Vecchie Tradizioni e festività di Comelico Superiore
di Achille Carbogno, Gruppo Ricerche Culturali Algudnei, Italo Zandonella Callegher, Marco Zambelli Mariani, Raffaella Zanderigo Rosolo
Natale: alla vigilia, per antica costumanza, si cucinava e si mangiava il’ baccalà condito con molto aglio. Dopo il tramonto le osterie venivano chiuse perché ognuno doveva passare la serata in casa nell’intimità della famiglia. Seguiva la messa di mezzanotte, allietata da vecchi inni e nenie, e i saluti degli emigranti riempivano poi le piazze ed i vicoli. La notte santa passava lenta per i più piccoli che attendevano ansiosi il mattino quando sarebbero corsi al larìn (focolare) a prelevare ciò che Gesù Bambino aveva loro portato (in genere: arachidi, mandarini, noci, nocciole, fichi secchi, carbone – anche – per i più discoli). Il giorno di Natale lo si trascorreva in casa nella più perfetta unione ed era usanza molto osservata e severa: non si usciva neppure per fare gli auguri ai parenti. Era, insomma, la festa della famiglia per eccellenza!
Santo Stefano: un coro formato da soli uomini passava di casa in casa cantando il Verbum Carum. Nell’abitazione degli sposi novelli essi intonavano l’inno paesano Il Bél Bambin.
Fine d’anno: nel pomeriggio inoltrato tutti si trovavano in chiesa a cantare il Te Deum di ringraziamento per l’anno trascorso. Seguiva in ogni casa la tradizionale mangiata delle frittelle annaffiate, dove si poteva, da buon vino rosso. Non si usavano balli o altri divertimenti, solo da pochi decenni arrivati con la civiltà incalzante.
Primo giorno dell’anno: gruppi di 3-4 bambini passavano per tutte le case pronunciando il più velocemente possibile il vecchio detto: bundì, bón an, a mi la bonamàn (buongiorno, buon anno, a me un regalino) riuscendo ad ottenere un piccolo dono solamente se avevano pronunciato la frase prima di chi apriva loro la porta.
Vigilia dell’Epifania: la serata era molto sentita ed interessante; gli uomini prelevavano dalle soffitte la famosa pietra bianca (in sostanza un semplice sasso rotondo), la immergevano in un recipiente di rame pieno d’acqua Santa e la lanciavano oltre il tetto della propria casa allo scopo di tenere lontani gli spiriti maligni. Quando mancava la pietra bianca si usava una palla di neve pur’essa imbevuta del liquido protettore… Le donne, in genere le più anziane, benedivano le stanze con aspersioni di acqua benedetta fatta poi bere a tutti i componenti la famiglia. I bambini mettevano la calza sul larìn per ricevere i doni dalla Befana. Essi avevano un sacro terrore per una delle streghe dell’Epifania chiamata Ardóiä (diavolessa) che, proprio in quella notte, usciva dal suo nero reame a correre per le vie e le case del paese trascinando pesanti catene.
Giorno dell’Epifania: gruppi di tre bambini vestiti da Re Magi e portanti una stella girevole sopra un bastone passavano per ogni famiglia a cantare inni natalizi, ricevendo in cambio piccoli regali.
Carnevale: famose erano (e lo sono ancora) le grandi mascherate. Esse partivano dalla periferia del paese per radunarsi nella piazza principale dove, dagli spettatori, veniva formato un grande cerchio. Al centro le maschere ballavano e recitavano. Quindi visitavano ogni casa dove c’erano ragazze e ballavano nella stua (tinello). Il corteo mascherato era preceduto dai laché sontuosamente vestiti, avvolti in fazzoletti e nastri di seta variopinta, pantaloni alla zuava, pure di seta, berretto a cilindro alto e bianco decorato con collane di valore, spille d’oro, anelli, ecc. Seguiva il matazìn (mattacchione) più o meno vestito come il laché, ma meno sontuosamente. Subito dopo c’erano i paiàzi (pagliacci) dai vivaci colori, allegri e grandi, instancabili ballerini. Seguivano le coppie eleganti (li còpii da bél) ben vestite nei costumi più disparati. Infine li còpii da véci (le coppie dei vecchi) abbigliate più o meno ridicolmente e col viso coperto da paurose maschere di legno incise a mano, i vòlti o mascri. Il tutto accompagnato da una simpatica orchestrina paesana. Il ballo di prammatica era la véciä, antica ballata locale di probabile origine polacca, fatta di balzi e saltelli, molto veloci e faticosi.
