Don Tita, meglio conosciuto come don Tita, quinto di quattordici figli, era nato a Dosolédo di Comélico Superiore il 24 febbraio 1888 e ivi deceduto il 31 dicembre 1951. Germano, uno dei fratelli, era sacerdote salesiano; altri due erano maestri (Odorico e Severino, insegnanti di una volta, tuttofare); una sorella era suora, il resto della famiglia era un esempio di fede e altruismo.
Chi era don Tita?
Era un prete di montagna che aveva studiato nei seminari di Feltre e di Belluno e che nel 1915 era stato chiamato alle armi. Nel gennaio del 1919 riprese gli studi e fu ordinato sacerdote il 19 novembre 1920. Cooperatore a Pieve di Zoldo e poi a Càdola di Ponte nelle Alpi, tornò a Dosoldo come mansionario nel 1922. In questo periodo fu per breve tempo anche economo spirituale a Pàdola, poi a Danta (1925), a S. Pietro di Cadore, infine a Candìde (1932).

Dal 1922 al 1933 don Tita fu (l’ultimo) mansionario di Dosoledo, cioè colui che aveva il compito, la mansione, di “gestire” spiritualmente ed economicamente la chiesa di questo paese, fedele “dipendente” del Pievano di Candìde. Quando questo morì il 14 gennaio 1932, don Tita fu nominato per otto mesi economo spirituale e in questo breve periodo, in barba a tutte le regole, riuscì ad ottenere il permesso di portare il Santissimo nella chiesa di Casamazzàgno.
A Dosolédo fondò un folto gruppo dell’Azione Cattolica Femminile (detto Circolo “Maria Ausiliatrice”, una novantina di persone di ogni età che la gente chiamava “le circoline”) e ottenne dalla Regola un locale dove i ragazzi potevano riunirsi per svolgere attività di laboratorio e di svago. In un’altra sala si esibivano attori in erba (che profumavano di fieno e di stalla, che allora non era odore, ma profumo). Le loro recite, sotto l’abile regia della maestra Marianna, attiravano l’attenzione del paese. Era il “grande fratello” di quei tempi beati, vissuti serenamente senza radio e senza tv.
Un giorno d’agosto del 1933 dovette partire per altri lidi, anzi, per altri nidi… In questo caso un nido d’aquila che si chiamava (e si chiama) Casso, un paesino con poche case di pietra assai caratteristiche, appoggiate sopra i dirupi del Vajont. Forse anche un bel posto, con aria buona, ma era (ed è) pur sempre fuori dal mondo. In segno di affetto, l’auto di don Tita sarà scortata in bicicletta da una trentina di giovani e adulti di Dosolédo fino oltre Santo Stefano.
Diventare Curato di Casso, in mezzo a “quei magnifici salvareghi” (come diceva Giovanni Angelini), fu un atto di coraggio. Ci starà un anno solo, ma in tempo per lasciare anche qui la sua impronta di montanaro intraprendente. In quel tempo a Casso non c’era la luce elettrica, le funzioni si tenevano al lume della lampada a petrolio e le giovani del coro si scaldavano nel tepore di una stufetta nell’umile canonica. Don Tita prese subito contatto con una ditta proprietaria di una centralina elettrica e gli uomini del villaggio si impegnarono a fornire e a posare i pali. Fu così che, quasi per miracolo, nel tardo autunno del 1933 si accese a Casso la prima lampadina. Una grande festa, con il Curato che “benedisse la luce” nelle case e per i viottoli del paese. Per l’occasione salì a Casso, seduto su una slitta trainata sulla neve da alcuni giovani del paese, anche il Vescovo di Feltre-Belluno mons. Giosuè Cattarossi.
Dal settembre 1934 al 1950 sarà Parroco di Chies d’Alpago ed è difficile descrivere in brevi note ciò che don Tita ha rappresentato per quelle genti e quanto loro abbiano dato a don Tita in termini di affetto e di stima. Un grande coinvolgimento di tutti: nelle ore liete delle recite teatrali, durante le gioiose messe a più voci, nei momenti tristissimi della guerra.
