Śvaldìn, l’emigrante. Gelati e caldarroste a Strasburgo

Italo Zandonella Callegher

Osvaldo Zandonella Callegher, ovvero Śvaldìn dal Śecu, era nato a Dosoledo il venerdì 26 agosto 1892, figlio di Zandonella Callegher Benedetto Luigi, chiamato Gìśi (1864-1934) e Zandonella Frachiel Maria Graziosa (1865-1899). La madre se ne volò via all’età di 34 anni lasciando sei orfani, rispettivamente di anni: 12, 10, 7, 4, 3 e la piccola Graziosa di 2 mesi e mezzo. Portava lo stesso nome di quell’antenato (Osvaldo) che combatté al soldo dell’imperatore Carlo IV e lo stesso nome di un patrono del suo paese.

Śvaldìn era il terzo di sei figli. All’età di sette anni, dunque, si ritrova orfano. Inizia una vita tutta in salita. I benemeriti Osvaldo e Valentina Frachiél aiutano il piccolo come meglio possono. Intanto il nonno Gìśi, all’età di 37 anni si risposa. E’ il 24 febbraio 1901. In seconde nozze prende per moglie De Martin De Tomas Pierina figlia di Pietro e di De Martin Conte Valentina, nata a Comélico Superiore il 27 novembre 1876 e ivi deceduta il 4 gennaio 1928 all’età di 52 anni. Avranno 4 figli che vanno ad aggiungersi ai sei avuti dal primo matrimonio. Oggi si pensa che simili unioni non fossero proprio improntate sul grande amore, ma piuttosto sulla necessità impellente di dare una madre surrogata ai piccoli orfani. Alla novella sposina non restava che sperare in un paradiso celeste meno impegnativo. A quelle povere donne restavano poche ore di libera uscita, dedicate alla stalla, ai campi, alla fienagione, a cavar patate e mille altre cose. “Sante subito”!

A 13 anni, nel 1905, suo padre gli consegna 10 Lire, l’equivalente di 40 Euro di oggi: «Questi sono i primi soldi che ti do e saranno anche gli ultimi.» Quindi lo affida a un parente che parte per la Germania a fare lo stagnino. I Motivi non sono noti, ma il paesano esperto non gli fa da maestro e Śvaldìn si trova da solo a decidere del suo futuro. Si sposta a Strasburgo e trova lavoro come garzone in una un gelateria italiana dove rimane il tempo necessario per imparare quella non facile arte che vedeva i cadorini primeggiare in Europa come veri maestri. Non solo: apprende anche i trucchi per arrostire le castagne sul fuoco come si deve. Erano le caldarroste, i famosi marroni; poi le ciambelle, li fritli comeliane (i cui primi rudimenti aveva già acquisito dalla parente Valentina Frachiél) e il castagnaccio.

A Strasburgo, nella prima decade del Novecento, vide il suo primo film – arte ancora in fasce (inventato nel 1895), il celebrato cinemà o filmina, con la celeberrima sequenza del treno che usciva dalla galleria e pareva correre veloce verso la sala mentre la folla fuggiva in preda al terrore. Raccontò anche che in quegli anni giovanili vide uno spettacolo osé, audace (ma del tutto innocente rispetto a quanto ci propina oggi il cinema e la televisione). Era il can can o qualche suo derivato di successo uscito dallo sfavillante palcoscenico del Mouline Rouge.

Le vendite del suo datore di lavoro andavano bene. “Allora lo posso fare anch’io” si disse. È preparato, motivato, decide di fare il grande passo: aprire un’attività tutta sua. Certo, buona idea, ma chi segue la bottega? Ci vuole una donna, meglio una moglie, che possa gestire l’impresa mentre lui si sarebbe curato dell’organizzazione, della produzione e della distribuzione. Prende in affitto un terreno comodo, trasforma una casupola in qualcosa di decoroso, e parte …
Durante la sua ultima venuta a Dosoledo aveva adocchiato una prosperosa ragazza del luogo, di buona famiglia che, a un primo approccio, si era quasi dimostrata disponibile a seguirlo a Strasburgo. Pensiamo si sia trattato di un colpo di fulmine, fatto sta che Śvaldìn in quattro e quattr’otto da l’addio al celibato e si sposa il 4 febbraio 1921 con Sacco Sonador Pierina nata a Dosolédo il 19 giugno 1894 (era sorella di Ponä Rossä e quindi zia di Luciano Golin). La nuova famiglia emigra a Strasburgo e dà inizio all’avventura aprendo un’attività come era nei sogni. Diventerà subito funzionante.