Mezza quaresima: era il giorno dedicato ai bambini che emulavano gli anziani sia nei costumi che nelle danze. Al centro della piazza veniva bruciata la grande strega di paglia, la muta o la véciä, fra il giubilo di tutti i presenti (pompieri esclusi).
Santi e Morti: c’era la credenza che le anime dei defunti girovagassero per la valle la sera del l° novembre. Chi in vita aveva rubato al proprio vicino di campo un po’ d’erba spostando i paletti di legno che delimitavano le proprietà (i cunfìns) veniva visto, in questa notte, correre disperato per i prati e le valli con un paletto infuocato in bocca.
Santa Lucia: festività molto sentita, anche se non solennizzata, che dava inizio alle feste di Natale. Da questo giorno, e fino al 24 dicembre, gli uomini salivano ogni sera sul campanile e cantavano magnifici inni natalizi. Era una cosa stupenda. La gente, sulla piazzetta sottostante, ascoltava estasiata circondata dal biancore della neve.
Benedizione della casa: per ogni famiglia passava il parroco con due chierichetti. Dopo la benedizione ricevevano dei doni che riponevano in capaci cesti di vimini: fagioli, fave, uova, orzo, avena, ecc. I più ricchi donavano dei pani di burro. Il sacrestano riceveva un grosso pane di segala o di frumento.
Benedizione dei campi: una lunga processione con partenza in parrocchia (allora Candìde) percorreva tutto l’Alto Comelico e durava 8-9 ore con breve pausa di mezz’ora a Pàdola per uno spuntino. Venivano benedetti tutti i campi con grande partecipazione di popolo che pregava e cantava continuamente.
Salita all’alpeggio: avveniva il 24 giugno, giorno di San Giovanni. Ogni proprietario accompagnava il proprio bestiame alla casèra e lo consegnava al direttore dei pascoli. Il parroco saliva a benedire l’alpeggio. Il giorno della Madonna di settembre, cioè l’otto, il bestiame ritornava nuovamente verso le stalle giù in paese.
Difesa contro le streghe: la pietra bianca, i getti d’acqua Santa, le giaculatorie… I bambini non dovevano assolutamente uscire di notte (magari esistesse ancora questa buona usanza…) e non dovevano essere portati in cimitero se non dopo aver ricevuto dall’anziana della famiglia un’abbondante aspersione d’acqua benedetta, efficiente arma contro gli spiriti maligni.
La fienagione: si iniziava alla Madonna del Carmine nei prati vicini al paese e a Sant’Anna in quelli d’alta montagna. C’era un detto: A San Bartolomìu la mónti va apédi Dìu (A San Bartolomeo la montagna va con Dio, cioè non era più tempo di falciare in alto e si faceva ritorno alle proprie case). La fienagione in alta montagna, dove si falciava per ogni dove, durava anche un mese e i contadini dormivano nelle baite sul fieno. Alla sera si accendevano grandi falò, visibili da tutta la valle, si suonava la fisarmonica, si cantava, si scambiavano visite da baita a baita (il bàrcu). Alcuni detti, ancor oggi validi, erano usati per pronosticare il tempo o tentar di capire le stranezze metereologiche: San Lurenzu dla gran caldurä e San Bastiàn dla gran fardurä, un e clautär pócu durä (San Lorenzo della gran caldura e San Sebastiano della gran freddura, sia uno che l’altro poco durano). Can ch l Aiàrnlä fa ciapél, du la fàuzi e su l restél (quando l’Aiarnola fa cappello, giù la falce e su il rastrello). Can ch l Aiàrnlä fa zinturä, l témpu bél n durä! (quando l’Aiarnola fa cintura il tempo bello non dura). Can ch al témpu bèn promèti d nóti, durä fin ch li patati é cóti (quando il tempo ben promette di notte, dura fin quando le patate son cotte). Nughi róssi dal sèrä, par dumàn bèn se spèrä (nuvole rosse di sera, per domani ben si spera). Grande festa anche in ottobre per la raccolta delle patate. Erano ripetute sempre le stesse frasi fra le raccoglitrici, come: Bìciä, mòh? (rende il raccolto?). Eh, nò màssä (eh, non troppo). Bèn, bèn! Mangiòn n saluti chèli ché… e pò s vardarà (Pazienza! Mangiamo in salute quelle che ci sono… e poi si vedrà).
