicende dei paesi cadorini e che per un certo tempo fu anche aggregato alla Marca del Friuli. Nel XII secolo, dopo varie Signorie, il Comelico passò sotto i Conti da Camino, feudatari del Cadore e promulgatori delle prime leggi statutarie cadorine.
Con i Caminesi
Dopo la dominazione di Franchi, Carolingi ed altre complesse vicissitudini Comelico e Cadore caddero sotto il controllo del potente Patriarca di Aquileia, vassallo dell’Imperatore di Germania (pastorale e spada spesso convivevano nel sistema feudale!). Data la sua lontananza il Patriarca subinfeudò Cadore (e Comelico) a vari Signori e infine ai Conti da Camino (potente signoria sorta vicino ad Oderzo) che governarono queste valli dal 1135 al 1337. Pare anzi, come detto, che i Caminesi abbiano posseduto una residenza estiva a Candide, una casa a Gera e varie riserve di caccia.
Sul territorio vigilava allora un podestà che badava al buon andamento della vita e delle attività dei vari gruppi rurali, regolate da accordi tra vicini (abitanti dei vici, cioè dei villaggi). Le vicinie tenevano le loro piccole assemblee, cui partecipavano i capi o padri di famiglia, per regolare (donde il termine regola)gli interessi comuni e per eleggere il marìgo (da majoricus) che restava a capo della vicinia per un anno.
Comparvero allora i primi laudi scritti (il più antico risulta essere quello di Candide, risalente alla prima metà del sec. XIII), che disciplinavano la vita regoliera, le norme di autogestione, il calendario dei pascoli di “piano” e di “monte”, le punizioni per i danni ai beni privati o comuni, ecc., secondo le esigenze di una piccola comunità rurale in via di sviluppo. Durante il governo dei conti da Camino si ebbe un lungo periodo di tranquillità, con una gestione in fondo blanda e tollerante. Ed è probabile che gli scambi con la pianura, e le relative relazioni commerciali, si siano accentuati con il migliorare delle vie di comunicazione. È da notare che tra la fine del secolo XII e la fine del XIII la montagna subì un peggioramento climatico notevole e brusco, che rese certamente più difficili i collegamenti con i Cadorini ed i Caminesi, favorendo una progressiva accelerazione dei processi di autonomia della periferica vallata.
Cessato il mite dominio dei Caminesi per la morte dell’ultimo conte Rizzardo, il cui casato si era estinto senza discendenza maschile, il Comelico ritornò sotto il controllo diretto del Patriarca di Aquileia e vi rimase dal 1347 al 1420, anno in cui si diede spontaneamente, con tutto il Cadore, alla Serenissima Repubblica Veneta.
Con la Serenissima 1420-1797
Il governo temporale dei potentissimi Patriarchi d’Aquileia su Comelico e Cadore cessò dunque nel 1420, dopo diverse vittoriose contese dei Veneziani contro gli Imperiali, alleati del Patriarcato. Con il leggendario grido di “eamus ad bonos Venetos!” il Cadore si consegnò a Venezia non senza aver prima lealmente chiesto al Patriarca lo svincolo dal precedente giuramento di fedeltà. Il nuovo dominio durò quasi quattro secoli e portò un lungo periodo di pace e tranquillità, sotto le ali protettrici del Leone di San Marco. Il Doge Tommaso Mocenigo confermò ai “fedelissimi Cadorini” autonomia legislativa, amministrativa e giudiziaria ed altri precedenti privilegi patriarcali, concedendo addirittura l’onore della cittadinanza veneziana, e tutti i diritti conseguenti. Peculiare il privilegio di essere esentati “da ogni gravezza, imposizione o angheria e che non possano esser chiamati sotto le armi fuor di Cadore, per nessuna causa, neanche se pagati”. In sostanza Cadorini e Comeliani seguitarono ad amministrarsi da soli, come una piccola repubblica federale, con leggi proprie e con uomini propri, e poterono farlo anche per il motivo d’esser troppo poveri e fuori mano per interessare i potenti. Solo una breve parentesi venne a turbare questo stato di cose, nel