Fu sempre il primo ad accorrere nelle circostanze più gravi dei suoi assistiti o dei suoi parrocchiani. Durante la seconda guerra mondiale si prodigò nel sistemare alcuni ebrei fuggiti da Venezia e dalla Germania. Salì di notte sui selvaggi monti dell’Alpàgo in compagnia di un partigiano (e quindi rischiando la pelle) per medicare un ferito. Durante un rastrellamento nazista nascose alcuni giovani nella soffitta della chiesa e portava loro, di nascosto, viveri e acqua. Sapeva trovare le parole giuste nel comunicare alle famiglie la morte al fronte di un congiunto. Quando Pio XII scomunicò i comunisti vietando loro di assistere alla Messa, don Tita disse: «Strano! Io ho un unico comunista in Parrocchia; non solo viene a Messa, ma anche ai Vesperi !»
Per capire meglio il Personaggio vale la pena di riportare un fatto realmente successo e al quale ognuno è libero di pensare come vuole.
Quello che si racconta qui brevemente, comunque, non è frutto di fantasia, ma reale, “è veramente successo”, disse la gente che conosceva bene don Tita. Infatti nessuno ci avrebbe creduto se a raccontarlo non fosse stato proprio quel sant’uomo in persona (ancor oggi in paese lo ricordano con stima e affetto).
Gennaio 1932, crepuscolo di un giorno festivo. Don Tita, collaboratore del Pievano di Candìde don Pio De Martin, era atteso a Dosolédo per la funzione religiosa serale. Sulla strada del ritorno, precisamente al Ponti d Ramalèn, sotto il quale scorre l’omonimo torrentello, incontrò una donna di Dosolédo. Nonostante la luce fioca, la vide bene e la conobbe subito perché… l’aveva sepolta lui poco tempo prima. Dopo qualche attimo di smarrimento riuscì a capire ciò che diceva. Preannunciava sventure ai di lei famigliari se non avessero migliorato i loro comportamenti nei confronti di Dio e degli uomini. Giunto nella chiesa dei Santi Rocco e Osvaldo a Dosolédo, il sacerdote, dopo aver esposto il Santissimo, raccontò il fatto ai suoi fedeli. Lo fece proprio dall’altare, ma non menzionò il nome della donna. Era tale la serietà e la “santità” di quel prete di montagna che i presenti gli credettero, né misero in dubbio le sue parole.
Don Tita morì a Dosolédo di un male incurabile alle ore 20,30 di lunedì 31 dicembre 1951 e una consistente rappresentanza della popolazione di Chies d’Alpago e molti della Curazia di Casso salirono in pieno inverno nell’alto Comélico a dare l’ultimo saluto al cara fratello che se ne andava per sempre. L’Arciprete di Pieve d’Alpàgo celebrò la messa funebre attorniato da 22 sacerdoti, tutte le autorità locali erano presenti. La Regola di Dosolédo si riservò le spese funerarie. Fatto rarissimo, mai accaduto prima, forse mai accaduto dopo.

Le spoglie mortali di questo prete montanaro coraggioso, protagonista suo malgrado anche di un fatto insolito, riposano nel cimitero alpestre di Dosolédo di Comélico Superiore. Rimangono a ricordarlo l’affetto e la stima di tutti coloro che l’hanno conosciuto.
Don Germano
Don Germano Zandonella Gorgolon era nato l’8 luglio 1897 a Dosoledo di Comelico da Valentino e da Apollonia De Martin, decimo di quattordici fratelli. La sua famiglia aveva in opera un traguardo non facile da raggiungere: la Fede. Nella mente e nel cuore. Germano ricevette, dunque, una solida educazione cristiana che non tradì mai e che lo porterà, anche caratterialmente, ad essere dolce, genuino, educatissimo, sereno.