Per cacciare i bruchi dagli orti: s’infilzava un guscio d’uovo su un legnetto appuntito, conficcandolo poi nel terreno. I bruchi abbandonavano gli ortaggi.
Riti per il fidanzamento: durante l’autunno i giovani si radunavano spesso nelle stue (tinelli) per chiacchierare e per adocchiare la ragazza del cuore. Mangiavano noci e nocciole e ad un certo punto il giovanotto offriva alla ragazza che gli piaceva una manciata di frutti. Se la fanciulla accettava il dono, era segno palese che la simpatia era ricambiata e ne scaturiva un fidanzamento. Se non raccoglieva l’offerta, lui non era l’uomo dei suoi sogni. Così nascevano moltissimi e felici matrimoni!
Riti per la nascita: il padrino offriva alla puerpera una cesta piena di doni: focacce, vino, marsala, carne, uova, farina, ecc. Dopo il battesimo si radunavano nella camera della madre per festeggiarla e fare un piccolo rinfresco a base di focacce e biscotti casalinghi, marsala e vino…
Riti per la morte: era d’uso fra i parenti più stretti piangere e urlare continuamente, alla moda delle préfiche d’un tempo. Più alti erano i lamenti, più forte doveva esser stato il dolore. Si fa per dire, in quanto piangevano pure coloro che con il defunto avevano da tempo rotto ogni rapporto. 1 visi delle donne erano coperti da grandi veli neri; esse si dibattevano convulsamente e a stento le accompagnatrici riuscivano a tenerle: volevano scendere nella tomba con il congiunto! Naturalmente il più delle volte era solo messa in scena. Capitò una volta di lasciare libera una donnetta che voleva raggiungere il marito nella fossa, ma appena s’accorse di non essere più sostenuta dalle scherzose amiche che ben la conoscevano, esclamò infuriata: – Ciunìm duru, mò! sénpii! (tenetemi «forte», sciocche!). Il rosario era recitato in casa del morto per otto sere ed era motivo di incontro e di chiacchiere per tutti. Si usavano le visite notturne, a tutte l’ore e gli ospiti ricevevano in cambio della loro cortesia, in verità non sempre dovuta a motivi di affezione, dei buoni bicchieri di vino. A Pàdola, per esempio, c’era la visita di mezzanotte dove si serviva la cena per tutti i presenti. Si può immaginare quale folla di piangenti e dolenti s’i trovasse sul luogo. La sera dell’ultimo rosario, l’ottavo, tutti ricevevano un pane o, ma più anticamente, un po’ di farina. Anche in questa sera i preganti erano numerosi…
Sposalizio d’un vedovo: la sera prima del matrimonio si rumoreggiava sotto le finestre di chi si sposava per la seconda volta: correvano per le vie barattoli pieni di sassi (la rumnàdä), si suonavano i campanacci delle mucche, si sparava col carburo…
Riti per il matrimonio: si sparava, la vigilia, con del carburo inserito in barattoli forati, che producevano un gran fracasso. La sposina distribuiva a tutti i parenti i crostoli fatti in casa e mandava un cesto pieno di doni alla famiglia dello sposo: una camicia per ogni maschio, un grembiule per ogni donna e una focaccia ciascuno. Inoltre regalava allo sposo ed al compare d’anello un fazzoletto da naso, un paio di mutande, una camicia, un paio di calzetti ricevendo in cambio dei soldi, proporzionatamente alle possibilità delle singole famiglie. La sera prima della cerimonia il compare accompagnava la coppia e la comare in municipio per il cunsensu (consenso = matrimonio civile) poi offriva in casa sua una lauta cena, ma solo per loro quattro! Il matrimonio avveniva nel costume cadorino, molto sfarzoso. Lo sposo indossava l’abito tessuto a mano detto di madalanä (mezzalana) fatto da abili artigiani locali con lana delle pecore del Comelico, allora numerose. Aveva inoltre la camicia ricamata a mano dalla sposina e, forse, le uniche scarpe buone della sua vita. I pasti erano due: pranzo in casa della sposa e cena in quella dello sposo.
