In tanti anni di alpinismo non ho mai dimenticato le persone care che mi hanno permesso, più o meno silenziosamente, di godere appieno le gioie che la montagna offre a chi le si avvicina con vera passione. È così che, nel corso del tempo, ho voluto ricordarle, a modo mio, dedicando un qualche gioiello di roccia rimasto fino allora mai salito. Un piccolo segno d’affetto, smentendo il pensiero di coloro che pensano all’alpinista come a un personaggio arido, senza anima, insensibile, il cui ego impedisce ai sentimenti di evidenziare la sua vera natura.
Inizio dalla dedica a mia Madre con il battesimo del difficile Campanile Rita che si innalza severo a lato del Torrione Canal, sentinella orientale della poderosa Croda da Campo. Lo scalai nel 1973, giusto 50 anni fa, con l’amico Vittorio Lotto di Mestre incontrando difficoltà fino al 5° grado superiore. Sono passati veloci questi dieci lustri, Rita non c’è più da parecchio, anche quel mio compagno di cordata, ma a ricordarla rimane (finché non crolla) quell’esile obelisco tipicamente dolomitico che non mi stancherò mai di ammirare ogni qualvolta salgo a Dosoledo nel mio tabiä.
Senza nessuna pretesa poetica (qualche esperto lasci perdere la rima baciata, l’alternata, la poetica, la retorica e altro. Ho scritto di getto e l’unica cosa che mi ha spinto sono il sentimento, il cuore, l’amore, che ho avuto per quella santa donna. Ci sono altre mie poesiole, non molte, scritte nel ladino di Comelico Superiore, che a Vico Calabrò, celebre pittore affreschista, erano piaciute, così da ingentilirle con disegni – e un murales – nel suo originale e unico stile pittorico. Quelli di Rita sono a corredo di questo testo. Gli altri appariranno cammin facendo. Sono tutti tassativamente inediti; a me resta il piacere di mostrali in anteprima attraverso Algudnei).
La struttura rocciosa che sto presentando si stacca dal possente Torrione Canal, salito la prima volta da Antonio Berti, Severino Casara e l’intrepida alpinista cadorina Luisa Fanton il 27 agosto 1927. La cuspide è bifida quasi avesse ricevuto una poderosa sciabolata dal mitico gigante, sempre presente nelle nostre vallate e sui monti. Il primo colpo con diede risultati, scalfì appena la vetta tanto da squarciarla fino a formare due corna di dolomia. E così trovammo.
Salimmo la sera prima a dormire alla casèra Aiàrnola. Mucche non ce n’erano, l’alloggio del casaro era chiuso, comodità nessuna; di positivo ci fu sola la vicina sorgente di acqua purissima. Ci sistemammo nella grande stalla e dopo aver pulito il pavimento da alcune “torte bovine”, ci mettemmo nel saccopelo e partimmo per il mondo dei sogni come due angioletti in libera uscita. Durò poco. Alcuni topi famelici “scalarono” i nostri corpi, squittirono nelle orecchie, si rincorsero senza ritegno sui nostri corpi inermi. Eravamo gli invasori, loro avevano fame, il galateo non era di casa nella vecchia stalla. Riuscirono anche ad entrare negli zaini a rosicchiare un po’ di pane.
Il giorno dopo all’alba salimmo fra i mughi fin oltre il Corno Ciapelèi e da lì alla base dell’obelisco. 250 metri di rocce con medie difficoltà ci portarono alla base dello spigolo orientale. Lo affrontammo direttamente, incontrando problematicità fino al 5° sup. Ci preoccupavano non tanto i gradi e la notevole esposizione quanto la roccia malsicura.
Ma tutto terminò sulla vetta vergine, subito battezzata con il nome di mia Madre. La sua casa, la nostra casa, apparve subito, giù nelle vallata percorsa dal torrente Pàdola, al termine della caratteristica processione di vecchi fienili; emergeva da una coperta di nebbia che copriva la contrada Somerta.
Na zimä par la Màmä
Ƒadé ciàudu n cal dì
su la zimä nóvä
Nó c sèi du su par te, mamä.
Diƒizlä, a bucógn pì c drètä,
ma nènti s pensau a li to ƒadì.
Da lasù vdéu la nostra cédä nètä,
al muru biancu e l piól scuru
e, tra li śvèssi, i aféti, i ricordi
c fa piàndi anchi al cor pì duru.
N pés su la zimä
curéu davoi na stèlä d saróiu
c fadé lus su la to funesträ …
T’eri vilò che spié su e t pensà a mì!
Na làgrimä biandà li to massèli,
gne du par na pizlä fifä
lustrédä da massä ani d fadì
e – vardä n sgnàl che cundizión –
anchi da pensieri par chi va a crodi
davòi la so passión.
Èi bició par tèrä corda e ciòdi
e èi piantu d cor …
A ciavàl d cla stèlä d saróiu
sèi gnu du nconträ al tò gran amor …