Un triste giorno l’Italia decise di giocare alla guerra. Per farlo chiamò alle armi in prima linea i suoi baldi giovani, poi i baldi anziani che avevano guerreggiato in Libia, poi i poveri cristi poco baldi e quasi quarantenni della Milizia Territoriale, infine i baldi emigranti di varie età che sfacchinavano all’estero per mantenere le loro famiglie e il bilancio dello Stato. La cartolina arriva anche a Śvaldìn che rientra da Strasburgo per fare il suo dovere di soldato nella Grande Guerra.

A proposito di Grande Guerra, studiando recentemente i documenti dell’Archivio di Stato e i vari diari, ho conosciuto finalmente la verità sulla “Guerra” di Śvaldìn. «Soldato di leva 1ª categoria, classe 1892. Distretto Militare di Belluno, 1 dicembre 1912. Tale nel 7° Regg. Alpini Batt. Pieve di Cadore, 3 dic. 1912. «Trattenuto alle armi a senso dell’Art. 1° Regio Decreto del 18 dicembre 1914. Concessa dichiarazione di aver tenuto buona condotta, di aver servito con fedeltà e onore. Rientrato al corpo ed inviato in congedo assoluto perché riconosciuto permanentemente inabile al servizio Militare dal 1 ottobre 1917… causa ferita d’arma da fuoco alla gamba sinistra riportata alla forcella Lavaredo (Auronzo) li mattina 26 maggio 1915. Autorizzato a fregiarsi del distintivo d’onore istituito con R. D. 21 maggio 1916, n. 640 – campagna di guerra 1915. Concessa Medaglia a ricordo della Guerra Europea 1915-18, n. 298313, concessa 1.7.1924. Autorizzato fregiarsi medaglia a ricordo guerra 1915-1918, n. 125408 del 9.8.1929».

Cosa era successo, dunque, quella mattina del 26 maggio 1915 a Forcella Lavaredo a soli due giorni e mezzo dalla dichiarazione di guerra (ore 19 del 23 maggio) e tre giorni dopo l’arruolamento? La bestialità della guerra aveva indotto italiani e austriaci a diventare nemici acerrimi. Fino a pochi giorni prima avevano barattato caffè con tabacco, pasta con cioccolato, carne in scatola con speck! Amicizia intima forse non c’era mai stata tra pusteresi e comeliani, ma rispetto sì!
E qui entra involontariamente nella vita di Śvaldìn la figura leggendaria di Sepp Innerkofler (1865-1915), grande guida alpina di Sesto in Pusterìa, perfetto conoscitore della zona, in guerra capo della leggendaria “pattuglia volante” e fin da subito eroico combattente degli Standschützen nelle fila dell’Impero austro-ungarico. Era anche un uomo di cultura e, quotidianamente, teneva un diario che redigeva alla sera prima di coricarsi. Naturalmente dopo aver detto un’Ave Maria in tirolese da buon cristiano qual’era.

Sepp, benché avesse ormai quasi 50 anni, si presentò spontaneamente alla gendarmeria di Sesto già nella mattinata del 19 maggio 1915. Il 20 venne inserito nelle fila dell’esercito austriaco e comandato ad iniziare immediatamente la prima missione. Seguita da una serie incredibile di leggendarie imprese alpinistiche realizzate con la sua “squadra volante”. Il miglior campo d’azione furono le montagne del Gruppo del Popèra e dintorni, quelle che dominano la sua valle. Là le truppe italiane si erano già posizionate con l’intenzione di effettuare una di quelle azioni che, perlomeno alla nascita, davano l’impressione di essere fra le più illogiche operazioni militari della storia e che, invece, risultarono quanto mai efficaci e determinanti: la conquista del Passo della Sentinella.

