Usanze e tradizioni di San Pietro

di  Silvia Soravia

Nella Borgata e nelle quattro frazioni che compongono il comune di San Pietro di Cadore le tradizioni erano e sono legate a ricorrenze festive quali le feste Patronali, il Natale, il carnevale, la Pasqua, mentre le usanze private si riferiscono alle nascite, ai matrimoni e alla morte. Alcune si sono perse negli anni, altre stanno lentamente riprendendo vita dopo la battuta d’arresto dovuta al Covid 19.

Santi Patroni e le festività Mariane

Valle

Nella frazione di Valle la grande devozione verso San Lorenzo risale ai tempi dell’incendio avvenuto nel 1869 quando gli abitanti inermi di fronte ad un fuoco indomabile dalla vecchia Chiesa presero la statua del Santo e la posero sul sentiero antistante; miracolosamente il fuoco non si spinse oltre quella linea e gran parte del paese scampò al rogo. Da allora San Lorenzo protettore del paese, assieme a San Francesco d’Assisi viene sentitamente festeggiato. Il dieci di agosto tutto è pronto e si inizia con la Santa Messa, seguita dalla processione accompagnata dal classico suono del “Canpanotón[1] che porta alla cappelletta in località Sant’Antonio. La festa si protrae per tre giorni nel paese e all’interno del tendone allestito per l’occasione vengono serviti piatti tipici: polenta, frico, salsicce ecc., non mancano i fuochi d’artificio e l’ormai famoso ‘tiro alla fune’ che si tiene durante l’affollata serata di chiusura. Tradizionale è il Mercatino di beneficenza detto di ‘San Lorenzo’ che apre ad agosto in concomitanza con la festa paesana.

Altra tradizione ben radicata nel paese è la processione dedicata alla Madonna delle Grazie. Nella prima domenica di luglio dopo la Santa Messa la statua della Vergine viene portata a spalla per le vie del paese addobbate a festa.

[1] Servono almeno tre uomini per questo tipo di suono che viene effettuato dall’alto del campanile. Due di questi, l’uno di fronte all’altro, fermano e spingono la campana grande, facendo in modo tra un rintocco e l’altro, il terzo “batociài”, batta con il batacchio l’interno delle altre due campane, ad un ritmo che va in crescendo e in calando. Ci vuole tempo per sincronizzare il suono e solitamente le prove vanno avanti per l’intero pomeriggio. È un piacere ascoltarlo, quasi un’arte e chi lo fa è dotato di grande senso del ritmo. Da sempre i giovani imparano dai più anziani.

San Pietro

Nel capoluogo il 29 di giugno si festeggiano i santi Pietro e Paolo con la S. Messa alla quale segue la tradizionale benedizione delle auto da parte del Parroco.

La natività di Maria si festeggia l’8 settembre (o la domenica vicina) ed è tradizione che i ‘coscritti’ diciottenni addobbino piazza Roma con rami di pino e fiori di carta crespa realizzati con le loro mani. A loro poi spetta l’onore di portare a spalla la statua della Madonna per le vie del paese.

Santa Lucia patrona e protettrice della vista si festeggia il 13 di dicembre (o la domenica vicina) ed è festa grande! Tradizionale è la pesca di beneficenza che si tiene in canonica, tradizionale è la presenza di muli, cavalli e animali da latte condotti nella piazza da proprietari che sfoggiano abiti contadini e tra le bancarelle del mercato inscenano le compravendite del bestiame combinate dal sansér (sensale o mediatore). La vecchia latteria viene riaperta per l’occasione e il mistro procede alla tradizionale lavorazione di burro e formaggio.

Presenaio

Presenaio vanta tre Santi Patroni: San Volfango, San Sebastiano e San Osvaldo. Quest’ultimo viene omaggiato il cinque di agosto con la S. Messa e la tradizionale festa paesana che ne fa seguito.

Usanze e tradizioni Natalizie, carnevalesche e pasquali

Con l’avvicinarsi del Natale e fino ai primi decenni del secolo scorso le famiglie più abbienti donavano un pane ai meno fortunati che ricambiavano con preghiere per la famiglia del benefattore questa tradizione veniva chiamata ‘la limòdna’ (l’elemosina). In quei tempi nelle sere comprese tra il 13 e il 25 dicembre tutte le campane suonavano a festa e gli abitanti commentavano: ‘e dói sonà pària’.
A Capodanno le donne non uscivano di casa: per tradizione la prima persona vista fuori dal proprio uscio doveva essere un uomo. Questo non valeva per bambini/e che bussando alle porte recitavano: ‘Bondì bonbòna a mi, bón prinzipio dl ön, dadaì na bòna mön a mi’ e ricevendo in cambio pane, patate o parti di focacce.
Il 6 gennaio festa dell’epifania, tre giovanotti impersonavano i Re Magi ed entravano nelle case dei paesi cantando ‘la stéla’: anche a loro veniva dato un compenso.
Le festività Natalizia sono ancor oggi molto sentite e nell’intero Comune vengono esposti alberelli decorati a mano, vecchie tavole dipinte a tema, presepi e luci. Tradizionale e suggestivo il mercatino ‘A Mare il Natale’ che si tiene nella borgata di Mare verso fine novembre.
Durante il carnevale non mancano le mascherate pur non essendoci una ‘maschera rappresentativa’.
A Val se va vistide da Mazaròt (più malconci si è e più ci si diverte) cercando di imitare lavori e personaggi del passato. Negli anni ’50 ci furono delle mascherate ‘da bel’ dove i ragazzi guidati da una ‘matazìna’ vestivano nastri e lustrini e saltando e ballando portavano allegria nei paesi del nostro comune.
A Parnai (Presenaio) le mascherate erano ben strutturate. Ad esempio negli anni ’50 del secolo scorso vi fu una rappresentazione di ‘re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda’ degna di nota.
Nel Capoluogo ‘la mascràda’ imitava i personaggi locali con delle divertenti scenette. Durante e specialmente ‘l’ultmo d carnaval (martedì grasso) se fa da burió’, cioè si friggono dolci particolari). Si friggono: crosti (crostoli), castagnole, tortöi (pastella con acqua, zucchero farina e uova fritta nell’olio) e frìtle (frittelle).
Al periodo grasso del carnevale seguiva la Quaresima, periodo di penitenza e digiuno che gli abitanti del comun d’Oltrerino rigorosamente rispettavano. Durante la settimana Santa si sentiva suonare la ‘bàtla’ (raganella) che emetteva un suono particolarmente lugubre mentre le campane rimanevano tradizionalmente mute. La domenica di Pasqua nei bar delle frazioni si organizzava il ‘tiro all’uovo’: questo gioco consisteva nel piazzare un uovo di gallina poggiato su una carta velina a debita distanza e i giocatori dovevano romperlo tirando delle monetine da 20 lire; chi lo colpiva si prendeva l’uovo e il gruzzolo delle monetine.