Terminate le scuole elementari, Germano pensava di seguire le orme del fratello Gianbattista (Tita) studente in Seminario, ma la famiglia non poteva permettersi una doppia spesa, così Germano fu collocato come apprendista presso un artigiano forestiero che aveva in affitto una stanzetta al secondo piano di una casa prospiciente la piazza e aveva fama di uomo burbero e manesco. Per capire la serietà della famiglia basti sapere che l’uomo fu invitato in casa di Germano per le presentazioni di rito e fare un accordo, cioè un contratto vero e proprio, validità due anni, nel quale era scritto: “Apprendista per un biennio; versamento anticipato: duecento lire”. Una somma enorme se si pensa che eravamo nel 1909; (cioè 861 euro di oggi, pari a un milione e mezzo di lire di pochi anni fa). Germano pensò: “Dovrei farcela in un anno per imparare… Poi vorrei studiare”.
Imparò presto i primi rudimenti di quell’arte, ma una mattina usò punti troppo lunghi nel rattoppare una ciabatta e il padrone se ne accorse subito. Balzò in piedi e lo picchiò così selvaggiamente che Germano si mise a gridare aiuto. Poi si sedette e singhiozzando per il dolore fisico rifece l’operazione. Scene analoghe si ripetevano, anche se più ridotte, ogni giorno. E così per nove mesi. Fino al giorno in cui spalmò troppo lucido su una scarpa facendo infuriare il padrone pazzoide che gli venne addosso come una belva. Fortuna volle che un signore che stava salendo le scale udì le urla del ragazzo e intervenne decisamente in sua difesa minacciando una denuncia ai Carabinieri per maltrattamenti a un minore. Se ne andò e corse invece ad avvertire i genitori del ragazzo. Alcuni giorni dopo il “sior paron” partiva per il suo paese dove ogni anno si intratteneva il periodo necessario per dedicarsi alla fienagione. Quando ritornò, Germano non era più a Dosoledo, l’aveva salvato la Provvidenza per merito di tre fratelli, Pio, Giovanni e Modesto De Martin Paterlin di Dosoledo. Questi avevano intrapreso un’attività a Wiesbaden in Germania; facevano i clònpär (stagnino) come molti altri paesani, emigranti qua e là per il mondo. Erano “buoni cristiani”, diceva la gente. Modesto, il più giovane, indossò in seguito il saio francescano, Pio entrò in Seminario (ma ebbe il permesso del Vescovo di lavorare durante le vacanze per poter pagare la sua retta), Giovanni restò in Germania fin quando anche lui entrò nella grande famiglia di San Francesco. Tre personaggi dei quali, che io ricordi, non si parlò quasi mai in paese. Eppure era un caso, se non unico certamente raro, che tre fratelli decidessero di dedicarsi alla Chiesa. Per farla breve Germano partì per la Germania con Pio quando aveva 13 anni e per lavorare in quel Paese occorreva averne almeno 14. La Provvidenza lo aiutò anche in questo caso e lavorò alacremente, con passione assistito dai buoni fratelli Paterlin. Il suo compito era: al mattino girare in città a cercare lavoro e riportare ai clienti i pezzi riparati; al pomeriggio aiutare i Paterlin nelle varie riparazioni. Nei tempi morti Germano iniziò a studiare il tedesco con l’aiuto dei fratelli che lo aiutarono specialmente nella pronuncia.
Un giorno rientrò zoppicante dal suo giro. Da tempo sentiva dolore alla coscia destra. Era la conseguenza dei forti colpi di lesina con manico di legno inferti dal suo padrone, il ciabattino pazzo, durante l’apprendistato. Impacchi caldi, medicina, quindici giorni di assoluto riposo fu il responso medico al quale si attenne scrupolosamente. Proseguì anche con lo studio del tedesco, di tanto in tanto volando con la fantasia in un’unica direzione: Dosoledo. Che è stato il suo faro per tutta a vita.
Infine i fratelli Paterlin, con Germano, rientrarono in Italia dove Giovanni rimase poche settimane e poi andò a chiudersi in convento, non prima di aver consegnato al ragazzo una busta con una sostanziosa somma di denaro per il suo aiuto in Germania. Poveri, ma signori!