Italo Zandonella Callegher – la ricerca è frutto di interviste fatte intorno al 1960 ad alcuni anziani del paese fra cui Netu Pìnter, Nutu Fracél, e le sorelle Sunta e Rita Salèr. Preziosa collaborazione ho avuto dalla maesträ Marianna Salèr e dal maestèr Durìgu Gurlón. Ma anche da personali indagini presso l’archivio parrocchiale. Tali vecchi saggi sono tutti “andati avanti”, ma è anche grazie a loro se questi frammenti della nostra storia sono stati salvati. Gramarzè!
Padola
A Padola vengono celebrate le seguenti feste:
16 luglio: Madonna del Carmine. La festa viene celebrata la seconda domenica di luglio (la terza ad Auronzo); il paese si tinge a festa e viene venerata la Madonna del Carmine, con una processione tra la chiesa di San Luca e quella della Madonna delle Grazie
26 luglio: sant’Anna. I fedeli si riuniscono nella chiesetta di sant’Anna per celebrare la festività.
18 ottobre: Santo Patrono, san Luca – il giorno dopo solitamente è effettuata la fiera: un tempo era anche abbinata la rassegna delle migliori mucche e manze, con premi agli agricoltori a cura della Regola.
Dosoledo
Come in tutt’Italia, anche a Dosoledo viene celebrato il Corpus Domini. È una festa mobile: si celebra la domenica successiva alla solennità della Santissima Trinità.
Il 16 agosto viene festeggiato il patrono del paese, San Rocco.
La terza domenica di settembre viene festeggiata la Beata Vergine dei Dolori: in tale occasione è prevista anche una processione per le vie del paese.
Il Decalogo della fienagione in Alto Comelico
Un picchiare ritmico, un rumore secco e ferrigno, sorvola la radura e penetra zigzagando fra gli abeti e i noccioli fino a perdersi nella valle ancora coperta dal grigiore dell’alba. Solo sulle cime estreme del grande Popèra si solleva pigramente il sipario della notte e dal Peralba sbuca a fatica la prima luce urtando e sospingendo qualche nuvola sonnolenta. In quest’atmosfera fiabesca, che forse neppure scorge tant’è concentrato nel primo atto della lunga recita giornaliera, il contadino comeliano inizia il suo lavoro estivo che possiamo sintetizzare nel seguente «decalogo della fienagione».¹
1) Bàti la fàuzi: battere, affilare la falce fienaia.
Prima di dare inizio all’operazione di falciatura vera e propria o comunque quando la falce non taglia più neppure se affilata con la pietra, essa viene battuta, cioè affilata, su di uno speciale arnese di ferro a forma di croce, appuntito da una parte, conficcato nel terreno o su d’un ceppo a colpi di martello di legno (per lo più ricavato da un tronco di giovane faggio, con il manico che, a volte, è semplicemente un ramo). Le braccia metalliche della croce impediscono all’arnese di penetrare troppo nel terreno e sovente sono lavorate con una certa ricercatezza artistica. La parte superiore è rettangolare, lunga circa quattro centimetri e larga mezzo, dove la falce viene appoggiata; è di acciaio ben temprato che sopporta i secchi colpi del martello, pur esso temprato, il quale, in modo cadenzato, colpisce la parte da affilare. Il manico del martello è costruito più o meno semplicemente a seconda della capacità e della competenza artistica dell’artigiano. Quasi sempre porta inciso a fuoco il marchio, l sègnu d čédä, letteralmente: il segno di casa (di famiglia). L’affilatura a colpi di martello inizia dal fondo, cioè dalla parte larga della falce, e prosegue verso la punta. Effettuarla bene è considerata un’arte. È decisamente una delle operazioni più importanti e difficili da compiere, specialmente se la falce dovrà poi essere usata per il taglio della rada e dura erba dei prati d’alta quota (i pràs). L’insieme dei pezzi – martello di legno, ferro a croce, martello d’acciaio, chiave per la chiusura della falce sul fusto – è chiamato ancor oggi li batadòiri (in altri paesi della valle anche batadèiri oppure mai e lancùi) e non ha subito nel corso dei secoli nessuna evoluzione tecnologica di rilievo. Così era, così è rimasto pure il ciclo di lavoro.