cuor dell’inverno del 1508, quando Massimiliano I, Imperatore del Sacro Romano Impero, si scontrò con i Veneziani in una guerra breve ma sanguinosa. Le sue truppe misero a ferro e fuoco il Cadore, per essere infine sconfitte a Rusecco (Valle di Cadore), dopo una feroce battaglia che costò ai Tedeschi migliaia di morti. Poche settimane dopo, per ritorsione, un’orda di soldati tedeschi scese dal passo di M. Croce Comelico, saccheggiando e bruciando villaggi e chiese; furono distrutte Pàdola, Dosoledo, Casamazzàgno, Candide e Gera. Qui, narra la leggenda, il suono di un corno impaurì la soldataglia, che precipitosamente riparò oltre il passo, nel timore di attacchi nemici. Era invece un semplice pastore che chiamava a raccolta il suo gregge lungo le pendici dell’attuale Valcorno, sopra Gera. Furono certamente anni di espansione demografica ed economica. Un censimento del 1557 ci conferma che il centenaro di Comelico Superiore contava 1394 anime, quello di Comelico Inferiore 1090. Solo quarant’anni più tardi gli abitanti tutti del Comelico erano oltre 3000 e possedevano quasi 3000 animali grossi (bovini, equini, ecc.) e 5800 animali minuti (ovini, caprini, ecc.) E circa due secoli dopo, nel 1785, la popolazione registrava un altro grosso aumento, tant’è che i soli Comeliani erano 5341. Durante questo periodo di calma prosperarono i commerci, soprattutto di legname in cambio di biade, emersero alcuni mercanti più intraprendenti, si svilupparono i coltivi ed i pascoli per far fronte alle sempre maggiori esigenze della popolazione in crescita, s’ingrandirono i villaggi, edificati quasi interamente in legno, e vennero costruite in pietra le più belle chiese tardogotiche ancor oggi esistenti. Nel Cordevole, nel Padola e nel Piave fluitavano i tronchi che affluivano quindi a Venezia, attraverso stue e cìdoli. E il succedersi delle stagioni e delle attività agricole veniva scandito e ritmato da fiere e mercati, processioni e rogazioni, feste patronali e pellegrinaggi a S. Candido, a S. Osvaldo di Sauris, al Cristo di Valcalda e alla Madonna di Luggau
1800 un secolo turbolento con Francesi, Austriaci e infine Italiani
La Rivoluzione Francese che aveva sconvolto l’intera Europa non risparmiò le nostre seppur marginali zone; esse conobbero infatti l’insolente regime napoleonico, quando al benevolo e democratico dominio veneziano subentrò nel 1797 la folgore assolutistica del Bonaparte.
Nel segno di liberté, égalité, fraternité il nuovo regime introdusse alcuni mutamenti non più reversibili: nel 1805 fu eliminata l’istituzione secolare delle Regole e il patrimonio degli antichi originari passò in amministrazione alle nuove Municipalità, poi denominate Comuni; i cimiteri, allora collocati intorno alle chiese, furono spostati fuori dagli abitati per ragioni sanitarie; fu introdotta l’istruzione elementare obbligatoria; infine vennero soppresse le confraternite e depredate le chiese delle loro argenterie. Sul piano amministrativo il Comelico (con il Cadore ed il Feltrino) entrò a far parte della nuova provincia di Belluno (dipartimento della Piave, allora femminile!). Per 3 anni (1807-1810) anche Dobbiaco, insieme con Ampezzo, fu aggregata al Cadore. Non mancarono anche allora i periodi neri: alluvioni, morìe d’animali e carestie imperversavano mettendo a dura prova Comeliani e Cadorini. Fortunatamente con l’arrivo delle truppe francesi era stata introdotta la coltivazione della patata: il provvidenziale tubero servì più volte a sfamare le popolazioni del Comelico e del Cadore durante le più sfavorevoli stagioni, sia allora che in seguito. Dopo un periodo di confuse transizioni con repentini cambi di fronte e di dominio, l’astro napoleonico tramontò e nuovi equilibri politici riportarono Veneto e Comelico/Cadore sotto l’impero dell’aquila bicipite asburgica (1813-1866). Gli Austriaci peraltro confermarono