Settembre 1911. Germano, con le grammatiche italiana e latina, una antologia e un quaderno, si avviò un giorno verso Casamazzagno dove don Tita Belli, cappellano, lo attendeva per iniziare le lezioni che tanto sognava. Nel frattempo il ciabattino pazzo se ne andò da Dosoledo, andò a far danni altrove, né più vi rientrò.
Nonostante la sua giovinezza sia stata abbastanza travagliata, ciò non gli impedì di acquisire una notevole padronanza di sé e una profonda vita interiore.
Don Germano Salesiano
Queste doti gli permisero di avere sempre, e con tutti, un comportamento da gentiluomo, cortese, signorile, sensibile.
A 17 anni ebbe un incontro con il sacerdote Salesiano don Gerolamo De Martin di Padola, anche lui nato all’ombra delle Dolomiti del Comelico. Si capirono subito. Germano confidò i suoi progetti: diventare sacerdote, “…ma non parroco, né frate”. Don Gerolamo lo portò a Torino, all’Oratorio di don Bosco dove Germano fu subito conquistato dal carisma e dai programmi del “santo dei ragazzi” e rimase lì sotto le cure di don Magno che lo segu nella frequentazione della quarta ginnasio. Nel frattempo si preparò al noviziato. Che concluse nell’ottobre del 1915 a Foglizzo presso Torino diventando un Salesiano “soldato” perchè la sua classe, il 1897, fu chiamata alle armi ed egli partì subito per il fronte. Nel 1917 fu assegnato al 7° Alpini, Battaglione Monte Pavione, promosso sottotenente meritandosi la Medaglia d’argento al Valor Militare. Più tardi fu promosso tenente e ricevette una Croce al merito. Finito il conflitto ebbe incarichi di direzione nel Genio Militare e finalmente fu congedato nel luglio del 1920.
Ancora con la divisa militare si fermò a Càdola, ospite dello zio Arciprete fratello della mamma. Dallo zio, ottimo parroco, riceve l’impulso definitivo per la scelta del suo futuro. Qui decise: “Mi faccio sacerdote”!
Rientrato nella famiglia salesiana a Valsalice-Torino, rinnova i voti triennali, poi quelli perpetui nel 1923, riprende gli studi filosofici e teologici, si prepara al sacerdozio continuando a seguire i liceali di Chieri e Valsalice. Il 20 settembre 1925 è ordinato sacerdote a Torino. La mamma, grande regista della sua vocazione, è morta tre mesi prima. “Il dolore più grande della mia vita”, scriverà don Germano.
Ma non è finita. Consegue la laurea in lettere, l’abilitazione all’insegnamento nei licei, vince il concorso per i ginnasi superiori, ottiene la laurea in teologia. Una “testa” assolutamente eccezionale! Con lusinghieri giudizi di autorità scolastiche, famiglie, ex allievi, confratelli… Un vero “apostolo della scuola” per la conoscenza della materia, la chiarezza dell’insegnamento, il giudizio equilibrato, la discipilna fatta di affetto e prestigio. Capisalmi che qualificheranno il suo insegnamento per tanti anni.
Poi la Congregazione Salesiana lo chiama ad altre responsabilità: dal 1938 al 1942 direttore a Lanzo Torinese poi fino al 1944 in piena guerra a Torino-San Giovanni, sfollando con i confratelli e gli allievi a Pinerolo e Cumiana per sfuggire ai bombardamenti; 1945-46 a Torino-Valsalice con chierici filosofi; 1947-53 ad Alassio; 1953-1956 a Lugano; 1956 -57 Economo Ispettoriale della Ispettoria “Novarese”… Sempre con lo stile di Don Bosco.
Don Germano fu anche scrittore. Direttore e redattore dal 1933 al 1940 della rivista letteraria Gymnasium, molto seguita e apprezzata. Curò parecchie pubblicazioni, belle, semplici, educative (vedi elenco in calce, fra cui l’interessantissima lunga poesia dedicata a don Angelo in occasione della sua prima messa), raccolte di lettere di alcuni suoi ex- allievi, ecc.