Tradizioni dei tempi della vita

Parliamo delle tradizioni dei tempi della vita iniziando dalle nascite. Il parto nei tempi passati avveniva in casa: la mortalità infantile era altissima e, quando accadeva, amici e parenti consolavano i genitori chiedendo loro di non piangere affinché il piccolo “potesse procedere con la camiciola ed i piedini asciutti verso la dimora celeste”.
Quando un bambino nasceva sano, veniva lavato e fasciato come un salame “par na dà dù dlé coste”, infilato in un “porta infante” e portato nella chiesa di San Pietro dalla madrina/padrino (séntla o séntul) il giorno successivo alla nascita per ricevere il battesimo: per tutta la vita questo fatto avrebbe creato un forte legame non solo tra il battezzato e i padrini, ma anche tra le intere famiglie. Fino ad un ventennio fa si sentiva ancora la frase “bondì séntul”.
Il nome del piccolo veniva per tradizione scelto tra la cerchia dei parenti stretti e solitamente corrispondeva anche al nome di un Santo. Frequentemente il nome del padre passava al figlio creando non poca confusione per quanto riguardava la parte anagrafica. Questa usanza di tramandare i nomi durò fino alla metà del secolo scorso. Oggigiorno la madrina o il padrino donano al figlioccio/a ‘la cadnéla’ (catenina d’oro e medaglietta con immagine sacra).
Per quanto riguarda il matrimonio vi erano due cerimonie: la prima avveniva solitamente nella chiesa del Capoluogo (anche nelle chiesette dei paesi ne sono stati celebrati alcuni); il matrimonio in civile avveniva in seguito e in alcuni casi non avveniva affatto. Alle spose in attesa di un figlio, il rito veniva celebrato verso le quattro del mattino nella totale oscurità (stessa cosa per un bimbo nato al dì fuori del matrimonio); negli altri casi si celebrava al mattino in gran festa, con tappeti stesi e cuscini sugli inginocchiatoi. Agli sposi gli auguri di parenti e vicinanti si limitavano a: “Figli maschi”. La nuora portava in dono un grembiule per la suocera (alla quale spettava il compito di preparare il letto per gli sposi) e un paio di calze di lana per il suocero quando entrava per la prima volta nella nuova famiglia. Le mogli dovevano usare il “voi” quando si rivolgevano al marito e anche i figli usavano il “voi” nel rivolgersi ai genitori. Recentemente le tradizioni sono mutate: oggigiorno lo sposo non deve vedere l’abito della sposa prima del matrimonio; la sposa deve indossare: un oggetto o indumento regalato, uno vecchio ed uno di colore blù. Se lo sposo non è del paese deve tagliare/segare a mano la stanga che impedisce alla sua sposa il passaggio.
Quando moriva un adulto il rituale in primis consisteva nel “Racmandà l’anma” (raccomandare l’anima a Dio): si accendeva una candela, con un rametto di ulivo bagnato nell’acqua benedetta (ogni camera era dotata di acquasantiera) e poi si procedeva con il segno della croce recitando:

Gesù Giuseppe e Maria vi dono il cuore e l’anima sua,
Gesù Giuseppe e Maria, assistetelo nell’ultima agonia,
Gesù Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l’anima sua.

Si procedeva con il vestire il defunto. Le caviglie venivano legate e sciolte solamente dopo il suono della campana “pl anma”, in modo che questi possa camminare verso il regno dei cieli (tradizione tutt’oggi in uso). Si allestiva una camera ardente, su delle sedie venivano esposti gli asciugamani più belli, quelli ricamati. Veniva poi suonata la campana piccola o la seconda in base all’importanza del defunto all’interno della comunità il giorno antecedente al funerale. La veglia funebre durava due giorni e due notti, durante i quali le persone si raccoglievano nella casa del defunto per recitare il Rosario. Chi vegliava durante la notte doveva badare alle candele tagliando di tanto in tanto lo stoppino con una forbice e sostituendole quando erano ormai consumate. Il feretro veniva portato a spalla fino al cimitero dove veniva inumato con la benedizione del prete: solo dopo la Grande Guerra si introdusse la funzione religiosa all’interno della chiesa.