i rinnovati assetti organizzativi e non riportarono in vita le antiche istituzioni. Seguì quindi un altro cinquantennio di pace (ad eccezione dell’eroica ribellione di Pier Fortunato Calvi che toccò appena il Comelico), durante il quale la vita riprese a scorrere nella vallata. Sotto la tollerante e onesta amministrazione austriaca si registrò un generale sviluppo. Vennero istituite scuole elementari gratuite in ogni Comune, concretizzando di fatto l’innovazione francese; tra il 1838 e il 1840 fu costruita la imponente opera stradale della “Valle”, con la prima galleria (lunga m. 44) del Veneto; àuspice il papa bellunese Gregorio XVI nel 1847 il Comelico passò, con l’arcidiaconato del Cadore, dalla diocesi di Udine a quella di Belluno. Con l’uso ormai comune dei fiammiferi erano state accantonate le antiche severissime regole sull’accensione del fuoco, e malauguratamente si svilupparono frequenti incendi che distrussero via via i paesi, un fenomeno davvero catastrofico. Di conseguenza moderni piani di rifabbrico vennero concepiti e messi in atto: i paesi del Comelico assunsero allora l’impianto urbanistico che tuttora (salvo qualche vistosa eccezione) sostanzialmente conservano. In quel periodo alcune graziose chiese gotiche furono affiancate o sostituite da altri imponenti e bianchi templi di freddo gusto neoclassico. E venne l’anno 1866 (3a guerra di Indipendenza) che portò senza scossoni l’unificazione del Comelico (e del Veneto) al Regno d’Italia: la vallata divenne così l’estremo lembo di italianità, con la Cima Vanscùro come ultimo limite. Sul finire del secolo si ebbe un periodo di innovazioni e costruzioni nelle comunicazioni (1880: a S. Stefano l’ufficio postale viene dotato di telegrafo, 1906: arriva l’elettricità, 1913: compare il primo telefono) e nella viabilità, ma anche un boom demografico con conseguenti emigrazioni e disagi. Nel 1886 Comelico Superiore contava 4101 abitanti, Danta 571, S. Nicolò 698, S. Stefano 2451 e S. Pietro 2203. Furono certamente anni di notevole sviluppo e di trasformazioni, ma ancora di povertà estrema e di indigenza per molte famiglie senza risorse. E andò consolidandosi una forma più stabile di emigrazione verso gli Stati confinanti.
Il Novecento
Lo scorcio di fine secolo aveva visto il consolidarsi dell’emigrazione ma anche il fervore delle iniziative cooperativistiche: erano sorte un po’ dappertutto le latterie sociali (o turnarie) e s’erano costituiti in ogni paese nuclei di pompieri volontari; ed era stata nettamente migliorata la viabilità con la costruzione della nuova arteria nazionale S. Stefano-passo di Monte Croce Comelico.
Comparvero in quel periodo anche i primi pionieri dell’alpinismo nel gruppo del Popèra (Grohmann, Holzmann, Siorpaés, Innerkofler, i fratelli Zsigmondy, Purtscheller); la regina Margherita e l’erede (il futuro re Vittorio Emanuele III) avevano fatto visita al Comelico nel 1881/82, rimanendone favorevolmente impressionati per la bellezza dei luoghi e la festosa accoglienza dei valligiani; anche il poeta Giosuè Carducci aveva cantato il “verde Comelico” nella sua ode dedicata al Cadore, un Comelico “di borgate sparso nascose tra pini ed abeti”. Entriamo ora nel XX secolo con un avvenimento che sconvolse il mondo e i monti del Comelico, la guerra del 1915/18. Il 24 maggio 1915 il primo morto italiano, l’alpino comeliano De Mario da Costalissoio, a forc. Col di Mezzo/ gruppo Tre Cime di Lavaredo, segnò l’inizio della tremenda prima guerra mondiale. Tutto il Comelico fu allora in prima linea e le cime dei suoi monti furono insanguinate dagli orrori della guerra. L’economia del presente contributo non consente approfondimenti sui vari dettagli delle vicende belliche, che sono ormai patrimonio comune e acquisito della conoscenza storica locale. Rifulsero allora le sofferenze e gli eroismi dei combattenti, malgrado le