Nel diario di Sepp si legge: «26 maggio 1915: partito con Forcher [suo cognato] alle ore 6; arrivato sul Paterno alle 8. Alle 8,30 inizia di nuovo il ballo. Il tiro non è molto preciso, ma gli shrapnel hanno un buon effetto e costringono gli italiani a ripararsi dietro la Cima Piccola di Lavaredo. Mi fischiano, è vero, un paio di proiettili vicino agli orecchi, ma la pelle è salva e quando arrivo sulla cima sento sotto di me il crepitio di un tiro rapido. Mi spingo ancora più avanti e comincio a lisciare il pelo sulla schiena di quei signori; dopo tutto loro sono in 20. Anche Forcher mi dice che dalla forcella superiore qualcuno ha attentato alla sua pelle, ma ha fatto solo un buco nell’aria. Spariamo circa 35 colpi, ma gli italiani sono ormai scomparsi e ci sembra di averne feriti un paio…»

Mentre leggo il diario di Sepp Innerkofler la mia mente corre al grosso faldone dell’Archivio di Stato e alla frase riferita a Śvaldìn: «Ferita d’arma da fuoco alla gamba sinistra riportata a forcella Lavaredo (Auronzo) li mattina 26 maggio 1915.»
Se è vero che uno più uno fa due, dovrebbe essere altrettanto vero che Sepp Innerkofler, decidendo di «lisciare il pelo sulla schiena di quei signori» e di «averne feriti un paio» aveva colpito, nella mattinata del 26 maggio 1915, anche Osvaldo “Śvaldìn” Zandonella Callegher, classe 1892, Alpino del 7° Regg. Batt. Pieve di Cadore, combattente per la Patria sulla Forcella Lavaredo. La pallottola gli trapassò la gamba sinistra all’altezza del ginocchio. Fu subito soccorso dai suoi compagni d’arme e portato in salvo sotto un masso, al di là della forcella, quindi portato all’“ospedale da campo da cento letti n. 043” di Auronzo per le prime cure e in seguito ricoverato all’ospedale militare di Piacenza. Con ginocchio e caviglia menomate iniziò mestamente la sua “carriera” di mutilato e di invalido di guerra. Attraverso l’apposito Ente ricevette gratis per tutta la vita, un anno sì e uno no, la scarpa ortopedica sinistra. Quella destra era a pagamento. L’altro soldato colpito dal fuoco di Sepp era pure lui di Dosolédo. Si chiamava Arcangelo Staunovo Polacco, Mitragliere, poi ricoverato inutilmente all’ospedale da Campo n. 100 di Auronzo.

Dopo un lungo periodo di cure e riabilitazione dell’arto offeso, Śvaldìn viene rispedito al suo reparto senza tanti complimenti. Fortuna volle che ci fosse bisogno di un responsabile dell’approvvigionamento e distribuzione del vino e altre necessità alla truppa e lui faceva al caso vista la sua predisposizione al “commercio”. Tennero conto della gamba ferita, dell’impossibilità di lunghe marce, di lavori pesanti e l’incarico fu suo. Una fortuna. Inoltre il maresciallo gli aveva pregato di allungare il vino con della buona acqua fresca in modo che i soldati fossero sempre pronti ai richiami della “Patria in armi”. Gli permise anche di fare la “consegna a domicilio”, cioè di tenda in tenda, guadagnando qualcosa.

Intanto un altro evento tragico ferisce la famiglia del nonno.
Bortolo, il più giovane dei tre maschi (gli altri figli erano Luigi emigrato negli Usa, Osvaldo-Śvaldìn, Bortola morta a 10 anni, Valentina Gioseffa poi sposata con Odorico Gorgolon, Bortolo e Graziosa morta a due mesi e mezzo), riceve la fatidica cartolina del richiamo e il 17 settembre 1915 all’età di 18 anni e 9 mesi, si presenta al Distretto Militare di Belluno.