Nel 1958 ritornò a Lanzo in riposo, in realtà come Confessore e vi resterà fino alla fine dei suoi giorni. Stanco e ammalato si sentì dapprima quasi avvilito, costretto all’inazione, lui abituato ad una vita dinamica e con moltelici interessi, dedicati anche alle coraggiose sistemazioni degli Istituti Salesiani di Lanzo, Alassio, Lugano, alle moltepilci relazioni, ecc… La preghiera assorbirà tante ore della giornata e solo negli ultimi due anni dovrà rinunciare alla celebrazione della S. Messa. La lettura di opere classiche e libri moderni si alterneranno alla meditazione e al breviario.
Improvvisamente un’occlusione intestinale richiese un intervento chirurgico urgente che don Germano affrontò con la solita serenità e fiducia. Nella notte del 14 giugno 1973 il direttore gli amministrò l’Olio degli Infermi, ricevuto a Lanzo in piena coscienza. Poche ore dopo, alle 4,30 di domenica 15 luglio 1973, assistito dai confratelli e dall’affezionato nipote Germanino, don Germano ritornava al Padre.
Ai funerali, giunsero dal lontano Comelico alcuni famigliari accompagnati dall’amico di sempre, il salesiano e concittadino don Angelo Zannantoni, allora direttore della Casa Madre di Torino.

Don Germano riposa nel cimitero di Lanzo Torinese assieme a tanti benemeriti confratelli salesiani, all’ombra di quel colle su cui don Bosco ha voluto il suo Istituto.
Pubblicazioni di Don Germano
- Ripiegamento, Torino, dattilo 1920
- A don Angelo Zannantoni, Tip. Gattiglia, Torino, 1933
- Gymnasium, rivista letteraria, SEI, direttore dal 1933 al 1940
- Lettere ai genitori, Alassio, 1953
- Giovanni Crisostomo, SEI, Torino, 1965
- L’arte di educare 1°, Scuola Grafica Salesiana, Torino, 1966
- L’arte di educare 2°, Suola Grafica Salesiana, Torino, 1967
- Confidenze, Scuola Grafica Salesiana, Torino, senza data
- Memorie care, s.d.
- Banco di prova, s.d.
- Dosoledo, Scuola Grafica Salesiana, Torino 1970
Don Angelo
Angelo Michele Zannantoni Saler (1904-1987), Sacerdote Salesiano, Professore, Direttore di Istituti e Ispettore Regionale dei Salesiani. Nato a Dosoledo di Comelico Superiore il 25 settembre 1904 da Giovanni Antonio Zannantoni Saler (1869-1917) e Gioseffa Valentina Zandonella Garofalo (1875-1948), sposati nel 1896. Don Angelo è deceduto a Torino il 19 agosto 1987.

Frequenta la Scuola Elementare mista di Dosoledo e ha come Insegnante lo stimatissimo M.o Mario Massimiliano, in seguito medaglia d’Oro per i suoi 42 anni di insegnamento.
Sull’Attestato di Compimento di Angelo, datato 19 luglio 1914, si legge che su sei materie ben cinque hanno ottenuto voto dieci e una il nove. La voglia di studiare è tanta, le possibilità economiche della famiglia pressoché nulle. Allora Angelo, pur di essere utile, si impegna fin da fanciullo su tre fronti: aiuta la famiglia nei lavori agricoli; inizia l’aprendistato presso uno scarpèr locale; soprattutto prende lezioni private dalla sorella Marianna, che ha sei anni più di lui e studia a Belluno per diventare maestra, (insegnerà a Dosoledo dall’età di 19 anni quando il paese, e la scuola, erano occupati dall’esercito austriaco e non esisteva nessun supporto tecnico, neppure una penna. Insegnò per 40 anni; Medaglia d’Oro). Entrambi trovano il tempo per evolversi, per prepararsi al futuro).