gravi incertezze iniziali della strategia militare. Passo della Sentinella, Seikofel, monte Roteck, Frugnoni, Cima Vanscùro, monte Cavallino, monte Palombino e Peralba divennero teatro di scontri furibondi che videro gli italiani impegnati a riconquistare dolorosamente quei luoghi che nei primissimi giorni di guerra avrebbero potuto occupare tranquillamente. Centinaia di caduti coprirono le impervie pendici dei monti, perlopiù fanti delle brigate Ancona e Basilicata venuti fin quassù a morire per un’Italia finalmente unita; ma anche bersaglieri, finanzieri, artiglieri, genieri, alpini. I loro resti, provvisoriamente sistemati nei cimiteri militari di Baiarde o di Col dei Pulié, o raccolti subito dopo la guerra dalla pietà di don Angelo Arnoldo, mansionario di Costalissoio, riposano nel monumentale cimitero militare di S. Stefano. Dopo i giorni bui di Caporetto la valle fu invasa dagli Austro-Ungarici, rimanendo un intero anno tra stenti e fame al di qua del fronte, fino alla liberazione avvenuta il 6 novembre 1918, due giorni dopo l’armistizio di Villa Giusti. Il tributo del Comelico fu di oltre 200 perdite, tra caduti e dispersi.
In seguito venne il Ventennio fascista con le sue parate, le adunanze in piazza, le roboanti aspirazioni. La crisi devastante degli anni ’30 allungò i suoi artigli fin qui, pur temperata da numerose opere pubbliche, la tradizionale benefica economia del legname, le numerose fortificazioni costruite al passo di M. Croce, il consueto ambulantato stagionale, l’emigrazione essendo allora proibita. Ed eccoci alla dolorosa seconda guerra mondiale: altre centinaia di croci sulle giogaie greco-albanesi e nelle steppe russe o tra le sabbie africane, altri dispersi, altri lutti, altri nomi da scolpire sui monumenti paesani. E ancora la tragedia dell’occupazione tedesca (la provincia di Belluno era stata annessa al Reich) e della ribellione partigiana. La Resistenza ebbe senz’altro un percorso sofferto tra rastrellamenti, incendi, internamenti, barbare uccisioni, che colpirono anche i civili. Molti gli episodi controversi: luci ed ombre assolutamente inevitabili, figlie della guerra e di un tormentato controverso periodo. In Comelico ci furono più ombre che luci, e tutt’oggi domina il silenzio su quei momenti carichi di angustie e di speranze. E siamo ormai nell’attualità contemporanea. Lasciamo dunque la storia alle spalle per la spicciola cronaca della quotidianità e le speranze di un domani migliore.
Alcune notizie storiche del Comelico (con alcune particolarità)
di Aldo De Martin Toldo
Il Comelico ha sempre fatto parte del Cadore, si differenzia solo nei primordi.
A Selva di Cadore vi è un museo che ricostruisce la storia del Cacciatore ritrovato a MONDEVAL risalente a circa 8000 anni fa, sempre in Cadore sono stati ritrovati molti resti risalenti al 1000 a.c. e resti romani, in Comelico no. Ma la scoperta di Mondeval ha contribuito a nuove ricerche riuscendo infine a ritrovare in Comelico numerosi prodotti della scheggiatura (schegge e lamelle) di età molto diversa e provenienti da varie formazioni geologiche che testimoniano che nell’era del Mesolitico (11.500 – 7.500 anni fa) il territorio era soggetto a frequentazioni preistoriche, sicuramente per motivi di caccia che rappresentava una economia quasi esclusiva, sicuramente perché il terreno era favorevole ricco anche di acqua.
Altra importantissima scoperta, dell’appassionato archeologo Gian Galeazzi nell’agosto del 2013, un CASTRUM romano che introduce a pensare ad una variante della strada Claudia Augusta da Auronzo – Padola – Passo Monte Croce Comelico.
Il Castrum è un fortino quadrilatero di 62 mt. di lato con torrette ad angolo ad uso presidio dei soldati romani.
Dagli scavi sono stati sottratti dei frammenti che sottoposti ad analisi al carbonio 14 hanno dimostrato una datazione risalente al IV/V secolo d.c.