Il 7 febbraio 1916 viene denunciato al Tribunale Militare di Roma “per il reato di ferimento in rissa”. In questo periodo, quindi, viene trasferito a Roma per il processo e qui assolto con formula piena per inesistenza di reato con sentenza di quel Tribunale. Questo fatto, però, gli sarà fatale in quanto non lo fanno più rientrare al 7° Regg. Alpini. Quando si dice: il destino! Infatti il 28 aprile 1916 viene trasferito al 1° Reggimento Alpini sull’Ortigara, cioè in prima linea dove il 6 luglio 1916, all’età di 19 anni e 7 mesi, muore nel combattimento di Cima Campigoletti, subito a sud ovest del Monte Ortigara (Altipiano di Asiago), come risulta da atto di morte inscritto al n. 24 del registro degli atti di morte tenuto dalla 120ª Compagnia del 1° Reggimento Alpini. Il tutto verificato e chiuso a Belluno il 26 ottobre 1917 dall’Ufficiale di Matricola Bertazzoli. Nel certificato si legge: “Io sottoscritto Festini Cromer Francesco, Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Comelico Superiore, avendo ricevuto dal Comando del 1° Reggimento Alpini copia di atto di morte, per intiero ed esattamente trascritta detta copia che è del seguente tenore: Estratto dell’atto di morte del soldato Zandonella Bortolo, inscritto sul registro tenuto dalla 120ª Compagnia. Il sottoscritto Tenente Turbiglio Sig. Teresio, Comandante la Compagnia incaricato della tenuta dei registri di Stato Civile presso la suddetta Compagnia del 1° Reggimento Alpini, dichiara che nel registro degli atti di morte fasc.1, pagina 23 ed al n. 23 d’ordine, trovasi inscritto quanto segue: l‘anno millenovecentosedici ed alli sei del mese di luglio a Cima Campigoletti mancava ai vivi in età d’anni venti – classe 1896 – Distretto di Belluno, il soldato Zandonella Bortolo, nativo di Dosoledo (Auronzo), Provincia di Belluno, figlio di Luigi e di Frachiel Graziosa, morto in seguito a ferita d’arma da fuoco come risulta dai seguenti testi all’originale, firmati Calleri Giovanni e Maranzano GioBatta.
Mondovì, 13 maggio 1919. Il Maggiore Relatore, f.to Chiaro”.

“Tra le più tremende battaglie della Grande Guerra, quella nella zona del Monte Ortigara è ricordata ogni anno da un pellegrinaggio alpino che rivive il sacrificio di circa 16.000 uomini”.

Dal dramma alla beffa la strada è breve, un pugno di anni: il 3 agosto 1924 Zandonella Callegher Bortolo, deceduto otto anni prima, riceve una lettera dallo Stato dove viene “autorizzato a fregiarsi della medaglia a ricordo della guerra 1915-18, n. 147288 e della Medaglia a Ricordo della Guerra Europea 1915-18 portante il n. 171427 di concessione D”.
Una beffa imperdonabile!!!

Ma ritorniamo a Śvaldìn. Finita la guerra rientra a Strasburgo, ora nuovamente in territorio francese, dove riprende la sua attività di gelataio.

Il 2 dicembre 1921 diventa papà: nasce Graziosa Maria. Alla gioia per l’evento e alla situazione economica buona seguono periodi sfavorevoli, per non dire tragici. La bambina muore all’età di tre mesi il 9 marzo 1922. Nel 1934, il 17 dicembre, muore anche la moglie Pierina; aveva appena 40 anni.

Non ho mai saputo di cosa. (Nella stùä paterna a Dosoledo noi bimbi vivevamo in compagnia di due grandi quadri con foto. Uno era un bel ovale con il ritratto del nonno Gìśi ritoccato a colori. Di fronte c’era un altro ancora più grande con l’immagine in bianco e nero di una misteriosa donna dall’aspetto riflessivo, profondo, quasi bonario. La mamma ci aveva insegnato a chiamarla semplicemente la mamìnä. Arrivai quasi al mio matrimonio per sapere che quella donna era la prima moglie di mio padre. Il papà non parlava. Mia mamma Rita le portava rispetto senza mai dire chi fosse realmente; diceva di pregare per lei, di mandare bacini. E noi lo facevamo. Un fatto più unico che raro!!! Quale donna accetterebbe oggi che il marito tenga nel cuore della casa la foto della prima moglie defunta, in sostanza la rivale in amore della seconda? Neanche nella soap televisiva più fantasiosa…).

Sempre nel 1934 muore anche nonno Gìśi. Aveva 70 anni. Quel bel ovale a colori sta ora nella mia casa di Dosoledo vicino a quello del nonno materno Antonio. I patriarchi vegliano sulle future generazioni.