Il padre fa il casaro, l mistär; tre mesi d’estate in alta montagna, come base la malga regoliera di Rinfreddo a quasi 2000 metri, nelle altre stagioni alla latteria turnaria di Dosoledo… Nel frattempo Toni è diventato cagionevole di salute, il guadagno è scarso quasi inesistente, la famiglia è numerosa: due maschi, sei femmine, padre e madre. Un nucleo di dieci persone che tira avanti a malapena nella vecchia casa che dà sulla piazza principale. Poi l’epilogo: la scena termina tragicamente, si chiude il sipario e Toni mistär se ne va per sempre nel 1917 causa il solito brutto male; muore proprio nell’anno peggiore, quello della fame e dell’invasione, lasciando la moglie Gioseffa di soli 42 anni a gestire la numerosa prole. Maria Anna è la maggiore ed è aiutata da una zia materna che la mantiene agli studi a Belluno. Ma non sarà una elargizione a fondo perduto: già con il primo sipendio inizia a restituire il prestito, perchè di quello si trattava, e lo farà fino all’ultimo soldo. Angelo “ha una buona testa”, dice la madre, e la sorella che studia si impegna a dargli lezioni. Impara subito, studia con passione, capisce le cose al volo. Non ha bisogno di andare in qualche collegio perché la sorella gli fa apprendere tutto quello che serve per presentarsi a Belluno agli esami da privatista. Va, viene promosso, si diploma a pieni voti, torna a Dosoledo a falciare l’erba, a preparare la legna per l’inverno che quassù è lungo e quanto mai rigido… In attesa di sviluppi!
Ha diciotto anni quando sente quella voce misteriosa e insistente che è l’anticamera della vocazione sacerdotale. Complice, probabilmente, la forte amicizia con don Tita e don Germano Zandonella Gorgolon, un trio vincente in fatto di fede. Don Germano si sta preparando al suo futuro a Torino presso i Salesiani di don Bosco. Anche Angelo vorrebbe seguire quella strada, ma in casa hanno ancora bisogno del suo aiuto.

Già avanti con gli anni Angelo entra nella grande famiglia Salesiana. Da loro studia con profitto fino alla conclusione. Poi rimane a Torino e si dedica all’insegnamento come Professore di italiano nella scuola salesiana. Ma non si ferma, il traguardo è ormai ben delineato, studia per diventare Sacerdote. La prima messa viene celebrata a Dosoledo il 16 luglio 1933 con ampio stuolo di parenti e amici, la madre gli è vicina, commossa e orgogliosa, vicini a lui pure il fratello Noè, le sorelle Maria Anna, Assunta, Luigia, Lina, Rita, Gemma, il pievano di Candìde don Piero Zangrando il “prete degli Alpini”, don Tita, don Germano, altri sacerdoti, tanta folla di paesani e gente venuta da fuori… Nell’occasione viene letta la lunga poesia Sulle orme d’un Grande che don Germano dedica Al Novello Sacerdote salesiano Prof Angelo Zannantoni che inizia quel giorno a camminare sulle orme di don Bosco.
Il fratello si chiama Noè, che impara ben presto a fare il muratore, sostituendolo in famiglia e aiutandola; poi ci sono sei sorelle: Luigia (“Gisétä”, la ragazza del mulo), colonna della famiglia, forte come un uomo, volonterosa, braccio destro di nonna Bepä; Assunta (“Suntä”), brava, operosa, trova lavoro presso un panificio vicino a casa (dai Proila?); Lina, che ha qualche problema di salute muore giovane a 24 anni; quindi Rita e ultima Gemma.
Rita, nata nel 1912, viene allevata da due bravi coniugi di Dosoledo, Valentina e Osvaldo “Svaldìn” Frachiel, non nuovi a opere del genere; con questo gesto nobile alleggerivano la povera vedova. I due benefattori già provvedevano a ospitare la sorella di Osvaldo Callegher, Valentina e la di lei figlia, nonché lo stesso Osvaldo quando rientrava per brevi periodi dal suo lavoro di emigrante.