Si presume con molta attendibilità che i primi abitanti del Comelico provenivano dalla Pusteria (S. CANDIDO – faceva parte delle province romane col nome di LITTAMUM) per sfuggire alle invasioni barbariche del 565 d.c. Baiuvari prima (bavaresi) e Longobardi poi, tali fuggitivi oltre al Comelico raggiunsero le valli Gardena, Badia e Livinallongo tutte valli ladine.
Già dalla lunga dominazione longobarda, fino all’ 888, il Cadore fu diviso in Decanie prima e poi in Centenari, il Comelico fu diviso in 2 centenari con la seguente ripartizione:
COMELICO SUPERIORE Candide Casamazzagno Dosoledo Padola Costa San Nicolò Gera e Mezza Danta di Sopra
COMELICO INFERIORE Santo Stefano Trasaga Mezza Danta di Sotto Casada Ronco Costalissoio Campolongo San Pietro Stavello Costalta Valle e Presenaio
Tale ripartizione durò fino al 1797 con l’occupazione napoleonica francese.
Lo stemma del Cadore: al centro un abete che rappresenta il territorio, la forte economia, ai lati 2 torri rappresentano il castello di Pieve di Cadore e il castello di Potestagno sopra Cortina d’Ampezzo (Cortina che è appartenuta al territorio del Cadore fino al 1511) – la catena rappresenta l’unione di tutto il territorio – la pianta oggi è un abete, prima era un tiglio lo si usava solitamente piantare nel piazzale vicino alla chiesa sotto il quale era abitudine che i regolieri si trovassero per prendere le decisioni inerenti la comunità’ o il territorio.
Ai Longobardi successero i Franchi, popoli germanici e il cominio dei tedeschi (dal 888 al 1077)
Appartenenza al Marchesato del Friuli poi al Duca di Carinzia che donò tanti terreni del Comelico al monastero di S.Candido)
Patriarchi di Acquileia e i Caminesi, loro vassalli, (1077 - 1420)
Primo scritto che parla del nostro Comune risale al 15/9/1186 pergamena (la più vecchia del Cadore la prima di 171 pergamene depositate nell’archivio storico del Comune di Comelico Superiore) che riporta la vendita del bosco di Ombrio da Guecello Da Camino alla regola madre di Candide.
Guecello Da Camino aveva acquistato le terre il 28/2/1166 da Kalomanno (famiglia tedesca proprietaria per diritto di conquista).
Con i centenari (organizzazione politico-amministrativa) esistevano le Regola con i loro laudi (dal latino “laudamos quod” decidiamo che – regolavano gli organi amministrativi, l’organizzazione, l’utilizzo dei boschi e dei pascoli, gli usi, le attività e anche le sanzioni) verso il 1200 risale il primo laudo scritto della Regola di Candide – oggi gli statuti sono tuttora vigenti.
Il Comelico si estendeva anche lungo la valle Zeglia (in tedesco valle del Gail) oltre i monti di confine attuale con l’Austria e questo per necessità di pascolo, allora il legname serviva solo per costruire case o per legnatico. Il paese Tilliach è stato fondato dai Comeliani, si chiamava Cercenà (dal cercinare le piante operazione che consisteva nel togliere un anello di corteccia alla base della pianta per chiudere così il flusso della linfa che determinava un lento essicamento ottenendo leggerezza e durezza del legname da usare per costruzioni e per lavoro) ma vi furono continue liti, ferocia, furti di animali e uccisioni reciproche; diversi atti del 1300 testimoniano come tali terreni venivano affittati ai tedeschi finchè il 6 agosto 1403 il Patriarca di Aquileia, Antonio Panciera, concesse in affitto tutta la valle ai tedeschi che attraverso i secoli si mutò in proprietà.
Venezia (1420 - 1797)
Con autonomia legislativa e amministrativa, riconosceva la proprietà dei boschi e pascoli, l’uso gratuito delle acque esenzione della proprietà da imposte e tasse.
Forti guerre da parte degli austriaci dal 1508 al 1511 coinvolgono anche il Comelico insieme al Cadore.
