Pellegrinaggio a Maria Luggau
di Raffaella Zanderigo Rosolo, Verdiana De Lorenzo Poz
Una pagina di storia
Nel libro “Casamazzagno” di don Francesco Zanderigo Rosolo si legge che il Notaio Bartolomeo Doriga di Casamazzagno così racconta di sua madre:
“Maria Doriga 21 ottobre 1644 – Si sono partite dopo Messa da casa, mia madre donna Maria (Doriga q. Giacomo moglie del fu Valentino Gera) con Lucia moglie di Gaspero da Festin ed Apollonia “relitta” (vedova) q. Antonio Zambel, per andar a visitare la Madonna di Luggau essendo doi mesi che non aveva piovesto.
Il secondo giorno cominciò a piovere, il terzo continuò ma non molto, con un poco di neve per le cime. Le donne di ritorno da Luggau si trattennero in Cercenà (Ober Tilliac…) ed il quarto di continuò con pioggia et neve straordinariamente, si partirono di Cercenà accompagnate dal “famei” del Piller oste del luogo, per far la “monte” che viene per Dignas.
Quando furono a mezzo l’ascesa, per il gran cattivo tempo, neve et lavine, che non si vedevano l’una l’altra, il tedesco impaurito ritornò indietro et queste con poca prudenza continuarono il viaggio. Il neve era accresciuto: cinque palmi (circa 60 cm.). D’intorno correvano le lavine et pur continuava la neve, discesero zoso alla volta de Dignas.
Apollonia suddetta restò morta nonostante esser stata aiutata con ogni possibile dalle altre, quali sopraggiunte dalla notte furono sforzate partirsi dopo averla suffragata.
Poco più in basso (sul versante di Visdende) et da parte videro le cime di alcune “mede” di fieno, si ritirarono a quelle di notte et con forza et rovina delle loro mani cavarono del fieno, si fecero un antro o tana per il ricovero e letto, vi stettero la terza sera, il quarto et il quinto et sesto giorno et notte.
Il settimo giorno che era pur accresciuto il neve assai ancora, si partirono (attraversando tutta la valle Visdende) e giunsero a Presenaio di notte, et l’ottavo a casa.
Per il che si trovassimo afflitti, conturbati, oltremodo travagliati, temendole per certo morte, piangendo et solo stando per far fare l’esequie, non ostante che fossimo cercarle alla volta di Sesto sino in Cartizzo, poi mandassimo cinque uomini per Dupieto sino in Cercina e ritornarono per Dignàs con nove palmi di neve et videro il “trozo” delle donne sulla neve …”.
Il pellegrinaggio
Venerdì 17 settembre 1993
Speravo in un limpido pomeriggio di sole settembrino invece la nebbia fascia i monti, si sfilaccia e si ricompone. Salgo la mulattiera verso il rifugio Calvi, quota 2160 nella Val Sésis. Lassù il monte Peralba che non posso ammirare nella luce crepuscolare. Salgo zigzagando, fasciata dal nebbione gelido, ma accetto questa realtà e posso anche osservare gli ultimi fiori e l’habitat delle marmotte. Ecco all’improvviso il rifugio, là, sullo sperone roccioso. Ci sono i ceri accesi nella cappelletta accanto. Al rifugio c’è già qualcuno che da anni è fedele all’appuntamento “Partecipare al pellegrinaggio sappadino a Maria Luggau in Carinzia, il terzo sabato di settembre”. La processione partirà domani mattina alle tre e trenta da Cima Sappada. Nella notte nera arriva altra gente, illuminando il sentiero con le pile.
Attendono l’alba in silenzio.
Sabato 18 settembre 1993
Alle cinque, laggiù nella valle si scorgono le prime luci mobili. È la processione che sale. Alle sei e trenta una sosta al rifugio per riprendere presto il cammino verso passo Sésis, quota 2280. Ci accompagna una pioggia battente, gelida. Ma siamo in molti … e per libera scelta.
Un saluto alla Madonnina sul confine e poi giù per pascoli scoscesi. Giù, giù, tutti insieme. Tantissimi giovani, giovanissimi, anche qualche bimbo, in una multicolore macchia di tute sportive. Nella nebbia il rifugio austriaco Hochweisstein-haus – casa dell’alta pietra bianca – quota 1868. Una sosta nell’accogliente stube poi si riparte. Spiove. Rimane la nuvolaglia ma nessuno si lamenta. Questa è una sofferenza da nulla se si pensa alle passate generazioni che hanno percorso questi antichi sentieri in assoluta povertà.