2) Sié: segare, falciare l’erba.
La falce è quella tipica comeliana (diversa dalla falce veneta che ha le impugnature assai più lunghe, rivolte verso il lavorante – detto segantìn – e applicate all’asta mediante un’intelaiatura che può essere di legno o di ferro). Le manopole sono di faggio, infisse a incastro sul davanti. Il movimento del lavorante è quello a semicerchio, con diametro di circa due metri. L’erba accumulata in fila regolare forma l aldègn. Quando la falce non taglia più si provvede all’affilatura mediante una speciale pietra, la cote – la còudi –, immersa nell’acqua del cudèi, il fodero della cote, che può essere di corno o di legno variamente intarsiato o di metallo, appeso alla cintura dei pantaloni sul retro del falciatore. Vari movimenti alternati, orizzontali, con tratti brevi e regolari chiusi da due passate finali, costituiscono l’operazione dell’affilare. La falciatura (che si inizia alla Madonna del Carmine nei prati in valle e a Sant’Anna in quelli di alta montagna, non oltre perché c’è il detto che «a San Bartolomìu la mónti va apéd Dìu», come abbiamo già letto nel capitolo dedicato alle vecchie tradizioni) è sempre stata considerata quasi un rito, con precisi e semplici cerimoniali, dove la forza e la volontà dell’uomo viene messa a dura prova per l’intera estate.
Oggi il noioso rumore delle falciatrici meccaniche echeggia per le valli e, dove è possibile, cioè quasi ovunque, le si adopera ormai sistematicamente.
3) Rudlà i aldègn: spargere le file d’erba.
Verso le sette il contadino fa una pausa per lo spuntino portato dai familiari i quali, mentre l’uomo si gusta pane, formaggio e caffelatte (ma alcune famiglie – come quella dell’autore, per esempio – serviva la sópä frìtä – letteralmente zuppa fritta – una specie di budino fatto con farina di frumento, zucchero e vino rosso amalgamati a freddo e poi bollito; era una colazione assai energetica), iniziano a spargere l’erba con la fórciä (forca) se l’erba è tanta o col ristél (rastrello) se la stessa non è molto abbondante, come accade nei prati alti.
È bello vedere le donne, per lo più giovani, volteggiare la forca in aria con energia e velocità mentre l’erba va a poggiarsi a raggiera tutt’intorno. Un tempo questa operazione era motivo di attenta osservazione da parte degli scapoli che, non di rado, sceglievano per sposa la donna fra le più brave, laboriose e veloci in quest’importante incarico. Quando c’era troppo distacco tra i falciatori e le spargitrici dovuto alla lentezza, all’incompetenza o alla poca voglia di lavorare delle ragazze, i segàti (o segantìns) battevano la falce su qualche sasso in segno di spregio e di «sveglia», prendendole in giro con frasi dialettali ironiche, sempre le stesse nel corso dei tempi.
4) Vultà 1 érba: voltare, girare l’erba.
Più o meno alle dieci e trenta termina la falciatura; la rugiada non c’è più ed è difficile far scorrere la falce sul secco. Seguono alcune ore di riposo o dedicate ai piccoli ritocchi del mestiere. Alcuni preferiscono battere la falce per l’uso del giorno seguente o per la sera; altri si dedicano alle più svariate occupazioni che servono a rendere efficiente questa minuscola organizzazione a livello familiare. Alcuni si sdraiano e s’appisolano beatamente, recuperando il sonno brutalmente interrotto all’alba.