Probabilmente la scomparsa della moglie lascia Śvaldìn rattristato al punto da pensare di piantare tutto e vendere la sua attività per rientrare a Dosolédo. Con la morte del padre la casa natale si è liberata e abbisogna di restauro. Qui preparerà il suo nido. Abbandona Strasburgo per sempre, attirato anche dall’illusione che l’Italia stia uscendo dalla posizione di cenerentola e si stia avviando verso un roseo futuro. A Dosolédo viene nuovamente ospitato provvisoriamente dai buoni coniugi Valentina e Osvaldo Frachiél dove già vivono altri parenti fra cui la sorella Tina con un paio di figli e altri “aiutanti” per i vari lavori della campagna, della stalla, del bosco, ecc … La più giovane era una graziosa ragazza del luogo di nome Rita Zannantoni Salèr, orfana del padre Antonio morto nel 1917; questi era il casaro nella latteria di Dosoledo e d’estate nella casera di Rinfreddo. La madre era Gioseffa Zandonella Garofolo, una santa donna. Rita era stata presa dai due coniugi per aiutare la famiglia Salèr a sbarcare il lunario. In realtà faceva la servetta di tutti: sveglia alle quattro, salita a Sturbìn per i lavori della stalla: nutrire e pulire le mucche, mungitura, quindi risalita nel tardo pomeriggio per la il pasto agli animali, ecc… ecc… Oltre a tutti i lavori della campagna, del bosco, della lavanderia; poi riparazione attrezzi, funazéli, rìghin, pichéti, céssi, ristéi… e via discorrendo. Per completare l’opera c’erano anche i lavori “fuori contratto”come servire Tina e figlie… alla maniera della protagonista nella favola dei fratelli Grimm… In silenzio, a testa bassa, forse pregando… che tutto finisca presto. E finirà, Śvaldìn volendo.

Quest’ultimo acquista diversi appezzamenti di terreno a Dosoledo e zone limitrofe, alcuni boschi (quello enorme di Ciarèdi gli permette di mantenere la famiglia in modo decoroso con un taglio di bosco alla bisogna e avanti così…), una casa al centro di Belluno (“non si sa mai, potrebbe tornare utile per aprire una gelateria …”), prende in affitto una macelleria a Dosoledo e come socio si prende Noè, fratello di Rita. Ma dura poco, i due non si trovano, si chiude tutto e si cambia mestiere.

Nel frattempo rientra dagli Stati Uniti un altro emigrante della famiglia che merita una parentesi: è barbä Gìśi, fratello maggiore di Śvaldìn, nato il 22 aprile 1887 e coniugato il 29 luglio 1913 con D’Ambros De Francesco Lucia, lalä Tutä di Casamazzagno (n.1888 e deceduta a Union City, USA, il 15 ottobre 1976 all’età di 88 anni). La madre di questa Lucia era una maestra elementare, che aveva un fratello sordomuto chiamato “al mutu dal sau”.

Questo zio, giunge qui con la famiglia (moglie, due figlie e un maschio) convinto che Dosoledo avesse bisogno di un albergo che agevolasse il turismo che iniziava appena a svilupparsi grazie anche al villaggio alpino della GUF (Giovani Universitari Fascisti di Treviso) e della SUCAI (Società Universitaria del CAI). Con grande coraggio e mezzi appropriati costruisce una grande casa/albergo sul terreno del padre, in posizione dominante il Gruppo del Popèra.

Dopo qualche anno la sua famiglia si rifiuta di vivere a Dosoledo dove non c’era nulla se non aria buona e grandi vedute. La casa, giunta al tetto, fu venduta a Cicco Necca per Lire 5000 (del 1935, pari a 5760 Euro di oggi, circa 10milioni di vecchie Lire). La grande casa è quella che sta (nel senso vero della parola) sopra il mio fienile ristrutturato, ora parzialmente abitata dalla famiglia di Sesto. Barbä Gìśi, la moglie e i figli Bice, Dora e Bruno ritornano quindi in America (1937?); dove lo zio muore a Union City il 7 dicembre 1962 all’età di 75 anni.

Rita e Śvaldìn, quindi, inizialmente vivono sotto lo stesso tetto. A distanza di sicurezza, naturalmente. La Néni (=zia; così noi chiamavamo la zia Valentina Frachiel) vigila su tutto e su tutti. Ma non ce n’era bisogno, il primo approccio fu improntato sulla timidezza di lei, sulla signorilità di lui. Ma sulla via del corteggiamento c’era un ostacolo che appariva insormontabile: l’età. Lei aveva 22 anni, lui era vedovo, aperto al mondo, e di anni ne aveva 42. Una differenza abissale. Rita gli dava del “voi”, lui non accettava, cose da vecchi (noi figli siamo stati fra i primi in valle a dare del tu al padre; cosa quasi inconcepibile in quegli anni in cui sia la Chiesa che il Regime spingeva per il Voi). Fatto sta che scoppia l’amore, o meglio, una profonda empatia che li porta all’altare l’8 gennaio 1936. Il più entusiasta fu don Angelo il fratello salesiano (nel 1933 aveva cantato la prima messa a Dosoledo), che si rivolse allo sposo con queste parole: “Grazie Śvaldìn, Voi avete liberato un’anima dal Purgatorio”.