Venezia aveva bisogno di legname, il Comelico era ricchissimo di tale materia prima e vide accrescere fortemente l’economia del territorio.
Importante fu il manufatto “LA STUA” di Padola, uno sbarramento per defluire il legname – il primo atto scritto è datato nell’anno 1521 di proprietà di due fratelli Riboli e un certo Zoldan tutti di Padola, probabilmente allora si trattava di un terrapieno e travi di legno, il manufatto più volte fu venduto a diversi commercianti di legname fino all’ultimo acquisto da parte della famiglia Gera di Candide che nel corso degli anni lo rinforzò fino ad arrivare a quello che vediamo oggi – alta 16 m. spessore 6 m. lunga 30 m. – a monte si formavano oltre 2 milioni di mc. di acqua che spingevano il legname fino alla confluenza del Piave, quindi al cidolo di Perarolo ove venivano costruite le zattere per il trasporto di materiale e anche persone fino a Venezia, la Stua cessò di funzionare a seguito delle disastrose piene del 1882 e poi con l’avvento dei mezzi motorizzati.
La Stua di Padola rimane l’ultimo esempio di sbarramento dell’acqua quale mezzo di trasporto ancora esistente in Europa.
Nel 1500 l’arsenale di Venezia sfornava una nave al giorno, e si fornivano anche tutti gli squeri per la costruzione di gondole e altre imbarcazioni minori. Per dare un’idea nel 1588 fu costruito il Ponte di Rialto con 12000 palafitte per le fondamenta, pensiamo alle palafitte di tutti gli altri fabbricati.
Non sappiamo a quei tempi quanto legname giungeva a Venezia, ma per avere un’idea abbiamo i dati di metà 1800, dal Comelico e Auronzo provenivano 280/300 mila taglie.
Un accenno ai CIPPI del Doge Loredan e della regina Maria Teresa d’Asburgo stabiliti nel convegno di Rovereto per calmare le continue controversie (specie tra Auronzo e Dobbiaco) cippi che ancor oggi si vedono posti a confine tra la repubblica di Venezia (con il leone di S.Marco) e il sacro romano impero asburgico (con stemma scudato e gigli stilizzati degli Asburgo) risalgono al 1753; in Comelico furono installati 18 cippi dai Frugnoni al Sasso del Popera
Età Napoleonica (1797 - 1813)
Viene meno la protezione di Venezia ridottasi a neutralità disarmata. Si attraversano continue guerre tra tedeschi e francesi e anche il Comelico si trova sotto la dominazione ora dell’uno e ora dell’altro.
I Comuni nella attuale fisionomia di enti pubblici territoriali sono stati istituiti con il regio decreto 8 giugno 1805 e decreto 9 aprile 1806, l’assestamento in maniera definitiva, con i Comuni come anche oggi risultano, dal 12 febbraio 1916.
Dominio Austriaco - Regno Lombardo Veneto (1813 - 1866)
Entra finalmente una tranquillità politica.
È un periodo però di sacrifici, 1817 e 1823 gravi carestie provocate dal maltempo, colera 1826, poi numerosi incendi verso la metà del secolo in diversi paesi del Comelico. Seguirono tanti sacrifici per pagare i numerosi debiti accumulati che riuscirono a saldare con forti tagli boschivi.
In tale periodo si ebbero però anche diversi fatti positivi:
- Nel 1816 e 1817 si effettuarono le prime mappe catastali del Comune di Comelico Superiore
- Nel 1824 – 25 vengono istituite scuole elementari gratuite
- Nel 1832 fu eretto il consorzio delle grandi strade per la nuova viabilità: la strada della valle, costruita nel 1838/40, (con una galleria di 44 mt. la prima che si vedesse in Veneto), poi la strada verso la Pusteria e verso la Carnia.
Nel 1848 epopea risorgimentale cadorina alla quale seguì una forte repressione austriaca.
I gloriosi avvenimenti del 1866 fissarono l’appartenenza al Regno d’Italia.
Unica eccezione nell’ultimo anno della prima guerra mondiale, dal 6 novembre 1917 al 6 novembre 1918 periodo nel quale il Comelico veniva invaso dalle truppe austro-ungariche.