Arriva l’ora, ed è poco dopo il mezzogiorno, in cui bisogna voltare l’erba già contratta e parzialmente morta sotto l’effetto del sole. Qui entra in azione il rastrello di legno, più leggero e più elegante di quello veneto, ben rifinito in ogni parte e con una ventina di rebbi precisi e bilanciati. Anch’esso porta incise le iniziali del proprietario o il segno di famiglia. Lo strato d’erba viene voltato, girato per bene, in modo che la parte rimasta verso il suolo passi a raccogliere il tepore del sole o la brezza del vento che aiuterà l’essiccazione. L’erba non deve essere calpestata, ma il più possibile sollevata dal suolo, leggera e aerata.
5) Fèi su muli o fèi su cuglùzi: accumulare l’erba in lunghe fila parallele o in mucchi conici.
Nel primo pomeriggio avviene la grande decisione collegiale; se il tempo è bello e tale resterà, tutto sarà più semplice e meno faticoso e si procede, verso il tramonto, a raccogliere l’erba semi essiccata in lunghe file regolari e parallele, fra l’una e l’altra il suolo ben rastrellato: li muli. A dire il vero la decisione non era proprio collegiale; alla fine decidevano sempre gli anziani, che l’età ha reso giudiziosi, perché i giovani sono portati a chiudere l’operazione con la minor fatica possibile e quindi optano sempre per li muli, facili e veloci da farsi.
Se il tempo è capriccioso non si può lasciare l’erba a contatto col suolo perché marcirebbe. Si ricorre allora ad una tradizione antica, laboriosa e geniale che caratterizza la fienagione in Comélico. Impugnato il rastrello i contadini accumulano l’erba pressandola contro la gamba destra fino a formare una bracciata regolare e ben composta chiamata la biésträ. Sempre consultando il tempo pro¬cedono con metodo; se la situazione meteorologica è instabile, ma non foriera di grandi precipitazioni, costruiscono i cuglùzi, cioè dei coni d’erba formati dalla composizione quasi geometrica di cinque biéstri sovrapposte delicatamente una sull’altra, l’ultima a formare una naturale copertura contro eventuali piccoli scrosci.
Viene quindi ripulito il prato attorno ai coni rastrellando l’erba residua: restlà du l mnùdu (letteralmente: rastrellare il nudo, cioè il minuto, il poco rimasto). In caso di pioggia continua, i cuglùzi non garantiscono la perfetta aerazione del foraggio in quanto le prime due biéstri sono a contatto diretto col terreno bagnato e il resto verrà pressato dall’acqua.
Migliori e di sicura conservazione pel fieno sono i tipici pichéti comeliani.
6) Féi su pichéti: costruire, fare, formare i pali.
In questa fase lavorativa grande rilievo viene dato ai piccoli. Essi devono portare i pichéti di legno dal fienile al prato, deporli a distanze e file regolari e provvedere alla loro ordinata costruzione. Intanto un adulto, armato d’una lunga asta appuntita di ferro, provvede a formare dei piccoli buchi nel terreno dove verrà infisso il corpo centrale del pichétu che è sostanzialmente un paletto cilindrico appuntito, per lo più ben fatto (alcune famiglie si distinguevano per la raffinatezza del pichétu, altre per la grossolanità). Esso ha tre fori che lo passano da parte a parte; il primo in alto e il terzo in basso lungo la stessa direttrice; il secondo, al centro fra i due, opposto agli altri a formare una specie di croce con tre braccia. In questi fori i ragazzini infilano un bastoncino di legno di nocciolo lungo circa un metro, che forma la struttura portante, e posano il pichétu nel buco predisposto.
Alcuni colpi di mazza lo stabilizzano efficientemente contro le eventuali raffiche di vento.
La posa dell’erba sul pichétu inizia dal basso, sul primo braccio che resta sollevato da terra circa venti centimetri. Si pone la biésträ, una per parte sul bastoncino inferiore del paletto, poi altre due su quello mediano, incrociate rispetto alle prime; ancora due su quello superiore e infine una biésträ ben posata sul vertice a formare il tetto che proteggerà il complesso dalle intemperie.
Si provvede quindi a rastrellare il minuto e a levare dalla base del pichétu l’erba residua in modo che non tocchi il terreno, ma che vi s’infiltri l’aria. Ora il foraggio è al sicuro e non verrà tolto se non con il tempo sicuro. La sua conservazione, grazie all’intelligente e dinamica struttura, è garantita per parecchi giorni.
