Vecchie Tradizioni DEL COMUNE di SANTO STEFANO DI CADORE
Guido Buzzo, Lorenzo Coluzzi,
Casada
5 agosto – San Osvaldo
San Osvaldo è co-patrono della Chiesa di Casada. In occasione della festa in passato gli abitanti del paese si recavano presso il Santuario di Sauris, in particolare le giovani donne nubili che chiedevano al Santo la grazia di trovare marito. Questa tradizione è stata ripresa negli ultimi anni: gli abitanti di Casada con il gonfalone di San Osvaldo si recano in processione dall’abitato di Sauris di Sopra all’abitato di Sauris di Sotto ove viene celebrata la Santa Messa presso il santuario.
10 agosto – San Lorenzo
In occasione della festa viene celebrata nel pomeriggio la Santa Messa presso la chiesa di Casada e successivamente la reliquia del Santo ed il gonfalone vengono portati in processione lungo le vie del paese addobbate a festa con i fiori di carta realizzati dai parrocchiani. Partecipano alla celebrazione anche i parrocchiani di Danta che scendono in processione lungo i boschi di Rovè con il gonfalone di San Rocco (questa usanza è stata ripresa negli ultimi anni).
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16 agosto -San Rocco
In occasione della Festa di San Rocco gli abitanti di Casada salgono a Danta in processione con il gonfalone di San Lorenzo attraverso i boschi di Rovè e partecipano alle celebrazioni (questa usanza è stata ripresa negli ultimi anni).
Campolongo
Festa della Madonna della Salute
Campolongo e la Madonna della Salute sono intimamente legati.
La prima festa, più solenne, con le varie forme esteriori, viene celebrata la penultima domenica di agosto. In chiesa celebrazioni solenni e poi, nel pomeriggio, la Processione con la statua della Madonna per le vie del paese. Annunciata dal tradizionale “campanòto” (le campane sono suonate a mano), con tutti gli addobbi floreali confezionati lungo l’inverno dalle donne del paese, diventa un momento irrinunciabile di festa, di sagra: vera festa di tutto il paese.
La seconda festa viene celebrata nel giorno liturgico proprio: il 21 novembre. Festa prettamente religiosa, più intima, più orante.
Perché in agosto? La domanda che ricorre spesso, tra i disinformati, è la seguente: “Perché a Campolongo si festeggia con maggior solennità la Madonna della Salute in agosto?”. “Perché ci sono i turisti”, è la risposta che si sente dai più. “Perché tornano gli emigranti”, è un’altra risposta altrettanto superficiale. La risposta corretta si trova nell’ormai “vecchio” Messale Romano, quello che gli addetti ai lavori chiamano confidenzialmente «Messale di S. Pio V», dal nome del Pontefice che lo promulgò nel 1570 in base ai decreti del Concilio di Trento. Questo Messale, nonostante alcune revisioni intervenute nei secoli successivi, restò in vigore per quattro secoli esatti, fino al 1969, quando Papa Paolo VI promulgò l’edizione del Messale Romano attualmente in uso, in base ai decreti del Concilio Vaticano II.
Sfogliando il Messale di S. Pio V, si trova che la Memoria della B. V. della Salute si celebrava il sabato prima dell’ultima domenica di agosto. È noto e assodato che a Campolongo, fino alla metà degli anni’60 del secolo scorso, la festa della Salute si celebrava solennemente con Messa e processione pomeridiana nell’ultima domenica di agosto.
Fu don Mario Pasa, con il dichiarato intento di permettere la partecipazione alla festa più sentita del paese anche ai tanti emigranti, a proporre ai capifamiglia di anticiparla alla domenica precedente. Il referendum passò, e da oltre sessant’anni la festa si celebra dunque nella penultima domenica di agosto.
Perché allora, si fa una festa anche a novembre? Quella di novembre, è una festa istituita dalla Serenissima Repubblica Veneta nel 1630, ed in tutti i territori che un tempo erano assoggettati a Venezia si celebra il 21, quando il calendario liturgico in uso ricorda la Presentazione di Maria al Tempio.
