Ricordando Vittorio Carbogno

Italo Zandonella Callegher

Il Campanile Dosoledo

Il nostro Amico Achille Carbogno ricordava tempo fa, in un bel intervento su questa stessa pubblicazione, il caro Vittorio Carbogno che, come dicono gli Alpini, era “andato avanti”. Prendo lo spunto per aggiungere un mio ricordo alpinistico che vede fra i protagonisti anche il buon Vittorio. Arrampicammo assieme dall’inizio degli anni Settanta e lo facemmo poco, purtroppo, cioè appena i reciproci impegni ce lo permettevano. Fu una bella amicizia, semplice, leale, sincera come lui. Nacque questa sintonia all’interno del primo Gruppo Rocciatori del Cai Val Comelico del quale era stato pure Socio fondatore nel 1972.

C’era in Popèra un ardito campanile di roccia ancora vergine degno di una visita. Proposi a Vittorio di salirlo assieme. Poi all’avventura si unirono altri due soci: mio fratello Beppe e Costantino Dell’Osta Uzzel.

La struttura rocciosa spunta ardita solo nella parte terminale, il resto fa corpo con la porzione inferiore che appare misteriosa, ma praticabile. Non conoscevamo le difficoltà, nessuno c’era mai stato, ma questo non ci preoccupò.
1 luglio 1973. Raggiungiamo la base del Campanile di Selvapiana che si alzadalla base del catino roccioso settentrionale di Cima Bagni. In alto, sulla cresta che si congiunge a quest’ultima, s’innalza il nostro campanile. Salendo decidiamo per il battesimo: si chiamerà Campanile Dosoledo.

Saliamo lo zoccolo per 200 metri, quindi su ancora per 10 tiri di corda con difficoltà di IV grado con roccia incredibilmente marcia. Due grossi massi si staccano improvvisamente dalla parete e per un miracolo non procurano una tragedia. Costantino li schiva con bravura. Se perde l’equilibrio ci tira giù tutti. Proseguiamo, non resta altro da fare, ma nessuno parla più tant’è grande la concentrazione.

Un altro problema si presenta in vetta. La cosa più strana che abbia mai visto. Non è possibile raggiungere tutti il vertice come succede normalmente su una cima “seria”. Non c’è posto per quattro persone. Solo Beppe toccherà la punta, ma … con il sedere. La vetta, infatti, è alta solo un metro circa e finisce a spuntone come i monti dei fumetti. Sarà toccata e “vinta” con uno scarpone solo. I compagni restano qualche metro sotto. Estraggo la mia macchina fotografica degli anni eroici, una Kodac di plastica vinta con i punti del brodo Star che, se riesci a stare fermo come un palo e non respirare per un po’, fa anche foto accettabili. Il battesimo è fatto. Per l’affetto e il rispetto che avevo (che ho) per il mio paese non osai proporne altro nome. Resterà Campanile Dosoledo.

Fra le migliaia di guglie che costellano le nostre Dolomiti sarà anche poco, ma è tutto quello che allora potevo fare per la mia “piccola patria”. Spero solo che questa struttura riesca a evitare le varie mutilazioni ambientali che stanno demolendo tante nostre opere d’arte alpina.