Ecco la malga Ochsner-Alpe, quota 1651. Si passa il cancello del recinto e, ai ragazzi il compito della conta. Siamo in 318. Colori, colori, colori in questo fumoso mattino. Bello questo camminare insieme! È vivere un’esperienza nuova. Da qui la processione si ricompone. Avanti la croce con la corona di fiori, stile austriaco, due guide, i più giovani e, via via, si snoda la lunga fila per la strada campestre che segue il torrente Frohn.
Padre Peterle Piller inizia il Rosario e si alternano le lodi mariane. Siamo al 180° pellegrinaggio sappadino. Iniziato per voto, nel 1804, contro il dilagare della peste, sospeso nei periodi di guerra, venne ripreso nel 1961. Vi partecipano sappadini, gruppi della vicina Carnia, qualche cadorino e altri ospiti abituali di Sappada. C’è anche il Sindaco. Così ogni anno.
Sosta alle prime baite per la colazione al sacco. Il cielo si rischiara e ci appare la prima borgata, Frohn, quota 1324, che già si annuncia con un civettuolo scampanio. Lì, a semicerchio, sul prato che domina la valle del Gail, si celebra la S. Messa. Sono le dodici. Noto che i tempi di percorso hanno un andamento cronometrico, sperimentato nel tempo.
Poi piegando a sinistra, per la strada della Via Crucis, verso Luggau. Le campane salutano il nostro arrivo alla borgata di Sterzin, quota 1126, accanto al torrente.
Una sosta, una preghiera e si riprende il cammino. Superato il torrente, si sale verso il santuario-monastero di Maria Luggau, quota 1179. C’è il sole ora che rende di smalto i prati, le case, i fienili. Le campane suonano a festa. Il Rettore del santuario, i chierichetti, i gonfaloni della comunità, la gente, i turisti ci accolgono all’inizio del paese. Sono le tredici e quarantacinque.
Ecco Maria Luggau, il suo campanile con guglia a cipolla. La chiesa in stile gotico del 1536, distrutta per un incendio nel 1736 venne restaurata nello stile barocco.
Sull’altar maggiore la pala dell’Assunzione. Gli affreschi della volta narrano la storia di Luggau. Percorrendo il corridoio del chiostro è un susseguirsi di tavolette votive, “una ingenua ma valida testimonianza di fede e di fiducia nell’intercessione della Madonna da parte del popolo cristiano”. I pellegrini provengono dalla Carinzia, dalla Stiria, dal Salisburghese, dalla Carnia e dal Cadore-Comelico.
Si prega, si canta, si ringrazia. L’ospitalità è offerta dalle famiglie del paese, ma ora il grande complesso del monastero è tutto restaurato e c’è posto per molti. Mi dice il Rettore che questa è veramente un’oasi di pace, di riflessione, di riconciliazione, di studio. Tutto l’anno è un alternarsi di gruppi che vengono per fare quest’esperienza.
La gente sosta nella chiesa in preghiera silenziosa e a sera tutti alla fiaccolata che si snoda per le vie del paese.
Il mio pensiero va alla nostra gente venuta qui, fin dai tempi lontani, si parla del 1614, per un atto di fede, per sciogliere un voto, per implorare grazie particolari. Un duro viaggio di tre, quattro giorni lungo la Val Digon, Forcella Vallona o Cavallino, giù al Gail e per la Obertillacher-tal al Santuario. Nella bisaccia del pane nero, forse “una péte con le erbe” (torta rustica di farina di mais e menta piperita) cotta sotto la cenere e tanta acqua dei ruscelli. E andavano scalzi, per voto.
Preghiera, digiuno, penitenza!!!
Domenica 19 settembre
Il cielo è ancora grigio. Alle otto la Messa solenne per i pellegrini nella chiesa tutta luci e stucchi dorati.
Alle nove, con il saluto della banda musicale e le campane a festa, si riparte per il ritorno, a piedi. La nebbia ristagna ancora in quota. Una salita dura, con un dislivello di mille e più metri e giù fino al confine per ridiscendere nella valle opposta fino alla chiesa di Sappada per le diciannove e trenta. Sarà un arrivederci alla prossima terza domenica di settembre. A Luggau intanto si prepara la solenne processione di Maria Addolorata con la banda, gruppi in costume, gli stendardi … secondo la tradizione che qui hanno saputo intelligentemente conservare.
La meraviglia di questo pellegrinaggio? I giovani! I giovani del 2000, felici d’essere, di camminare insieme e pronti ad accogliere l’eredità di questa espressione di fede.