La ricorrenza trae origine dalla grande epidemia di peste che infuriò in tutto il nord Italia tra il 1630 ed il 1631, quella di cui ci parla anche Manzoni ne I Promessi Sposi. Il bilancio finale fu pesantissimo: circa 100.000 vittime in tutto il territorio della Repubblica, di cui circa 47.000 nella sola Venezia. Nel momento culminante dell’epidemia, in assenza di altre soluzioni, il governo della Repubblica organizzò una processione di preghiera alla Madonna, a cui partecipò per tre giorni e per tre notti tutta la popolazione superstite. Il 22 ottobre 1630 il Doge fece voto solenne di erigere un tempio votivo particolarmente grandioso e solenne se Venezia fosse sopravvissuta al morbo.
Poche settimane dopo la processione, l’epidemia subì prima un brusco rallentamento, per poi lentamente regredire fino a estinguersi definitivamente nel novembre 1631. Il governo mantenne fede al voto ed eresse la Basilica di S. Maria della Salute, che fu consacrata il 21 novembre 1687.
Ecco dunque spiegato il motivo di questa festa celebrata due volte: più antica la tradizione agostana, rimasta inalterata nonostante le indicazioni liturgiche odierne, e più recente la ricorrenza di novembre, che tiene fede al voto fatto dai veneziani.
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La tradizionale “Gara dla lioda”
La gara della “lioda” è una manifestazione che nasce oltre 40 anni fa, grazie all’idea del gruppo turistico di Campolongo, con a capo Bruno Pomarè.
La “lioda” è una slitta in legno che le popolazioni locali utilizzavano per trasportare il fieno e il legname e con la quale era possibile anche muoversi sulla neve per raggiungere i fienili e i boschi lontani dai piccoli paesini del Comelico, i quali al tempo erano basati su di un’agricoltura di sussistenza.
In tale scenario la lioda era un mezzo di trasporto fondamentale e per non dimenticare le nostre origini e tradizioni il comitato turistico di Campolongo annualmente porta “a nuova vita” la lioda con una sorta di rievocazione storica lungo le vie del paese.
La gara consiste proprio in una “gara” della lioda trainata da tre componenti vestiti con abiti dell’epoca, i quali devono allestire la lioda come un tempo e devono avvicinarsi a tempo in busta per poter vincere il tipico maiale di Sant’Antonio.
Lungo il tracciato si trovano vari punti di ristoro dove si possono bere delle bevande calde, come il vin brulè ed il the.
La partenza e l’arrivo è quasi sempre, neve permettendo, presso la piazza San Giacomo, ed il tragitto è di circa 2km. Vengono percorse tutte le vie del paese coperte di neve per facilitare il traino.
Indicativamente la manifestazione si svolge sempre il 28 dicembre, ma l’evento viene sempre pubblicizzata a tempo debito tramite volantini appesi sulle bacheche, nei negozi e nei bar e sulle pagine Facebook e Instagram della Pro Loco Cianplongo.
Sul reel Instagram puoi trovare la testimonianza del primo organizzatore della gara.
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Santo Stefano
La Fiera dei “Santi”
L’antica, anzi antichissima, Fiera dei “Santi” di Santo Stefano è molto conosciuta non solo in tutto il Comelico e Sappada, ma anche in Pusteria.
Prende il nome dalla festa religiosa di Ognissanti. Questa festa, nel passato, iniziava l’1 novembre e durava tre giorni. Nel 1862 l’Imperiale Regio Commissario del Regno Lombardo Veneto ordinava che l’apertura della Fiera avvenisse il giorno feriale successivo a Ognissanti per rispettare la festività.
Le sue origini sono molto antiche. Gli incontri tra le genti delle varie “ville” (i paesi) e dei “villici” (abitanti del Comelico) risalgono, secondo citazioni nell’attività delle Regole, oltre il Mille per “scambi di prodotti agricoli e bestiame con le popolazioni vicine”. Il primo documento ufficiale risale al 1256.
Gli incontri per lo scambio erano inizialmente di soli animali, giovani mucche da latte (norone), vitelle (vedele), capre, pecore; poi di animali e merci, come orzo, canapa e anche grano che avvenivano “ab immemorabili” nello slargo (pieza) del secondo nucleo abitato della borgata Tamber (Tambar): il primo nucleo abitato di Santo Stefano era Transacqua (Tardaga).
