Angelo Ursella, amico friulano
Mattina del 14 luglio 1970. Tempo splendido. Due alpinisti friulani, Angelo Ursella di Buia amico degli Zandonella e Sergio De Infanti di Ravascletto, stanno scalando la parete nord dell’Eiger (l’Orco) 3967 m, leggendaria montagna dell’Oberland bernese che, con i vicini colossi alpini Mönch (Monaco) e Jungfrau (Giovane Signora) costituisce una triade montuosa particolarmente famosa nel mondo dell’alpinismo.
Tristemente nota è infatti la sua parete nord che ha costituito uno dei principali problemi alpinistici degli anni Trenta del Novecento e che ha causato numerose tragedie e parecchi morti…
La sera si fermano a bivaccare su un terrazzino poco sopra il “Ragno”, un ghiacciaio con mille tentacoli incollato alla parete. A mezzanotte inizia a nevicare e continuerà per tutto il giorno seguente, mercoledì 15 luglio. Ripartono solo a metà pomeriggio di giovedì 16; non possono più attendere, sono senza viveri e il tempo si è un po’ quietato.
A poca distanza dal nevaio sommitale, Angelo cade e si incastra fatalmente in una fessura. Racconta De Infanti: «È quasi buio; la bufera ha ripreso con intensità ed io non ce la faccio più a tirare la corda. Angelo mi urla di mandargli il sacco da bivacco ed io lo faccio. Tutto ad un tratto mi guardo le mani e vedo una roba gialla mista a sangue che me le ricopre. Come se mi risvegliassi da un incubo, capisco la situazione. Angelo non risalirà più da quella fessura. Con la forza che aveva, anche con il bacino rotto, sarebbe riuscito a tirarsi su con le mani. Invece l’avevo tirato io, solo per pochi metri.» Angelo morirà, causa gravi lesioni al bacino e al torace, nel corso della notte fra il 16 e il 17 luglio 1970 dopo una terribile agonia. Aveva ventitré anni.

(Gli amici Italo e Beppe Z. C. gli dedicano il libro Montagne e volontà, diario alpinistico di Angelo Ursella; prima, seconda e terza edizione 1973-1977, Antiga Edizioni; la quarta edizione, con il titolo Il ragazzo di Buia, è uscito nel 1994 per i tipi della Vivalda di Ivrea).
Al rifugio Lavaredo
Ero al rifugio Lavaredo con i “miei” e fu lì che conobbi Angelo Ursella, venuto fin lassù per trovare soprattutto amicizia ma anche compagni di cordata. Il luogo divenne subito un cenacolo e si parlò e si rise fino a tardi. Fuori c’era burrasca. Al mattino ci portammo tutti all’attacco dello Spigolo Giallo. Con uno di noi, non ricordo chi, Angelo fece il primo tiro e tutto finì lì; s’era rimesso a piovere. Ci lasciammo con un appuntamento.
Sul Campanile 2 di Popèra
Era di venerdì, o di sabato, questo non me lo ricordo, ma non ha importanza. Non ricordo neppure l’anno. So che il mese era settembre, rimastomi nella memoria perché fu un mese strano, ricco di pioggia, vento, freddo. Angelo Ursella e mio fratello Beppe erano saliti di tardo pomeriggio al rifugio Berti in Popèra, la “nostra casa”. Io li avrei raggiunti il mattino dopo, all’alba per salire con loro la via Comici al Campanile 2 di Popèra.
Uno spettacolo vedere arrampicare quel ragazzo. Accarezzava, sfiorava leggero la roccia, non la assaliva rabbiosamente. Sulla traversata inferiore, sullo spigolo, sulla traversata superiore, sulla “parete marcia” della vetta… offre un saggio accademico della sua bravura.
Ritornati al rifugio siamo tutti di buonumore. Angelo gira e rigira il berretto sulla testa dopo essersi accarezzato il ciuffo ribelle. Quando fa così è felice, altrimenti non lo fa e basta!
Ritorna la nebbia. Poi la montagna riprende a piangere, triste e inconsolabile. Parliamo dell’Eiger. Angelo si era convinto che “doveva” farlo. Un’irresistibile richiamo. E infatti lo fece, ma a pochi metri dalla vetta l’Orco l’ha tradito. Ha tradito lui, noi, tutti. La “meteora” Angelo si spegne in un universo pieno di speranze per l’alpinismo italiano.

Sono ritornato molte volte sul Campanile 2 di Popèra, una quindicina, credo, forse più. Una volta, dal profondo dei ricordi, ho visto Angelo risalire i dirupi verticali, fermarsi sulla grande cengia, salutarmi. Mi ha sorriso. Gli ho sorriso. Poi ha continuato ad arrampicare fino a scomparire fra i raggi di un magnifico sole di mezza estate. Ho suonato la mitica campana e sono ritornato triste a valle.
Memoria e ricordo
Lo ricordiamo ogni anno lassù sui Brentóni dove gli amici Zandonella del Comelico con la locale Sezione del Cai e quella di Buia gli hanno dedicato un bivacco, poi intitolato anche a Mario Zandonella Callegher nel frattempo caduto dalla parete nord del Pelmo durante una “prima solitaria”.