Parole sante, tanto per stare in tema con chi le ha pronunciate. Viaggio di nozze a Roma con tappa a Venezia, belli, eleganti come due signori, probabilmente felici. Pochi sposi allora si spingevano così lontano. Śvaldìn iniziava una seconda vita, Rita usciva vincente dalla favola di Cenerentola: aveva trovato il suo principe ladino senza scomodare i fratelli Grimm e finalmente intuiva la possibilità di creare una famiglia tutta sua. Undici mesi dopo arriva la prima figlia ad aprire una lunga serie (il pancione di Rita aveva dato adito in paese a qualche pettegolezzo maldicente, chiacchiere che tornarono indietro con gli interessi ai soliti pettegoli).

La neonata fu chiamata Pierina, come la prima moglie di Śvaldìn. Rita non batte ciglio; altro esempio della sua mentalità aperta.

Impara a fare l’agricoltore di montagna: i lavori della stalla (Rita al mattino presto, lui nel tardo pomeriggio), mungitura compresa che apprenderà dopo un certo tirocinio perché… sembra facile. Nutu Fracél gli insegna l’uso della falce fienaia e a bàti la fàuzi, ecc. Un vero maestro. Quindi si dedica ai lavori boschivi, a fare l’uomo di fiducia della Regola (segnare le piante per il taglio, misurare i tronchi, verificare i confini, ecc, ecc.). In seguito si impegnerà anche come Consigliere della Regola e Consigliere Comunale.

Śvaldìn invecchia serenamente assieme alla sua dolce e laboriosa chioccia ed a una nidiata di sei pulcini al seguito. Orgoglioso della sua famiglia, la seguì sempre, attento a non farle mancare nulla. Ne fa testo il grande bàncu con disegni ottocenteschi che si trovava all’ultimo piano della casa; conteneva ogni ben di Dio (per quei tempi): pasta, riso, scatole da cinque chili di sgombro (ah che delizia! quel tòciu di sgombri con polenta gialla che mamma Rita realizzava meglio di un grande chef), poi farina di mais e di grano, fagioli, perfino un chilo di pepe in grani (che nessuno voleva), ecc… ecc… Certo! Profumi e balocchi non ce n’erano; esistevano solo nella famosa canzone di E.A.Mario scritta negli anni Trenta del ‘900 e cantata da Luciano Tajoli e tanti altri big di allora. L’unico balocco fu un cavallino di cartapesta su base di legno con piccole ruote; ce l’aveva regalato zio Gìśi d’America e lo facevamo avanzare velocemente sui pavimenti di abete fin quando non si ruppero le zampe.
Insomma, invecchiò com’era vissuto: molti i fatti, poche le parole. Lo ricordo sempre elegante: giacca, camicia chiara, cravatta, spesso anche il gilet. Sempre attento all’ascolto, lasciava le chiacchiere ad altri. Trovò anche il tempo per insegnare a due giovani di Dosoledo l’arte del gelato. Ricordo di averlo visto un giorno spignattare nella nostra cucina, spiegare, ripetere, insegnare i trucchi del mestiere a Dino di Gnògnés e a un suo parente… Qualche tempo dopo fu felice e orgoglioso quando venne a sapere che i due avevano fatto fortuna in Germania.

La poltrona gli serviva solo per sedersi comodo a leggere Il Gazzettino. Lo acquistava di “seconda mano” al mattino dopo, al prezzo ridotto a poche lire, “tanto le frottole erano le stesse del giorno prima”.
Ho bene impresso nella mente il suo sguardo espressivo mentre mi diceva: “Amare i monti stando al piano!” Ero in partenza con il fratello Beppe per una spedizione alpinistica in Himalaya e quell’appello si riferiva alla recente tragica morte di suo nipote Mario caduto dalla parete nord del Pelmo durante una arrampicata solitaria.
Śvaldìn se ne andò a offrire gelati in Paradiso il 27 maggio 1977 a 85 anni.

Conoscendo la sua fantasia e la sua intraprendenza, penso avesse preferito fare alcune stagioni in Purgatorio dove il fuoco per le sue caldarroste non sarebbe mai mancato … ed era gratis.