La Fiera, anno dopo anno, acquisiva sempre più importanza e per questo motivo vennero ampliati gli spazi con il “Foro boario” approntato lungo la strada par sora, l’attuale via Dante. C’erano attaccanti al muro di controripa gli anelli di ferro dove venivano legate le mucche. Le capre e le pecore, invece, rimasero in Tamber. Nel periodo successivo arrivò il mercato dei maialini da allevamento, stipati in cestoni per il freddo.
Un particolare: alla compravendita di bestiame entrava in scena un importante personaggio, ovvero il sanser, cioè l’intermediario. Dopo le valutazioni e lunghe trattative, si sentiva esclamare “qua la mano”! E l’intermediario batteva la mano e congiungeva le due mani dei contraenti: affare fatto. L’ultima sensale di Santo Stefano è stato Rico Bergagnin, iscritto all’Albo della Camera di Commercio.
Arrivò poi l’allargamento della Fiera nella centrale piazza Roma con le bancarelle di stoffe, poi calzoni da lavoro, scarpe da montagna, stivali di gomma, attrezzi, badili, picconi. I bambini incantati dal “banco” dei giocattoli di “Menego”, dove si trovavano trombette, fucili di latta, bambole, pinocchi e cavallini bianchi. Dopo la centralissima piazza la Fiera si allargò sempre più nelle vie Venezia, San Candido e Udine: era questo il momento principale dell’anno, dove la gente attendeva proprio la Fiera dei Santi per fare gli acquisti.
A un certo anno arrivarono prima le semplici gioiose giostre, poi gli auto-scontri e il tirassegno. Dei posti qua e là erano occupati per la cottura di castagne le “caldarroste”. E le bancarelle per il mandorlato il torrone. Per un certo periodo giungevano suonatori con fisarmoniche.
Insomma la Fiera dei Santi è l’annuale evento per il Comelico e continua aggiornata ai tempi con una vasta gamma di prodotti e di offerte con l’aggiunta di ricchi panini caldi appetitosi e ciambelle invitanti e calde.
Sanduane
Il 24 giugno è San Giovanni Battista, festa patronale di Santo Stefano, quale compatrono: nel passato era solo “Sanduane”. Fino al 1894, infatti, il Comune capoluogo del Comprensorio era chiamato Comelico Inferiore con Santo patrono San Giovanni Battista. Successivamente divenne Comune di Santo Stefano con l’aggiunta “di Cadore”, con patrono il protomartire, Santo Stefano che divenne compatrono.
Tradizionalmente, nel passato, il 24 giugno veniva festeggiata la fine del taglio del primo fieno: giugno, infatti, è il mese della fioritura dei bellissimi gigli selvatici arancioni. Questa festa religiosa, inoltre, è molto sentita per gli agricoltori.
Cibi e dolci particolari di “sanduane”: brodo cieco (brodo orbo), spezzatino di formaggio (toc de formai), crostoli (crosti), galani, ciambelle (barzolai).
Nel lontano passato, il 24 giugno, gli antenati celebravano la festa del sole e del fuoco con riti pagani. La zona d’incontro era il Col Puliè. Venivano preparate delle rotelle di legno con in mezzo il buco e infilate in bastone molto lungo. Acceso un grande fuoco (na fogarata) in mezzo alla radura (n medo la vara), venivano infuocate le rotelle. Nella notte avveniva il lancio delle rotelle verso il cielo dopo averle fatte roteare. Terminava così la festa del fuoco che con la notte chiudeva il rito. Successivamente subentrava la festa di Sanduane.
Notizie tramandate, dunque, tra le quali la seguente: all’alba, di primissimo mattino, non viste, le donne aprivano i riti camminando a piedi nudi sull’erba con la rugiada e si rotolavano, anche nude, per auspicare di essere baciate dalla fertilità. Il luogo divenne, successivamente, collegate con la strada che porta al calvario.
Oggi la stradina è il sentiero “Andrea Zanzotto, poeta”, dove si può trovare, a metà strada, il grande sasso con inserita la speciale croce in ferro battuto dello Stato Patriarcale di Aquileia, al quale il Comelico apparteneva: questa è composta dall’Alfa e l’Omega.



