È il titolo di un libro di Italo Zandonella Callegher (Edizioni Biblioteca dell’Immagine), la cui presentazione ufficiale è avvenuta presso il Festival Internazionale del cinema di Montagna di Trento.
Il libro narra la storia di un ragazzo nato e cresciuto a Dosoledo, ai piedi delle Dolomiti del Comelico, montagne che ha visto fin dalla prima infanzia e dalle quali si è fatto stregare. Il racconto è in terza persona e il protagonista si chiama Ial, acronimo formato dalle iniziali dei tre nomi di battesimo. Per farla breve: attraverso quelle pagine corre l’infanzia dell’autore, il battesimo all’alpinismo, alla lettura, alla conoscenza e alla divulgazione.
Tutto inizia a cinque anni con le prime “imprese” sulle ali della libertà a Culdé, umile ma importante colle prativo che fino al 1918 divideva il Comelico dalla Pustertal austriaca. A sette scappa di casa per salire il Quaternà; a otto si ripete con la “scalata” solitaria, non proprio banale, dell’Aiàrnola, a nove si avventura da solo per il Vallón Popèra, poco dopo sale al Passo della Sentinella e poi fin quasi sulla Cima Undici dove sfugge per miracolo a una slavina (che in quegli anni benedetti la neve smontava anche in luglio) mentre un gruppo di corvi famelici gli rubano il pane con la mortadella nonostante l’avesse affidato alla Madonnina del Passo… che in quel frangente aveva avuto un attimo di distrazione!
Ial partiva da casa alle prime luci dell’alba, ufficialmente per cercare funghi, con la benedizione dei genitori che restavano tranquilli. La mamma era così premurosa che gli preparava persino un sacchetto abbondante di ottime frìtli. I funghi, però, non erano nei suoi progetti; saliva oltre il bosco, quindi sulla prateria montana per entrare nel regno del vento. Il suo sogno non era tanto quello di arrivare su una vetta per il gusto della conquista, quanto giungere in cima per vedere cosa c’era dall’altra parte. È sempre stato il suo richiamo più forte: ammirare il mondo dall’alto, quello che si estende oltre la linea altalenante dell’orizzonte.
Nella prima decade di settembre la grande casèra di Rinfreddo chiudeva l’attività e le mucche rientravano dall’alpeggio scendendo in paese e ritrovando ognuna la sua stalla senza l’aiuto del padrone e pure il suo esatto posto nella mangiatoia. Dalla metà di ottobre le due mucche di Ial, dopo una notte nella vecchia stalla natia, salivano al tabiä d Bigaràn per un ulteriore mese di pascolo aperto. Ciò rappresentava un grosso risparmio di foraggio; l’inverno poteva essere lunghissimo e le bestie gradivano buon fieno, non filò o racconti fantasiosi dei poveri cristiani. Quel vecchio tabiä era stato probabilmente ereditato nell’Ottocento dal bisnonno Bortolo Callegher deceduto nel 1874; aveva sposato nel 1831 Maria Rosa De Martin Bigaran da cui il nome del rustico, molto amato da tutta la famiglia.
Quel fabbricato antico, ancora oggi in piedi con montanara fierezza, era in comproprietà con lontani parenti e il più giovane di loro, peraltro 17 anni più grande di Ial, era un vero “maestro di pastorizia”. I due passavano le giornate a leggere libri, ma soprattutto le “striscie”, cioè quei minuscoli libretti compatti, rettangolari che avevano nomi di fiaba: Sciuscià, Pecos Bill, Il Piccolo Sceriffo, Cocco Bill e, il più bello, Il Vittorioso, un giornalino dove Jacovitti narrava le sue folli avventure farcite di tappeti sotto i quali facevano capolino alcuni salami. Beniamino invece (questo il nome del maestro-pastore) divorava le avventure di Tarzan e i libri di Salgàri ed era l’unico in paese a pronunciare quel nome in modo corretto, cioè con l’accento sulla seconda a; per questo era deriso dal bulletti dell’epoca. Lettura fatta al riparo dalla pioggia sotto un vecchio abete, Ial avvolto nella mantellina militare, regalo dello zio Noè, consumando l’ultima frittella, Beniamino rosicchiando pezzi di pane e formaggio vecchio con qualche vermiciattolo bianco che si dimenava tentando di sfuggire a una fine così crudele. Inconsapevoli che la loro presenza era sinonimo di qualità e i nostri vecchi ne andavano fieri.
E così, bevendo latte freddo da una logora bottiglia di vetro (la bottiglia di plastica non esisteva; è stata inventata nel 1973), nella quale navigavano ambigui grumi di burro, Beniamino si sentiva realizzato.
Un giorno di pioggia, triste e cupo come può essere un giorno di pioggia dentro un fitto bosco di abeti, un rumore agghiacciante annuncia la tragedia; la Bisä, mucca superlativa per latte e mitezza, la capo branco giudiziosa, la cara bestia mansueta, scivola sulla linfa di un tronco tagliato di fresco, prende velocità fra i tronchi viscidi e va a morire dentro un anfratto delle selvagge Pali d Cìcu. Beniamino, terrorizzato, incolpò l’undicenne Ial che invece venne difeso da tutta la gente della valle, perlomeno quella che aveva un po’ di comprendonio.
Oltre alle uscite in montagna per altre esperienze, ecco i primi amori infantili e puri come l’acqua della sorgente di casèra Aiàrnola. Tenerezze inutili, mai corrisposte perché la bimba del cuore non ne sapeva nulla e, anche in Comelico, per amare bisognava essere almeno in due mentre Ial era solo. Poi le corse con la slitta e i guai conseguenti, le volate con il bob a quattro su strade proibite e la punizione dei carabinieri, le birbanterie da quattro soldi che univano i clan e li rendevano coscienti del bene prezioso della libertà e della disciplina di gruppo, le guerre con i fucili di legno e il “pum pum, morto” , gli archi di salice e le frecce con i ferri degli ombrelli sulle radure di Sturbìn, le “serenate celesti … e nulla più” alle piccole ospiti della colonia di Faenza, le imposte di tutto il paese accatastate in piazza, la diga sul torrente per farne una “piscina comunale”, il gatto paracadutista gettato dal tetto legato a un ombrello senza farsi male … e mille altre piccole, innocue esperienze che hanno forgiato un’esistenza. E poi montagna e montagna …
Non è un libro di escursionismo o di funambolismo alpinistico, né una ricostruzione storica di dolorosi fatti di guerra e neppure ricalca lo stile di altri stili … È un romanzetto scanzonato che approfitta della situazione e dello spazio a disposizione per presentare uno spaccato del mondo montanaro di (ahimè) tanti anni fa, con le sue usanze, le sue abitudini, le sue credenze ancestrali, i suoi drammi dovuti alla seconda guerra mondiale, alla sua moda agro-silvo-pastorale, la sua povertà dignitosa, la solidarietà, la semplicità e il lavoro febbrile che ha sempre caratterizzato la gente di montagna…
Il tutto non disgiunto da una vena umoristica pulita che l’autore ha volutamente inserito nel tentativo di rendere il libro più godibile, togliendo il peccato noioso dell’auto celebrazione che non avrebbe senso in un libro del genere (e neppure in altri). È un testo che rispetta la verità, così come si legge in apertura:
Infatti “Ogni riferimento a persone, luoghi e fatti è puramente reale”.