Lunghe processioni di pichéti sfilano sulle verdi vallate del Comélico, esempio di una saggia tradizione rurale, e i prati, a sera, si riempiono delle grida festose dei fanciulli che si rincorrono e giocano fra i cumuli d’erba odorosa a tócu a scòndi (tocco e mi nascondo; nascondino).
Termina così il primo giorno del lungo cerimoniale contadino e la gente si corica soddisfatta sbirciando dalle finestre buie i neri fantasmi di fieno, ritti e maestosi come fraticelli oranti nel silenzio della notte.
7) Spàndi al fión: spargere il fieno.
Il cielo è terso. Splende un sole caldo e sicuro. Col dorso della mano il contadino accarezza il terreno. Lo ritrae. È asciutta. Può procedere, nella tarda mattinata, a spàndi (spargere) il fieno prelevandolo con la forca o con le mani dal robusto pichétu. È leggero, quasi secco, anche se la pioggia non è mancata. Con movimenti decisi, simili a quelli del rudlà, sparge il foraggio sul terreno mentre i bambini levano prima i bastoncini dei pichéti, poi i pali e riportano tutto in fienile nell’apposito spazio. Poi si ritirano tutti verso altre occupazioni mentre il sole fa la sua parte.
8) Vultà l fión: voltare il fieno.
Simile all’operazione del voltare l’erba. Viene eseguita verso le tredici, molto semplicemente, con il rastrello. Poco faticosa, ma ostacolata dalla calura e per questo poco accetta.
9) Féi i čési o i fassi: preparare i teli da fieno o il tipico fascio di fieno.
Il fieno è ormai pronto e viene raccolto col manico del rastrello o con una lunga forca a due denti in grossi cumuli. Fra questi viene steso il telo o lenzuolo da fieno – l čésu – formato dall’unione di alcuni sacchi di canapa cuciti assieme e della misura di circa metri 2×2, avente su due angoli un anello di ferro – i anés – e sugli opposti una corda robusta di canapa, lunga circa un metro e mezzo.
Il fieno viene posato sul lenzuolo nella misura e nel peso consentiti dal portatore e quindi legato unendo gli angoli a due a due, diagonalmente, in modo che le corde, entrando negli anelli, possano essere fermate con un laccio facile da slegarsi.
Così è pronto per essere sollevato sulla schiena del portatore che lo reggerà, dimostrando buone doti d’equilibrismo, con la testa e le spalle.
Altro sistema molto usato, anche se meno comodo, è quello del fàssu (fascio). Si formano delle robuste biéstri di fieno ben pressato fra gamba e rastrello e le si depongono sopra una robusta fune, realizzata con strisce di cuoio intrecciate (la funazélä – tipica della zona), in numero di cinque, sei o più a seconda della prestanza fisica di chi dovrà portarlo (sono interessanti le gare fra i giovani che vi si cimentano in competizioni di forza e bravura, rendendo nostalgici i vecchi). Infine si lega il tutto molto forte inserendo la corda in uno speciale arnese di legno duro, uncinato, detto ‘l ciòncu, formando una grossa balla di fieno che viene posta in modo d’avere la funazéla parallela al terreno.
Al centro del fassu viene praticato un buco ben pressato, profondo una ventina di centimetri, del diametro pari a quello della testa del portatore. Intorno al collo e sulle spalle viene posta una siarpä d fión (sciarpa di fieno) per facilitare il trasporto e irrobustire collo e spalle; ora il capo viene inserito nel foro; non è una bella sensazione… Quindi il cumulo di fieno viene sollevato da uno della compagnia sul busto del lavorante che si avvia al tabiä (fienile).
10) Purtà inzi d tabiä: portare nel fienile.
Col fardello sulle spalle il contadino arriva al fienile, lo depone e lo slega su l èrä (aia; vano principale del fienile) o n sufìtä, in soffitta (grande stanza molto areata che funge da essiccatoio) dove solitamente viene immagazzinato il secondo taglio dalla quale un incaricato, solitamente un anziano, preleva con la forca e deposita il foraggio nell’apposito grande locale aerato, adatto all’essiccazione.