Qui la bimba non ha vita facile, praticamente è la serva della casa e le altre due donne ospitate sono come le sorellastre di Cenerentola, Anastaia e Genoveffa nella famosa fiaba dei fratelli Grimm, godendo di ben altro trattamento. Rita è in piedi prima dell’alba, toilette frettolosa con acqua fredda, niente neretto alle ciglia, niente rossetto alle labbra, niente cipria sulle gote già belle bruciate dal sole, un latte caldo con qualche crosta di polenta (il Korn Flakes l’hanno inventato i nostri vecchi), riassetto della casa, gerla in spalla con dentro la pègnä, recipiente tipico della zona, pesante anche da vuoto, con bretelle per essere portato sulla schiena con dentro il latte appena munto. Quindi veloci dalla stalla a casa e alla latteria. Col bello o con la pioggia eccola su per l’erta fino a Sturbìn, passando a lato del cimitero dove spesso notava, nei mesi caldi, qualche spaventevole fuoco fatuo che usciva direttamente da una tomba. Capì solo molto tempo dopo che si trattava di un fenomeno del tutto naturale.
A Sturbin si ergono superbi, sul poggio più bello della valle, alcuni fienili. In uno di questi erano in attesa gli animali di famiglia: alcune mucche da latte di razza bruno-alpina, sette-otto pecore la cui lana diventava maglioni, calze, guanti, berretti, ghette, intimo urticante… Altro che ultima moda. Dell’esistenza della lana merino, shetland, cashmer, pelo di cammello, alpaca, lama, vigogna… nessuno sapeva nulla, nemmeno Ancilla e suo fratello che facevano i sarti nella stessa antica casa dei Frachiel. C’era la lana nostrana e ciò bastava. E tutti ne erano fieri, senza invidie e commenti, tutti uguali… un vero comunismo, insomma.
Forse ho fatto un po’ di confusione e lo zio don Angelo e i pazienti lettori mi perdoneranno se ho accostato Lui a mucche e pecore, fuochi fatui e Cenerentole varie. Può essere che abbia imparato da Lui, sempre ironico nei limiti, sempre allegro, attento alle battute… Prova ne è che il giorno del matrimonio della sorella Rita con il benestante gelataio Svaldìn Zandonella Callegher di Dosoledo rientrato in Italia nel 1935 dopo aver fatto una discreta fortuna a Strasburgo come gelataio, si avvicinò allo sposo e disse: “Bravo Svaldìn, con questo matrimonio avete liberato un’anima dal purgatorio”, naturalmente riferendosi alla magra esistenza che la ragazza aveva vissuto fino allora. Svaldìn aveva 20 anni più di Rita, orfano di madre a sette anni. L’amore se lo crearono da soli durante i 41 anni di vita assieme. E non fu un purgatorio…
La gente del paese attendeva con interesse l’arrivo di don Angelo per le meritate ferie. La chiesa di San Rocco si riempiva di fedeli, pronti ad ascoltare le attese prediche, la voce solida, i gesti “quanto bastavano” da non passare per teatrali, la mimica in tema con il discorso, l’estensione vocale ora flebile e gentile, ora sonora, e imperiosa; insomma cosa da non perdere. I fedeli se ne andavano contenti commentando positivamente il sermone e il personaggio che l’aveva fatto.
Don Angelo portò avanti con scrupolo e entusiasmo una notevole carriera sempre all’interno della sua Congregazione, prima come direttore di Istituti Salesiani (a Torino Maria Ausiliatrice, a Valdocco, Lombriasco, Cuneo, Sampierdarena e altri). Giunto al vertice della scala gerarchica dei Salesiani di Don Bosco viene nominato responsabile della grande Ispettoria Adriatica lasciando ovunque il segno del suo dinamico passaggio. Infine, non rifiutò, anche se ormai stanco, la prestigiosa carica di responsabile della Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino.
Riposa nel Cimitero Monumentale di Torino nella costruzione riservata ai Salesiani.