Ed ecco che entrano nuovamente in scena i bambini; il loro compito – ma per loro è più un gioco che un lavoro – è quello del fulà du l fión (pigiare il fieno) in modo che occupi il minor spazio possibile e sia facilitata la fermentazione. Si arrampicano i piccoli sulle vecchie travi del fienile, sulle assi sconnesse e si tuffano e si arrotolano nello scricchiolante e odoroso elemento, riempiendosi capelli, polmoni, abiti e occhi della finissima polvere di fieno detta i malvègn. Poi, con la corda – la funazélä di cuoio o il rìghin di canapa –, costruiscono una rozza altalena nell’aia del fienile e col loro gioco, che dura da sempre, chiudono una delle tante laboriose giornate dedicate alla fienagione in Comélico.
Spunta un’altra volta la luna. La vita continua.
La tradizione, qui proposta al presente, in realtà rivive ormai solo in pochi ostinati nostalgici.
Grazie a loro conosciamo un mondo diverso, arcaico fin che si vuole, ma onesto, genuino e puro come l’aria che respirano.
NOTA di Italo Zandonella Callegher: Notizie raccolte circa cinquant’anni or sono da alcuni vecchi bachègn (contadini) del Comélico Superiore, fra cui gli esperti segantìns Nùtu Fracél e Nétu Pìnter di Dosolédo, Nétu di Vènä di Casamazzàgno, Càndidu Tasón di Pàdola, ma anche frutto di esperienze personali e dirette dell’autore.
Candide
A Candide il 15 agosto viene festeggiata l’Assunzione di Maria con una celebrazione solenne alla quale partecipano anche le rappresentanze comunali e regoliere di tutto il comune in quanto in questo giorno ricorre la S. Patrona di Comelico Superiore.
Ogni 17 gennaio, invece, viene ricordato sant’Antonio Abate con la celebrazione officiata nella chiesa ad esso dedicata. Da tradizione antica, al termine della celebrazione, viene donato un pane di segale benedetto a tutti i partecipanti.
La Madonna del Rosario che ricorre il 7 ottobre viene celebrata ogni prima domenica di ottobre e per l’occasione segue la processione con la statua della Madonna lungo le vie del paese.
Casamazzagno
A Casamazzagno è ancora molto sentita la celebrazione per la Madonna della Salute che viene festeggiata ogni 21 novembre. In tale occasione si susseguono diverse messe nell’arco della giornata e segue una processione lungo le vie del paese. Anticamente anche qui era attuata una rassegna del bestiame con premi vari.
Ogni 13 giugno viene celebrato sant’Antonio da Padova.
Il 6 novembre ricorre San Leonardo, compatrono del paese.
In paese vi è un’altra importante tradizione, la distribuzione del Pagnulìn. Questa è ancora oggi un tratto caratteristico di Casamazzagno che non ha perso questa antichissima e nobile tradizione un tempo molto diffusa in tutto il Comelico e Cadore. Il Pagnulìn è un particolare pane di segala o frumento benedetto dal parroco che viene consegnato ai capi famiglia del paese dalla Regola in occasione delle Rogazioni, ovvero quelle pubbliche processioni di supplica affinché il raccolto sia abbondante e redditizio. Questa consuetudine, un tempo molto frequente e celebrata solitamente nei tre giorni antecedenti alla festa dell’Ascensione, viene svolta oggi durante il primo giorno di Rogazioni sulla soglia della chiesa paesana. Tuttavia il suo forte valore simbolico e propiziatorio è ancora saldamente ancorato tra la popolazione, anche perché, almeno secondo la tradizione, questo speciale tipo di pane una volta benedetto è maggiormente duraturo rispetto ad una semplice pagnotta.
Per maggiori approfondimenti:
Bruno Gasperina Brunello, Al dì dal fégu, in La Stua, periodico di cultura popolare, 2001, numero unico, pp. 3-4.
Giandomenico Zanderigo Rosolo, Nei da S-ciamazègn. Casamazzagno di Comelico: cronache d’un villaggio della Montagna Veneta, Belluno: Istituto bellunese di ricerche sociali e culturali, 2019, pp. 453-455.
Giovanna Festini Cucco, Le rogazioni, in La Stua, periodico di cultura popolare, 1993, n. 2, pp. 3-6.